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PER RIFLETTERE

Don Fabio Molteni
Giornata di preghiera comunitaria 11 giugno 2017

 

TU HAI PAROLE DI VITA ETERNA

Come si riesce a raggiungere il Signore? Separandosi dalla massa della gente che non osserva, che non prega, che non offre, che non sacrifica? Quindi uno stile di vita complicatissimo che permetta di raggiungere Dio, e più uno si spiritualizza, più aggiunge nella sua vita pratiche di pietà, più pensa di aver raggiunto Dio.

Ebbene, nei Vangeli si denuncia che proprio queste persone, tanto spirituali, devote e religiose, sono in pratica atee.

Ma com’è possibile che tutto lo sforzo di una persona, tanta preghiera, tante devozioni, tanti sacrifici, poi la renda atea, cioè non incontra Dio? Non solo. In queste persone tanto pie e devote si nota poi che sono disumane: si sono talmente spiritualizzate da rendersi disumane. La novità che Gesù ha portato e che ancora forse non è stata pienamente compresa è che con Gesù non è l’uomo che raggiunge l’altezza della divinità, ma c’è da accogliere un Dio che scende e si abbassa all’umanità, un Dio che si fa uomo. Ecco perché la religione è atea e le persone religiose sono atee: perché le persone religiose vogliono salire per incontrare il Signore; il Signore è sceso per incontrare gli uomini: più quelli salgono, più lui scende e non si incontrano mai.

Da che cosa si vede che le persone pie sono atee? Dal fatto che sono disumane. Non ci sono persone disumane tanto come le persone molto religiose, quelle tutte prese dal loro Dio, dalla difesa a oltranza della loro dottrina, e poi ignorano i bisogni e le sofferenze delle persone.

La novità che Gesù ha portato è che un Dio si fa uomo; e se un Dio si fa uomo, si fa profondamente umano.

Quello che c’insegna il Vangelo è questo: per incontrare il Dio che è già in noi, non dobbiamo spiritualizzarci, non dobbiamo separarci dagli altri attraverso determinati stili di preghiere, di devozioni, ma dobbiamo semplicemente umanizzarci: più noi ci umanizzeremo e più scopriremo il divino che è in noi.

Questa è la novità portata da Gesù.

In Gesù Dio si è fatto uomo, completamente uomo, e soltanto chi è umano, e profondamente umano, incontra il divino che è nella sua esistenza. Ebbene, proprio perché questo Dio si è fatto profondamente umano, la relazione con lui non si baserà sugli atteggiamenti religiosi, spirituali, ma su quelle che sono le normali regole umane, basilari, di convivenza: ‘avevo fame’, ‘ero carcerato’, ‘ero straniero’.

Esaminiamo il messaggio contenuto nell’ultimo discorso pronunciato da Gesù e per questo particolarmente significativo: è il capitolo 25 di Matteo dal versetto 31.

Inizia Gesù: “Quando il figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, allora si siederà sul trono della sua gloria“.

Gesù non proclama se stesso come il Messia, ma come il ‘figlio dell’Uomo’. È importante questa definizione, perché ‘il figlio dell’Uomo’ significa, secondo il linguaggio preso dal profeta Daniele, un uomo che ha la condizione divina.

Gesù quando deve parlare di sé, il titolo che lui più di tutto adopera per sé stesso è quello di essere il ‘figlio dell’Uomo’, che significa ‘l’uomo che ha raggiunto il massimo della sua umanità’, quindi la persona che si è umanizzata completamente e profondamente, e per incontrare la condizione divina: l’uomo-Dio.

Avere la condizione divina non è un’esclusiva di Gesù ma una possibilità per tutte le persone in quanto il modello di uomo secondo la creazione di Dio è un uomo che abbia la condizione divina.

Gesù, quando deve parlare di sé, parla di ‘figlio dell’Uomo’, l’uomo che avendo sviluppato, liberato, potenziato alla massima dimensione la sua umanità, quindi un uomo profondamente umano, incontra il divino che è in lui. È un uomo profondamente divino.

Pertanto nei Vangeli Gesù viene definito Figlio di Dio, formula con la quale si indica Dio nella sua dimensione e condizione umana, e Figlio dell’uomo, termine col quale si indica l’uomo nella sua condizione divina. Quando Gesù annunzierà la sua passione e morte non dirà che il Sinedrio, i sommi sacerdoti, i farisei, i capi ce l’hanno con il Messia. Il Messia era atteso, era desiderato, anche se frainteso. Quando Gesù entra a Gerusalemme, trova tutta la folla che gli va incontro acclamando: “osanna al figlio di Davide” (figlio, nel mondo ebraico, significa colui che assomiglia al padre perché ha un comportamento simile al suo). Davide era stato il grande re che aveva riunificato tutte le tribù e attraverso la violenza, eliminando tutti quelli che lo potevano ostacolare nella corsa al potere, aveva inaugurato il regno d’Israele. Questo era il Messia atteso e desiderato.

Quando la folla si rende conto di aver sbagliato persona, – Gesù non era il figlio di Davide, colui che con la violenza inaugurava il regno, ma il figlio di Dio, colui che dà vita – la stessa folla che l’aveva acclamato gridando “osanna al figlio di Davide”, poi grida “crocifiggilo, crocifiggilo!”.

Gesù dichiara che l’odio dell’istituzione religiosa non sarà contro il Messia, ma contro il progetto di Dio sull’umanità: il ‘figlio dell’Uomo’, l’uomo che nella sua esistenza terrena ha la condizione divina. Questo per l’istituzione religiosa è un crimine tale che merita la morte.

L’istituzione religiosa è riuscita, attraverso l’invenzione del peccato a inculcare il senso di colpa nelle persone per farle sentire sempre indegne e bisognose poi della casta sacerdotale per ottenere il perdono. L’istituzione religiosa è riuscita a scavare un abisso tra Dio e gli uomini: gli uomini, per quanto si diano da fare, non riusciranno mai a raggiungere il Signore, perché la dottrina degli scribi e farisei li fa sentire sempre in colpa, sempre indegni. Nel libro del Levitico si trova un elenco dettagliato di tutto quel che può separare l’uomo da Dio, quel che lo rende ‘impuro’. ‘Impuro’, secondo la concezione biblica dell’epoca, significa ‘separato da Dio’. Il Signore è infatti situato nella sfera dell’assoluta santità, purezza. L’uomo per entrare in contatto con Dio deve purificarsi, deve essere puro; una persona impura non può entrare in contatto con il Signore. Ebbene la religione aveva fatto sì che l’uomo si sentisse sempre impuro, sempre indegno, in modo di dover ricorrere sempre ai sacerdoti, al tempio, per poter entrare in comunione con Dio.

L’istituzione religiosa, che è riuscita a dominare il popolo in nome della Legge divina, è allarmata quando sente che c’è un pazzo che va in giro a dire che l’uomo può raggiungere Dio, perché il progetto di Dio è di fondersi con l’uomo, che Dio ha tanto amato l’uomo da desiderare che l’uomo abbia la sua stessa condizione, che l’uomo diventi Dio. Ma questo è pericoloso, perché se è vero è la bancarotta dell’istituzione religiosa, che è riuscita a convincere le persone che non possono rivolgersi direttamente a Dio, ma devono passare attraverso tutta una serie di mediazioni e di mediatori tra il Signore e gli uomini quali sono i sacerdoti, il tempio, il culto. E soprattutto c’è una Legge da osservare per sapere se quello che si fa è gradito o no a Dio.

Si comprende quindi la pericolosità del messaggio di Gesù, e non meraviglia che Gesù sia stato ammazzato, sorprende che sia riuscito a campare così tanto.

Questo è un uomo pericoloso, questo è un pazzo che mette in crisi tutta l’istituzione religiosa, perché Gesù parla di qualcosa che è all’interno delle possibilità di ogni individuo: umanizzarsi completamente, pienamente.

Più l’uomo è umano e più manifesta il divino che è in lui.

Nei Vangeli emerge una verità profonda e importante che è questa: per Gesù non c’è un valore assoluto più importante del bene dell’uomo; non ce ne sono altri. Quando al bene dell’uomo viene sovrapposta una dottrina o una verità più importante, questa è satanica e diabolica perché, anche se si crede che proviene da Dio, questa prima poi si ritorcerà contro l’uomo. Per Gesù non c’è nell’orizzonte del credente un obiettivo più importante che il bene dell’uomo, più di qualunque dottrina, più di ogni verità. Gesù non chiede pratiche straordinarie, chiede di essere attenti ai bisogni e alle necessità delle persone andando loro incontro, mettendosi al loro servizio per alleviare le sofferenze. E questo è possibile per tutti. E quando accade questo l’uomo sente nascere dentro di sé una nuova realtà, una vita di una qualità divina, perché l’uomo incontra Dio quando si umanizza completamente.

Gesù sacralizza l’uomo e desacralizza tutto quello che era ritenuto sacro. Si comprende allora l’odio dell’istituzione religiosa contro il ‘figlio dell’Uomo’, ritenuto un bestemmiatore, un indemoniato che merita la morte. E lo ammazzeranno. Ma quando crederanno di avere vinto, quella sarà la loro sconfitta perché l’uomo che ha la condizione divina non muore, chi ha lo Spirito non muore perché lo Spirito è vita e dove c’è la vita di Dio non c’è la morte.

Pertanto Gesù dichiara che quell’uomo che sarà ucciso, con la morte più infamante, quella della croce, verrà nella sua gloria, espressione della condizione divina – e con lui tutti gli inviati (angeli) -. Il termine greco angelo significa messaggero, inviato, e necessariamente un essere spirituale. Chi sono dunque questi angeli che compaiono con il figlio dell’Uomo? Gli angeli sono gli inviati del Signore, quelli che hanno accolto il suo messaggio, e con lui, come lui, hanno orientato la propria vita per il bene degli altri. Sono quanti, attraverso la sequela di Gesù e l’accoglienza del suo messaggio, hanno sentito la loro vita trasformarsi. Sono inviati del Signore perché nella loro esistenza manifestano visibilmente il Dio invisibile.

Allora si siederà sul trono della sua gloria.

Questa espressione presa dall’Antico Testamento indica la presenza di Dio nel tempio. Con Gesù la presenza di Dio non è più prigioniera di un tempio. L’istituzione religiosa aveva in mano il monopolio di Dio, Dio era prigioniero, un sacro prigioniero, trattato con i guanti bianchi, riverito, incensato, ma sempre prigioniero dei sacerdoti del tempio; per cui nel tempio potevano entrare le persone solo a determinate condizioni, con determinate regole e sottoponendosi a determinati riti. Il che significa che gran parte della gente era esclusa da Dio, per la sua situazione giudicata impura o immorale dalla religione e dalla società. Per queste persone non c’era alcuna possibilità di avvicinarsi al Signore perché Dio era possibile incontrarlo soltanto nel tempio.

Con Gesù, Dio esce dal tempio e per prima cosa va incontro alle persone escluse dal tempio, perché – è una verità importante, come lo stesso Pietro ha capito dopo l’incontro con il centurione – per Dio non c’è nessuna persona che possa essere considerata indegna. È la fine della religione. La religione basa la sua forza sulla divisione tra puri e impuri, tra osservanti o no, tra quelli che sono ammessi al Signore e quelli che sono esclusi.

Pietro aveva annunciato ai pagani che se si fossero convertiti e battezzati lo Spirito Santo sarebbe sceso su di essi… e lo Spirito scende sui pagani senza che si siano convertiti o passati attraverso il rito del battesimo… E Pietro, da questa esperienza sconvolgente comprende una profonda e importante verità di fede: Dio mi ha insegnato che non c’è neanche un uomo che possa essere considerato impuro. Con Gesù non c’è una sola persona che possa sentirsi esclusa dall’amore di Dio. Gesù va incontro agli esclusi, ai rifiutati dalla religione, agli impuri e ai peccatori. Il crimine più grande dell’istituzione religiosa non è quello di aver allontanato le persone da Dio, ma nell’averle convinte che per il loro peccato non possono, avvicinarsi a Dio.

Allora Gesù a queste persone, che pensano di non poter entrare nel tempio, di non poter avvicinare il Signore, va incontro. A quanti non potevano avvicinarsi al Dio del Tempio, è il Dio in Gesù che va loro incontro per comunicare a tutti amore.

Dio non discrimina nessuno. Non c’è neanche una persona che possa sentirsi discriminata dal Signore per la sua condizione e per la sua situazione morale o religiosa.

Con Gesù c’è un cambio radicale nel rapporto tra gli uomini e Dio. La nuova relazione con il Signore non sarà più attraverso l’osservanza della Legge di Dio, ma mediante l’accoglienza dell’amore del Padre. Nel suo agire Gesù ignorerà la legge di Dio, perché la legge di Dio per il Cristo non esiste. La Legge di Dio non c’è, perché Dio è amore e l’amore non può esprimersi attraverso le leggi, ma solo mediante opere che comunicano vita. La Legge di Dio non è altro che un vuoto contenitore diventato strumento di potere da parte delle autorità religiose per consolidare e rafforzare sempre di più il loro dominio e il loro prestigio sulle persone. Per questo mai la legge di Dio è da essi invocata a favore delle persone, ma sempre a beneficio della casta sacerdotale, a favore dell’istituzione religiosa. Gesù invece non agisce mosso dalla legge di Dio, ma dall’amore del Padre; non dal bene della dottrina, ma dal bene dell’uomo. Questo è il Gesù che si manifesta in questa scena: saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni pagane, ed egli separerà gli uni dagli atri, come il pastore separa le pecore dai capri.

La religione, ogni religione, non potendo convincere le persone con le sue osservanze, le sue regole, che sono tutte irrazionali, obbliga a osservare i suoi insegnamenti, spacciando per verità divine quelle che sono solo dottrine di uomini, e per questo ricorre al terrorismo religioso, inculcando nelle persone la paura di Dio e del suo giudizio. Un’immagine che ha angosciato generazioni di credenti, è proprio l’immagine del giudizio universale.

I pittori si sono esercitati nel manifestare questo giudizio; basta pensare alla Cappella Sistina: il bellissimo giudizio universale. Alle poche anime di eletti, quasi tutti religiosi, corrisponde una gran massa di dannati; e lì si è dato sfogo al sadismo, al masochismo per immaginare le pene più tremende per quanti saranno castigati nel giorno del giudizio universale. Ma l’immagine di un giudizio universale è assente dai Vangeli.

Gesù dichiara che saranno riunite davanti a lui tutte le genti – e usa il termine greco ethne, da cui deriva la parola etnico, che indica le nazioni pagane. Pertanto questo giudizio non è universale, non è per tutto il mondo, è per i pagani. Per il giudizio di Israele saranno i dodici discepoli che giudicheranno le dodici tribù. Per i credenti in Gesù non c’è invece nessun giudizio. Per il fatto di aver accolto Gesù come modello della propria esistenza e per il fatto di aver orientato la propria vita verso il bene degli altri, i credenti nel Cristo sono già nella pienezza della vita eterna e non vanno incontro a nessun giudizio. Ma quelli che non hanno mai sentito parlare di Dio, quelli che non l’hanno conosciuto, in base a cosa saranno giudicati? È a questo interrogativo che risponde la parabola di Matteo.

“… Ed egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri…” .

Prima Gesù si è presentato come il figlio dell’Uomo, l’uomo che ha la condizione divina. Ora Gesù si presenta sotto le vesti del pastore. In nessuna di queste espressioni c’è qualcosa che indichi la paura, il timore.

Il pastore è colui che si prende cura delle pecore, quello che va in cerca della pecora smarrita, il pastore che offre la vita per le sue pecore, è il pastore che separa le pecore dai capri. Gesù si rifà alla pratica palestinese dei beduini, dove la sera i greggi venivano separati per la mungitura, e afferma che porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. “Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra…”

Dopo il pastore Gesù si presenta come re. Israele, dopo il fallimento della monarchia, non aveva avuto più re e aspettava un re ideale, quello che si prende cura degli orfani e delle vedove. Gli orfani e le vedove sono due categorie umane che non hanno un uomo, un maschio che pensa a loro. Il re, nella simbologia ebraica, indica colui che protegge quelle persone delle quali nessuno si prende cura. E Gesù dirà a quelli che stanno alla sua destra: “venite benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.

Come fa Gesù a riconoscere quelli che sono benedetti?

Nella tradizione ebraica, che poi è confluita nella spiritualità cristiana, si diceva che tutte le azioni di un uomo erano scritte in un libro che Dio avrebbe consultato nel giorno del giudizio. Gesù non ha bisogno di consultare nessun libro. Come il pastore distingue le pecore dalle capre, ugualmente il Signore distingue prontamente quelli che hanno orientato la propria vita per il bene degli altri e quelli che invece sono vissuti solamente per se stessi.

Nel Vangelo, Gesù, parlando del regno di Dio, l’aveva paragonato a un pescatore che tira fuori dalla sua rete pesci buoni e pesci marci. I pesci non sono cattivi, sono marci, sono senza vita, e non vengono eliminati per la loro cattiva condotta, perché hanno commesso qualcosa, vengono scartati perché sono marci, inutili. Ugualmente il contadino esperto distingue subito il frutto buono dal frutto marcio. E così Gesù distingue prontamente quelli che hanno vissuto per gli altri, perché chi orienta la propria vita per il bene dei fratelli, trasforma la propria esistenza, diventa una persona splendida: “Se l’occhio che è in te è luminoso, tutto il tuo corpo sarà luminoso”. L’occhio luminoso è un’espressione ebraica che indica la generosità. E chi è generoso? Chi ha orientato la propria vita per gli altri. Una persona che vive per gli altri è una persona splendida.

Gesù non ha bisogno di consultare i libri. Vede le persone che sono splendide e le persone che invece sono nelle tenebre.

Il Padre di Gesù benedice queste persone (benedetti dal Padre mio) chiamate a ricevere in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo.

Il Dio che emerge dai Vangeli è un Dio completamente diverso da quello della tradizione religiosa. Il Dio della religione è un Dio sempre scontento dell’umanità, un Dio che, secondo il salmista, si affaccia, guarda la terra e si ritrae nauseato: sono tutti malvagi, sono tutti cattivi, sono tutti peccatori.

Questo è il Dio della religione.

Il Padre di Gesù guarda anche lui l’umanità ed esclama: che meraviglia! Non è che Dio non veda la realtà così com’è, ma Dio vede l’uomo come può diventare se coglie il suo amore. È un Dio talmente innamorato della sua creazione che fin dalla creazione del mondo, Dio aveva pensato ad ogni sua creatura per farla erede del suo regno.

È lo stesso pensiero espresso da Paolo nella lettera agli Efesini con l’inno dell’ottimismo di Dio sul creato. Dice Paolo nella lettera agli Efesini che in Gesù, Dio ci ha eletti prima della creazione del mondo…

Prima ancora di creare il mondo Dio aveva pensato a noi, aveva pensato a ognuno di voi per renderli suoi figli adottivi.

Essendo l’adozione di un potente, questa non riguarda l’adozione come noi la intendiamo, cioè l’accoglienza di un bambino per amore all’interno di una famiglia, ma a quell’atto giuridico con il quale l’imperatore, quando vedeva approssimarsi ormai la fine della sua esistenza, sceglieva tra i suoi valorosi uno che riteneva avesse le sue stesse qualità per continuare a portare avanti il suo impero come lui e meglio di lui. Questo significa essere figli adottivi di Dio; il Signore ci stima tanto, ci apprezza tanto e soprattutto ha tanto bisogno di noi, che ci chiede di collaborare alla sua azione creatrice. La creazione non è terminata perché fin tanto che ci sarà il male e la sofferenza nel mondo la creazione non è completa.

I primi capitoli del libro della Genesi – dove leggiamo del paradiso, dell’armonia tra l’uomo e la donna, tra gli uomini e la natura – non sono la descrizione di un mondo irrimediabilmente perduto, ma la profezia di un paradiso da costruire, collaborando all’azione creatrice di Dio.

Allora, prima della creazione del mondo, Dio aveva pensato a quanti avrebbero potuto collaborare con lui e come lui a creare questo mondo.

E come si collabora alla creazione di questo mondo? Nulla di impossibile o di strano: perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare.

Lavorare all’azione creatrice del Padre significa esercitare nella vita opere che comunicano vita agli altri.

Ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato. Per collaborare col Creatore basta avere una risposta d’amore, di tenerezza, di misericordia nei confronti di chi ha bisogno. Collaborare all’azione creatrice di Dio significa comunicare vita a chi vita non ce l’ha.

In queste sei azioni, chiamate le sei opere di misericordia, non viene chiesto conto del comportamento nei confronti della divinità. Quelli che sono benedetti dal Padre non lo sono perché hanno pregato, perché hanno offerto sacrifici, ma perché hanno dato vita agli altri. Il giudizio per quanti non hanno conosciuto Dio non è il rapporto che hanno avuto con il Signore, ma con le altre persone.

Nel Talmud, libro sacro degli ebrei, c’era una parabola simile a questa di Matteo. Nel Talmud si legge infatti che nell’aldilà il santo, che benedetto sia, – espressione per indicare il Signore – prenderà un rotolo della Legge, i primi cinque libri della Bibbia, se lo poserà sule ginocchia e dirà: chi se ne è occupato venga e riceverà la sua ricompensa.

Nella tradizione ebraica per entrare a far parte della benedizione, della ricompensa di Dio, bisognava aver osservato la sua Legge. Con Gesù tutto questo è terminato. Quello che determina il gradimento di Dio non è avere osservato o meno la sua Legge, ma il comportamento tenuto verso l’altro.

La novità portata da Gesù è che all’orizzonte del credere c’è soltanto il bene dell’altro; non c’è nient’altro. Quindi non è la Legge che determina la condotta dell’uomo, ma un atteggiamento di misericordia nei confronti dei bisognosi e dei sofferenti della terra.

Queste opere di misericordia erano conosciute nel mondo antico anche presso gli scrittori pagani; e si trovano sia nei testi religiosi sia nei testi pagani. Ma non si trova la categoria dei carcerati con i quali il Signore s’identifica: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”.

Gesù si identifica con gli ultimi della società, non con i primi. Il Signore si identifica con gli affamati, con gli assetati, con gli stranieri, con i nudi e – cosa veramente scandalosa per le pie orecchie dell’epoca – con i carcerati. Il carcerato veniva considerato una persona giustamente punita per le sue colpe, e verso il carcerato non c’era nessun sentimento di pietà e di compassione o di misericordia, perché era responsabile della propria condanna. Erano gli emarginati più discriminati, perché mentre per il nudo, per lo straniero, per l’affamato, si poteva sentire un sentimento minimo di misericordia, di compassione, per il carcerato non c’è nessuna compassione. Con l’immagine del carcerato, Gesù indica tutte quelle persone che per la loro condotta si trovano in una situazione di totale rifiuto da parte della società e non meritano un minimo sentimento di pietà o di misericordia.

A quell’epoca i carcerati erano detenuti soltanto per il periodo in attesa dell’esecuzione capitale; e la sopravvivenza del condannato non era determinata dai carcerieri ma dai familiari e amici che dovevano portargli da mangiare. Quindi visitare il carcerato non significa soltanto recare una visita di conforto, ma dare vita a quelle persone che la religione e la società civile ritengono i più lontani e i non degni di un minimo di compassione.

L’attenzione ai carcerati è caratteristica propria del messaggio di Gesù. Allora i giusti risponderanno: “Quando mai ti abbiamo visto affamato…”.

Il giusto nei Vangeli significa il fedele, colui che è fedele all’osservanza della Legge. Ma con Gesù non è più la legge che determina il comportamento delle persone, ma l’amore dell’altro. Gesù propone un cambio nella relazione dei credenti con il Signore. Mosè, servo di Dio, aveva imposto un’alleanza tra dei servi e il loro Signore basata sull’obbedienza: Gesù, il figlio di Dio, propone una relazione non tra dei servi e un Signore, ma tra dei figli e un padre, non basata sull’osservanza delle legge, ma sull’accoglienza e la somiglianza del suo amore. Mentre nella religione il credente è colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi, con Gesù il credente è colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo, e l’amore del Padre è l’amore che si rivolge a tutte le creature che hanno bisogno senza indagare sulla loro situazione. Gesù non chiede al carcerato se il carcere è meritato… allo straniero se ha fame perché non lavora o per altri motivi. Ma il fatto che qualcuno abbia fame è un motivo sufficiente per dargli da mangiare. Il giusto con Gesù non sarà più il fedele osservante della legge, che non determina più la condotta del credente, ma fedele all’uomo, all’amore verso ogni creatura.

Allora gli chiedono: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo ospitato, nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti da te?“. E rispondendo, ecco la risposta clamorosa di Gesù: “In verità vi dico, tutte le volte che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli insignificanti…” Gesù chiamerà fratelli i suoi discepoli dopo la resurrezione, ma qui anticipa già che i suoi fratelli sono le persone ritenute insignificanti dalla società, quelle persone che non contano nulla, sono invisibili. Le persone che il mondo ignora, Gesù le considera suoi fratelli: “… che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, – cioè insignificanti – l’avete fatto a me“.

Questo brano evangelico non giustifica in alcun modo quell’errata spiritualità che consiste nel vedere  Cristo nel povero. Le persone che hanno aiutato l’affamato, non l’hanno fatto perché vi vedevano Cristo, non hanno accolto lo straniero perché ospitando il forestiero accoglievano il Signore; essi del Signore non sanno niente, e infatti si meravigliano: “Ma quando mai ti abbiamo dato da mangiare, quando ti abbiamo ospitato?”. Le azioni di vita che loro hanno fatto sono state nei confronti dei bisognosi in quanto tali e non del Signore. Non hanno dovuto cercare qualcosa di divino nel bisognoso per amarlo, lo hanno amato perché lo necessitava.

Non si amano gli altri perché negli altri c’è il Signore, ma con il Signore e come il Signore si amano gli altri, così come sono. Senza pensare a una possibile ricompensa divina. Non si tratta di vedere Gesù nel povero, ma di guardare lo straniero e il carcerato con lo stesso sguardo con il quale lo vede Gesù.

Nella religione (per religione si intende quello che gli uomini fanno per Dio) il traguardo è Dio; tutto quello che l’uomo fa, lo fa per Dio. Con Gesù la religione è finita; al suo posto c’è la fede, che è la risposta degli uomini a quello che Dio fa per loro.

Con Gesù Dio non è più al traguardo dell’esistenza, ma all’inizio: è Gesù che prende l’iniziativa di amarci, e noi, avvolti da questi amore con lui e come lui, amiamo l’altro così com’è: pidocchioso, sporco, insopportabile. Non devo trovare Cristo nell’altro per amarlo, ma devo scoprirlo in me lo stesso sguardo di Gesù, e con Cristo, come Cristo, amare queste persone. La parabola prosegue con la denuncia di quanti non hanno dato da mangiare, non hanno ospitato, non hanno accolto, non hanno visitato il carcerato.

Come si può essere così insensibili? Come si fa a non dar da mangiare a uno che ha fame? Come si fa ad essere così spietati?

Vi sono due categorie di persone che sono capaci di tanta insensibilità: le persone ricche, che pensano soltanto per sé e ignorano gli altri, e le persone religiose, quelle per le quali i doveri nei confronti di Dio vengono prima dei bisogni degli altri.


 

Don Fabio Molteni
Giornata di preghiera comunitaria 2 aprile 2017

 

Introduzione:

Per la meditazione di oggi ho pensato di riproporvi innanzitutto il saluto che Papa Francesco ha rivolto agli abitanti del quartiere Forlanini a Milano ai quali ha ricordato il suo sacerdozio.

Per quanto riguarda “il sacerdozio della antica alleanza” ho pensato di proporvi un testo molto interessante che il Prof. P. Alberto Maggi O.S.M. aveva presentato ad una “Tre giorni” che si è tenuta a Palermo qualche anno fa.

 

VISITA DI PAPA FRANCESCO A MILANO. SALUTO AI RESIDENTI DEL QUARTIERE FORLANINI

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Vi ringrazio per la vostra accoglienza, tanto calorosa! Grazie, grazie tante! Siete voi che mi accogliete all’ingresso in Milano, e questo è un grande dono per me: entrare nella città incontrando dei volti, delle famiglie, una comunità.

E vi ringrazio per i due doni particolari che mi avete offerto.

Il primo è questa stola [il S. Padre l’ha indossata], un segno tipicamente sacerdotale, che mi tocca in modo speciale perché mi ricorda che io vengo qui in mezzo a voi come sacerdote, entro in Milano come sacerdote. Questa stola non l’avete comprata già fatta, ma è stata creata qui, è stata tessuta da alcuni di voi, in maniera artigianale. Questo la rende molto più preziosa; e ricorda che il sacerdote cristiano è scelto dal popolo e al servizio del popolo; il mio sacerdozio, come quello del vostro parroco e degli altri preti che lavorano qui, è dono di Cristo, ma è “tessuto” da voi, dalla vostra gente, con la sua fede, le sue fatiche, le sue preghiere, le sue lacrime… Questo vedo nel segno della stola. Il sacerdozio è dono di Cristo, ma “tessuto” da voi, e questo vedo in questo segno.

“Era vicina la Pasqua dei giudei…”
Gesù è colui che inizia in maniera sistematica ad eliminare le sacre istituzioni religiose d’Israele, con la sua persona.

Vedremo come Gesù sostituisce queste realtà con la persona. Se Gesù fosse stato un riformatore non l’avrebbero, probabilmente, rifiutato. È che Gesù non è venuto a purificare le istituzioni, Gesù è venuto a eliminarle.

Allora questo è un crimine sacrilego che andava punito con la morte.

Vediamo le due sostituzioni che Gesù fa.

Iniziamo con la prima. La sostituzione del tempio con la sua persona.

Leggiamo e analizziamo i brani del Vangelo.

Il primo è il cap. 2 del Vangelo di Giovanni, v. 13, cercando di comprendere quelle indicazioni che l’evangelista ci dà per…, ripeto, più conosciamo Gesù, più riusciamo a conoscere chi è Dio. L’ignoranza di Gesù è l’ignoranza di Dio. E siccome ci sono molte idee sbagliate su Dio, queste possono influire negativamente nell’esistenza dell’individuo, rovinandolo per sempre.

Abbiamo visto come, con la parabola del Samaritano, Gesù cambia, sostituisce l’idea del credente. Secondo la religione, il credente era colui che obbediva a Dio, osservando le sue leggi, e Gesù dice: “Guardate i campioni”. Quando la gente preferisce la legge di Dio al bene dell’uomo, il risultato è la sofferenza. Allora per Gesù, il credente (e propone il Samaritano) non è colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando l’amore simile al suo.

E lo stesso abbiamo visto come Gesù ha cambiato il concetto di ‘prossimo’. Prossimo non è colui che tu aiuti, ma sei tu che ti fai prossimo degli altri. Il prossimo non significa fino a dove deve arrivare il tuo amore, ma da dove deve partire.

Allora vediamo gli elementi che l’evangelista ci dà su ‘il tempio’.

Scrive l’evangelista al capitolo 2 di Giovanni, v. 13, “Era vicina la Pasqua dei giudei”. Ci stupisce già questa denominazione, perché la chiama la Pasqua dei giudei? La Pasqua nell’Antico Testamento veniva sempre chiamata la ‘Pasqua del Signore’. La Pasqua ricordava la liberazione dalla schiavitù egiziana, e la denominazione tecnica di ‘Pasqua’ era ‘Pasqua del Signore’.

L’evangelista invece scrive che è la Pasqua dei Giudei, non è la Pasqua del Signore, perché?

Il termine ‘giudei’ nel Vangelo di Giovanni non indica mai il popolo giudaico, il popolo ebraico, ma con il termine giudei si indicano i capi, le autorità religiose. Quindi, quando nel Vangelo di Giovanni troviamo l’espressione ‘giudei’, non dobbiamo confondere con il popolo ebraico, ma con i capi, le autorità, i capi religiosi.

Ebbene l’evangelista dice che questa Pasqua non è la festa della liberazione, non è la Pasqua del Signore, ma è la Pasqua, la festa delle autorità. Sono loro che fanno festa, sono i capi del popolo, mentre il popolo invece proprio in nome di questa festa viene sfruttato.

“E Gesù salì a Gerusalemme”. Ogni maschio adulto, al concepimento del 12°/13° anno, era obbligato a salire al tempio di Gerusalemme e offrire un agnello per la Pasqua. Le feste religiose erano un’occasione di grande guadagno per la casta sacerdotale. Vedremo, in questo episodio, che i veri animali offerti in sacrificio non sono le bestie, ma sono le persone. È la casta religiosa che ha prostituito l’immagine di Dio per il proprio interesse.

Quindi Gesù sale a Gerusalemme perché era obbligatorio che ogni maschio ebreo salisse per offrire un agnello al Signore. Menzogna! Gli agnelli non vengono offerti al signore, gli agnelli vanno a ingrassare le pance dei sommi sacerdoti. Ma si inganna la gente pensando che queste offerte sono rivolte al Signore.

Questa Pasqua, come tutte le altre feste religiose, erano occasione di sfruttamento del popolo e di arricchimento di chi? Della famiglia del clan del sommo sacerdote.

Allora, quando si arrivava a Gerusalemme, c’era un recinto sulle pendici del Monte degli Ulivi, dove dovevano essere acquistati gli animali per offrire al tempio. Perché il Signore nel tempio non gradisce animali con difetti.

Dovevano essere animali particolari.

Allora il pellegrino doveva andare su nel Monte degli Ulivi e lì, nel mercato di ovini destinati al sacrificio, acquistare l’animale da portare al tempio. Tenete presente che il proprietario di questo recinto di animali era Anania, cioè il sommo sacerdote.

Bene, si prendeva l’agnello, si portava al tempio, si offriva al Signore attraverso il sacerdote. I sacerdoti macellavano la vittima, l’animale, e prendevano le pelli: c’erano dispute a volte mortali fra di loro per spartirsi le pelli, perché costavano tanto. E poi c’era molto da mangiare: il tempio era abbastanza numeroso, vi erano 200 poliziotti sempre in servizio oltre ai sacerdoti e ai leviti, ma in certi giorni si arrivava fino a 18000 animali sacrificati. Allora, quello che avanzava veniva rivenduto nelle macellerie di Gerusalemme.

Per cui il pellegrino portava al tempio l’animale da sacrificare e lo dava al sommo sacerdote. Quando si andava per la Pasqua e le altre feste religiose normalmente si rimaneva minimo tre giorni, ma normalmente era una settimana. Se volevo mangiarmi un po’ di carne andavo nelle macellerie/tutte appaltate dai figli del sommo sacerdote. Quindi vedete che era lo sfruttamento del popolo in nome di Dio.

Il tempio era il luogo più santo della Terra. Non esisteva al mondo un posto più sacro del tempio di Gerusalemme. Il tempio non è da confondere con i nostri templi sacri. Con il termine ‘tempio’ si intendeva, nelle religioni dell’epoca, il luogo dove Dio in qualche maniera era presente. Quindi non potevano esservi tanti templi, esisteva un unico tempio perché Dio si poteva manifestare in un unico luogo.

Ebbene, il Dio d’Israele si manifestava con la sua gloria nel tempio di Gerusalemme, il luogo più sacro della Terra. Un luogo carico di liturgie, un luogo affascinante: immaginate i canti liturgici, i fiumi di incenso, i paramenti stupendi dei sommi sacerdoti, i cantori… era veramente un luogo stupendo.

Ebbene Gesù si trovò nel tempio, in un luogo sacro, cosa si aspetta di trovare? Persone che adorino questo Signore, persone che preghino. E invece trovò venditori di buoi, pecore, colombe, e i cambiavalute installati.

Gesù nel tempio non trova gente in preghiera, ma trova un commercio, trova un traffico. E vendono in ordine di grandezza tre categorie di animali: i buoi, le pecore e le colombe, che erano animali che dovevano servire per i sacrifici. Il tempio di Gerusalemme, la sede di Dio, era stata trasformata in un mercato perché il vero Dio del tempio non era più il Signore, il vero Dio del tempio era l’interesse, il profitto, e in nome dell’interesse e del profitto si era prostituito il volto di Dio.

La gente si svenava per mantenere questo esercizio. Ma la cosa più grave è che era stata prostituita l’immagine di Dio. I sacerdoti, in combutta con i teologi, avevano creato un sistema tale che l’uomo, per quanto cercasse di comportarsi bene, si trovava sempre in colpa e sempre bisognoso di offrire il sacrificio.

È vero, i sacerdoti, i sommi sacerdoti, gli scribi, i farisei, tuonavano contro il peccato, contro i peccatori, ma in cuor loro si auguravano, in realtà, non solo che la gente peccasse, ma che peccasse ancor di più.

E guardate che ciò che sto dicendo lo ha già denunciato Dio nel libro del profeta Osea al capitolo 4. Il Signore critica la casta sacerdotale con parole tremende: “Essi si nutrono del peccato del mio popolo e sono avidi della sua iniquità”.

I sacerdoti hanno prostituito Dio, fanno sentire le persone sempre in colpa perché loro si nutrono del peccato del popolo. Il popolo pecca e i sacerdoti mangiano, e poi sono avidi della sua iniquità; apparentemente dicono: “Guai a voi se peccate!”, nel cuore sperano “Peccate sempre di più!”. Per questo hanno creato una legge che rende impossibile essere in comunione con Dio, perché anche gli aspetti normali della vita rendono impuri.

E Gesù questo non lo tollera.

Quindi nel tempio Gesù trova i venditori di animali e i cambiavalute installati perché nel tempio non poteva entrare nulla di profano, nemmeno le offerte in denaro che dovevano essere versate: c’erano ben 13 casse per le offerte nei tempio, ognuna con le sue caratteristiche; e non potevano ricevere una moneta romana, cioè una moneta dei pagani, ma solamente le monete coniate dal tempio.

In realtà il tempio era diventato la più grande banca di tutto il Medio Oriente, perché, oltre alle offerte che la gente portava, i ricchi dove depositavano i loro beni? Un ricco che avesse dell’oro, che avesse dei gioielli, quale posto più sicuro per depositarli poteva trovare se non la stanza del tesoro del tempio di Gerusalemme?

Era senza dubbio il luogo più protetto di Israele, 200 poliziotti sempre in servizio, e poi c’era il timore… chi mai avrebbe osato andare a rubare a Dio?

Per cui era diventato la più grande banca del Medio Oriente. Il vero Dio adorato nel tempio non era Jahvè, il Dio di Israele, ma era Mammona, il dio del profitto.

Gesù, di fronte a questo, scrive l’evangelista, “si è fatto come un flagello di cordicelle”.

Perché questa espressione? Perché nell’attesa del popolo, il Messia era rappresentato con un flagello in mano. Cosa doveva fare con questo flagello questo Messia? Castigare i peccatori. Ebbene, anche Giovanni presenta Gesù con il flagello in mano, ma non castiga i peccatori o gli esclusi dal tempio, castiga proprio i dirigenti, le autorità del tempio.

“E scacciò tutti dal tempio”.

Dio non  ha bisogno di offerte.
In ogni religione il Dio esigeva le offerte. Nell’Antico Testamento, addirittura, questo Dio comanda: “E nessuno osi presentarsi a me a mani vuote”. Quindi in ogni religione Dio vuole delle offerte. Naturalmente, non è Dio che ha bisogno delle offerte, è la casta sacerdotale che inganna il popolo. Il popolo è convinto di offrirle a Dio, in realtà offre a quelli che li dominano.

Ebbene, Gesù presenta un Dio che non chiede offerte agli uomini, ma un Dio che si offre agli uomini.

Nel capitolo 4 di Giovanni vi è il bellissimo episodio della Samaritana che vuole sapere dove deve andare per offrire a Dio. Gesù dice: “È finito il tempo di offrire a Dio. È Dio che si offre a te”. E questo era inaudito, incomprensibile, non è l’uomo che deve offrire a Dio, non è l’uomo che deve togliersi il pane per offrirlo alla divinità, ma è Dio che si fa pane per offrirsi all’uomo. Sono i servi quelli che offrono al loro Signore, ma il Dio di Gesù è un Padre, e un Padre non si fa servire dai figli, ma sarà lui che servirà i suoi figli per comunicare loro la sua stessa vita.

Quindi Gesù caccia tutti dal tempio. Per prime le pecore. Prima abbiamo visto i tre animali che sono stati messi in ordine di grandezza: i buoi, le pecore e le colombe. Adesso l’evangelista scrive che Gesù caccia per prime le pecore. Questa espressione “cacciò le pecore” la troveremo al capitolo 10, quando Gesù si proclama il vero pastore e fa uscire le pecore dal tempio. Le pecore nel linguaggio simbolico rappresentavano il popolo: Dio era il pastore e le pecore il popolo.

Ebbene, i veri animali sacrificali sono le pecore, sono loro che vengono sacrificate in nome di Dio. Allora Gesù le fa uscire fuori: è finita l’epoca dei sacri recinti, è finita l’epoca dei templi, è finita l’epoca dello sfruttamento in nome di Dio, e Gesù libera le persone, fa uscire le pecore, i buoi e sparse le monete dei cambiavalute e i tavoli rovesciò”.

Dio non poteva comunicare con i sacerdoti poiché questi erano refrattari alla voce di Dio. Allora Dio cercava di comunicare con il popolo attraverso i profeti, e i profeti sono stati sempre perseguitati da tutti.

C’è un testo nel Capitolo 1 del profeta Osea che andrebbe sempre fatto riemergere dall’oblio, dalla dimenticanza: è un testo in cui è Dio stesso che parla, senza un linguaggio clericale, un linguaggio curiale, offendendo subito i massimi capi del popolo.

Inizia: “Ascoltate la Parola del Signore, capi di Sodoma (la città castigata da Dio). Prestate orecchio alla legge del nostro Dio, popolo di Gomorra. Che mi importa dei vostri numerosi sacrifici! Dice il Signore: «lo sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di bestie ingrassate, il sangue dei tori, degli agnelli, dei capri, io non li gradisco»“. Più chiaro di così non poteva essere!

Sentite che cosa dice Dio: “Quando venite a presentarvi davanti a me, chi vi ha chiesto di contaminare i miei cortili? Smettete di portare offerte inutili”. Quello che si offre a Dio, dice Dio, è un’offerta inutile. È un’offerta inutile perché Dio non chiede nulla. Dio non ha chiesto quest’offerta.

Addirittura: “L’incenso, io lo detesto. E quanto ai noviluni (cioè le feste liturgiche) i sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportarle!” (e questo ci consola perché, a volte, anche noi abbiamo pesanti certe cerimonie liturgiche.

Pensate, non le sopporta Dio, figurateci se riusciamo noi altri a sopportarle!

“L’iniquità unita all’assemblea solenne. L’anima mia odia i vostri noviluni e le vostre feste stabilite. Mi sono un peso che sono stanco di portare”.

Dio non sopporta queste riunioni, queste cerimonie liturgiche, questi piagnistei nel nome suo: “Quando stendete le mani distolgo gli occhi da voi”.

Allora Gesù si inserisce nel filone dei profeti che rifiutavano questo culto, ma in vista di una purificazione del tempio.

Qual è la differenza tra Gesù e i profeti? Gesù si inserisce nel filone dell’Antico Testamento, quello profetico, più volte farà sue le espressioni dei profeti.

Pensate quante volte Gesù cita il profeta Osea quando dice: “Imparate cosa significa, misericordia voglio, non sacrifici!”. È Dio stesso che dice di non volere sacrifici. Dio vuole misericordia, misericordia verso gli uomini.

Ebbene, Gesù si inserisce in questo filone, ma qui c’è stato il punto di incomprensione con il suo popolo e con i suoi discepoli; i profeti vivevano nell’ambito religioso e pensavano a una purificazione delle istituzioni: il tempio è corrotto, purifichiamolo; la legge è un guazzabuglio, chiariamola; i sommi sacerdoti sono delle persone corrotte, purifichiamoli; tutta l’attesa era di una riforma delle istituzioni.

Gesù no, Gesù non è un profeta, Gesù non è un inviato da Dio, Gesù è la manifestazione di Dio.

Gesù è il Figlio, cioè colui che ha tutto del Padre. Ebbene, quel Dio che nessuno ha mai visto, che si manifesta in Gesù, non è venuto a purificare il tempio, ma a eliminarlo: non c’è più bisogno del tempio. Il tempio era il luogo dove la gente si incontrava con Dio? Ora la gente con Dio si incontra in Gesù. Gesù è l’unico verso santuario attraverso il quale si irradia l’amore di Dio. E ogni persona che dà adesione a Gesù, diventa anche lui santuario.

Mentre i profeti denunciavano un culto ipocrita che copriva le malefatte, Gesù dice che la malefatta è il culto stesso. Gesù si rifà al filone dell’Antico Testamento, per esempio al profeta Geremia.

Gesù non propone mai qualcosa di contrario alla ragione. Gesù fa sempre una proposta di pienezza di vita e tutte le sue argomentazioni sono comprensibili. O, se non sono comprensibili, non perché non siano comprensibili da parte sua, ma per l’ottusità degli uditori. Gesù dice: “Se non credete a me, credete almeno nelle opere che io compio”.

Ebbene, i discepoli no. I discepoli travisano e vedono negazione di Gesù non un’azione di eliminazione del tempio (il tempio non ha più diritto di esistere, perché Dio è presente in ogni persona che ama), ma vedono un’azione simile a quella del profeta Elia. Elia era il profeta ardente di zelo per il Signore; dice Elia: “Sono pieno di zelo per il Signore”.

Attenti perciò alle persone piene di zelo per il Signore, sono pericolosissime, sono persone veramente tremende che portano soltanto danno, perché, accecate dallo zelo del Signore, sacrificano le persone!

Noi, invece, dovremmo essere sempre “pieni di zelo missionario”, come lo è stata Ezia Fiorentino.


Don Fabio Molteni
Giornata di preghiera comunitaria 18 dicembre 2016

IL SACERDOZIO COMUNE DEI FEDELI

 

1) Lo nascita di un popolo sacerdotale.

Cristo ha ottenuto la redenzione in quanto sacerdote e, proprio come mediatore, l’abbia offerta a coloro che sono disposti a concedergliela e a obbedirgli. Egli ha messo gli uomini in comunione con Dio e li ha resi a loro volta sacerdoti, cioè capaci di creare incontro fra Dio e l’uomo. La Chiesa, dunque, appartiene, a questo sacerdozio e partecipa di questo sacerdozio: ogni cristiano, in quanto battezzato, diventa partecipe del sacerdozio di Cristo, viene abilitato all’incontro con Dio e diviene strumento dell’incontro con Dio: come Cristo può fare della propria vita un sacrificio a Dio gradito. Ciò che la legge non può fare, il Cristo l’ha compiuto con un’unica offerta e per sempre: “Infatti con un’unica offerta, egli ha reso perfetti, per sempre quelli che vengono santificati” (Eb 10,14). Quindi i riti, inefficaci dell’AT, sono stati sostituiti dall’unico rito efficace, che consiste nell’offerta della propria vita. E’ una realtà unica, anche se fatta di mille azioni, giacché l’offerta diventa uno stile esistenziale e consiste nel: “Non vivere più per se stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi” (Cf. 2 Cor 5,15); è l’atteggiamento di chi sa di essere stato liberamente espropriato di sé. Notiamo nella formula di Eb 10,14 una differenza e un contrasto egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Nell’originale greco si nota molto bene il contrasto perché vengono adoperati due verbi in tempi diversi: da una parte c’è il verbo al perfetto tetelèioken = ha reso perfetti, e dall’altra al presente tous hagiazomènous = quelli che vengono santificati. Il tempo perfetto esprime un’azione compiuta che è avvenuta e permane tale; mentre il presente, come participio passato, indica piuttosto una dinamica ripetitiva come azione ricevuta. Siamo diventati perfetti e lo siamo diventando santi, Dio ci sta rendendo tali. Ecco il contrasto: per quel che riguarda lui è già stato fatto tutto, mentre per quel che riguarda noi, c’è ancora da fare. Noi, infatti siamo in divenire: quindi la ripetizione liturgica è in funzione proprio di questa nostra santificazione, ancora da completare. Nel concetto di perfezione c’è l’idea di comunione con Dio. Quindi abbiamo ottenuto la redenzione grazie al sacrificio di Cristo: egli ci ha salvati, ci ha messi in comunione con Dio, ha creato una buona relazione tra noi e Dio, ci ha fatti diventare amici da nemici che eravamo. Questo è un dato di fatto: la nostra natura è stata cambiata, da ingiusti siamo diventati giusti. Una volta per tutte ci ha resi figli: tuttavia stiamo diventando figli, perché dobbiamo ancora diventarlo concretamente, nel nostro modo di pensare, nel nostro modo di agire, giacché essere figli significa assomigliare al Padre, quindi essere proprio come Dio. Questa è la vita cristiana, presentata come crescita e maturazione, un divenire che comporta una risposta, cioè l’accoglienza della salvezza regalata.

 

2) Un’esistenza eucaristica.

La meditazione su Gesù Sommo Sacerdote e su di noi membra del popolo sacerdotale ci sollecita ad un primo atteggiamento cristiano: lo stupore che accompagna la gratitudine per il gesto di dedizione totale che il Signore, Figlio di Dio ha compiuto per ciascuno di noi. Il cristiano si scopre termine di dono gratuito immenso, immeritato. Per questo dalle sue labbra sgorgherà un sentimento di ringraziamento, che nascerà dalla contemplazione costante del crocifisso, quale sigillo irrevocabile dell’amore del Cristo, che mi ha amato e dato se stesso per me (cf. Gal 2,20). “Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cf. Gv 19,37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa lettera enciclica Dio è amore (1 Gv 4,8). E’ lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l’amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 12). Il cristiano contemplerà assiduamente il sacramento di questo dono totale, la sua presenza permanente: l’Eucaristia. Da essa trarrà la certezza della definitività dell’amore offertogli da Dio, conoscerà le profondità di questo amore e ne attingerà a piene mani per vivificare la sua esistenza. Benedetto XVI nella Deus caritas est al numero 13 afferma: “A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza duratura attraverso l’istituzione dell’Eucaristia, durante l’Ultima Cena. Egli anticipa la sua morte e resurrezione donando già in quell’ora ai suoi discepoli nel pane e nel vino se stesso, il suo corpo e il suo sangue come nuova manna (cf. Gv 6,31-33). Se il mondo antico aveva sognato che, in fondo, vero cibo dell’uomo, ciò di cui egli come uomo vive fosse il Logos, la sapienza eterna, adesso questo Logos è diventato per noi nutrimento, come amore. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione. L’immagine del matrimonio tra Dio e Israele diventa realtà in modo prima inconcepibile: ciò che era lo stare di fronte a Dio diventa ora, la partecipazione alla donazione di Gesù, partecipazione del suo corpo e del suo sangue, diventa unione. La mistica del Sacramento che si fonda nell’abbassamento di Dio verso di noi è di ben altra portata e conduce ben più in alto di quanto qualsiasi mistico innalzamento dell’uomo potrebbe realizzare”. Ecco perché il cristiano, innanzi tutto, metterà in atto una actuosa participatio alla celebrazione eucaristica, esercitando così il suo sacerdozio nella dimensione di culto sacramentale. Infatti, egli si ricorderà che non il ministro celebra la liturgia, perché il soggetto adeguato di ogni celebrazione liturgica è il Cristo tutto intero (CCC 1136). Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 1140: “E’ tutta la comunità, il corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra. Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione. (SC 26). Per questo ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata degli stessi”. (SC 27). Di conseguenza è decisivo che tutti i fedeli siano consapevoli che la celebrazione liturgica e sacramentale esige anche la loro partecipazione: in quanto in primo luogo nel divenire sempre più consapevoli del mistero che vi viene celebrato, aderendovi con tutto il cuore nel santo timore di Dio; in secondo luogo, nel far sì che anche per loro la mente concordi con quanto dice la voce (cf. San Benedetto, Regola 19,7), cercando di conoscere sempre meglio e con maggior abbondanza, magari grazie all’uso di sussidi liturgici, non solo le letture scritturistiche quotidiane, ma anche il ricchissimo patrimonio eucologico custodito nel messale, in particolare nelle preghiere eucaristiche, accompagnando con la propria mente le parole che il presidente dice proprio a nome della comunità, si noti che in pratica quasi tutte le preghiere della liturgia sono espresse alla prima persona plurale: sono appunto la preghiera della Chiesa; in terzo luogo, facendo seguire alle celebrazioni liturgiche, l’importante pratica devozionale dell’adorazione eucaristica e della visita eucaristica quotidiana, con cui ci conformiamo sempre più consapevolmente al dono ricevuto e adoriamo il Signore che si è donato a noi perché anche noi, resi concorporei e consanguinei a Lui, possiamo essere da Lui attratti nel suo movimento di adorazione al Padre e di consegna di sé ai fratelli; in quarto luogo, assumendo anche quei servizi ministeriali che servono a manifestare come sia tutta la comunità il soggetto della celebrazione, certamente evitando il rischio di confondere i ruoli, ma pure anche quello di assommare nel presidente tutti i ministeri e le azioni liturgiche, secondo quanto suggerisce in modo chiaro il Catechismo della Chiesa Cattolica ai numeri 1142-1144: “Ma le membra non hanno tutte la stessa funzione (Rm 12,4). Alcuni sono chiamati da Dio, nella Chiesa e dalla Chiesa, ad un servizio speciale della comunità. Questi servitori sono scelti e consacrati mediante il sacramento dell’Ordine, con il quale lo Spirito Santo li rende idonei ad operare nella persona di Cristo-Capo per il servizio di tutte le membra della Chiesa (PO 2; 15). Al fine di servire le funzioni del sacerdozio comune dei fedeli, vi sono inoltre altri ministeri particolari, non consacrati dal sacramento dell’Ordine, la cui funzione è determinata dai Vescovi secondo le tradizioni liturgiche e le necessità pastorali. Anche i ministranti, i lettori, i commentatori, e tutti i membri del coro svolgono un vero ministero liturgico (Cf. SC 29). In questo modo, nella celebrazione dei sacramenti, tutta l’assemblea è il liturgo, ciascuno secondo la propria funzione, ma nell’unità dello Spirito che agisce in tutti. Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza” (Cf. SC 18). Dalla riscoperta del sacerdozio comune operata dal Concilio Vaticano II sono poi originate ulteriori iniziative: la nascita dei ministeri laicali, quali il lettorato e l’accolitato, istituiti dalla Chiesa col motu proprio di Paolo VI Ministeria quaedam (15 agosto 1972); l’estensione ai laici della pratica, un tempo riservata al clero e ai religiosi, della Liturgia delle Ore, quale preghiera di tutto il popolo di Dio (CCC 1175); l’introduzione nella celebrazione eucaristica della preghiera dei fedeli, una volta limitata alla celebrazione della Passione del Signore il venerdì santo), perché nella preghiera universale, o preghiera dei fedeli, il popolo esercitando la funzione sacerdotale, prega per tutti gli uomini. (Cf. Institutio Generalis Missalis Romanis, n. 45).

 

3) Una vita che si pane spezzato per il mondo.

La celebrazione della Santa Messa, come pure le altre celebrazioni sacramentali e liturgiche, non termina uscendo di Chiesa: essa attende la sua verifica nel sacerdozio della vita cristiana, in particolare nell’offerta della propria vita insieme con Cristo per i fratelli. Come suggerisce Papa Benedetto XVI: “C’è da far attenzione ad un altro aspetto: la mistica del Sacramento ha un carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti: “Poiché c’è un solo pane, noi pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” dice san Paolo (1 Cor 10,17). L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. In non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani. Diventiamo un solo corpo, fusi insieme in un’unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé “. (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 14). L’amore per Dio è in rapporto all’amore per il prossimo e non solo perché Dio ci comanda l’amore per il prossimo e quest’ultimo funge da prova dell’amore per Dio. Il rapporto è molto più stretto: tanto che l’amore per il prossimo è in un certo senso non solo la prova dell’amore per Dio, ma la precondizione per amare Dio: Egli, infatti è il solo che si deve amare in adorazione al di sopra di ogni realtà; tuttavia non c’è amore per Dio che non sia già in sé amore del prossimo e che non torni a sé in altro modo che amando il prossimo. Solo chi ama il prossimo può sapere chi sia realmente Dio. E solo chi, in definitiva, ama Dio può riuscire a entrare incondizionatamente in relazione con l’altro uomo senza trasformarlo in mezzo per la propria autoaffermazione. Ciò non significa svilire il vero amore per il prossimo. Dio non è il rivale dell’uomo, ma anzitutto colui che rende comprensibile l’uomo, gli dona proprio la sua ultima radicale dignità e il suo significato, in quanto è intimamente unito all’uomo e lo sovrasta infinitamente. In quanto è amato per Dio, l’uomo viene amato nel suo intimo significato e nel suo intimo essere, e in quanto si apre veramente nell’amore per il prossimo, gli viene data la possibilità di uscire da se stesso in un vero amore, per amare Dio. Concludo con le parole di S. Agostino nel Commento al vangelo di Giovanni 17,8: “Sempre, in ogni istante, dovete ricordarvi che si deve amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e il prossimo come noi stessi (Lc 10,27). L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare. Enunciando i due precetti dell’amore, il Signore non ti raccomanda prima l’amore del prossimo e poi l’amore di Dio, ma mette prima Dio e poi il prossimo; ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Amando il prossimo rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio come chiaramente dice Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (1 Gv 4,20). Ti viene detto: ama Dio. Se tu mi dici: mostrami colui che devo amare, ti risponderò con Giovanni: Nessuno ha mai veduto Dio (Gv 1,18). Con ciò non devi assolutamente considerarti escluso dalla visione di Dio, perché l’evangelista afferma: Dio è carità, e chi rimane nella carità rimane in Dio (1 Gv 4,16). Ama dunque il prossimo, e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l’amore del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile, Dio”.

 

E Carlo Carretto scrive:

“Meditando a lungo su Nazaret ho sentito scaturire dal profondo di questo mistero una chiarificazione tra la vita del laico e la vita del sacerdote, tra l’apostolato dei laici e l’apostolato dei sacerdoti. Pensando a Nazaret ho trovato nella maniera di vivere di Gesù, Maria e Giuseppe l’ispirazione fondamentale della cosiddetta spiritualità dei laici.

Questa – la spiritualità dei laici – non dev’essere una brutta o bella copia di quella dei sacerdoti, ma un’altra cosa, autentica e genuina in sé, vera dinanzi a Dio e agli uomini. Altra è l’attività di un sacerdote, altra quella di un politico; altra è l’attività di un parroco, altra è l’attività di un lavoratore o di un padre di famiglia.

Se è vero che per spiritualità noi intendiamo il modo di pensare, vivere, sublimare, santificare gli atti della nostra vita, se ne deduce che il pensare, vivere, sublimare, santificare gli atti d’un sacerdote è cosa profondamente diversa da quella di pensare, vivere, sublimare, santificare gli atti di un lavoratore, d’uno sposo, di un sindaco… Il laico non deve fare il “quasi prete”, ma deve in virtù del suo stato santificare il suo lavoro, il suo matrimonio, i suoi rapporti sociali così vari, complessi ed impegnativi.

  1. Pietro nella sua prima lettera al cap. II, al versetto 4, dice rivolgendosi ai laici: «Voi come pietre vive siete edificati sopra di Lui (il Cristo) per essere una casa spirituale, un sacerdozio santo per offrire vittime spirituali gradite a Dio per mezzo di Gesù Cristo».

Tutti qui sono concordi nel dire che esiste per il battezzato un vero ed autentico sacerdozio, ben diverso naturalmente dal sacerdozio conferito dal Sacramento dell’Ordine, ma un sacerdozio reale che pone il laico in faccia alla creazione per interpretarla, vivificarla, liberarla, rappresentarla.

Il lavoratore è un sacerdote davanti al suo lavoro; il padre di famiglia è sacerdote davanti alla sua sposa e ai suoi figli; il capo di una comunità è sacerdote dinanzi ai suoi congregati; il contadino è sacerdote dinanzi al suo podere, il suoi animali, i suoi campi, i suoi fiori.

Io penso che troppo poco è stato sviluppato in questi ultimi secoli il concetto di sacerdozio regale di cui parla S. Pietro nella sua lettera ai cristiani e di ciò che significhi questo «offrire vittime spirituali gradite a Dio da parte del battezzato», e ciò ha creato in fondo l’aridità che noi sentiamo nel trattare l’argomento dell’apostolato dei laici e – direi di più – della posizione dei laici nella Chiesa ” (Carlo Carretto – Lettere dal deserto).


Don Fabio Molteni
Giornata di preghiera comunitaria 16 ottobre 2016

SACERDOZIO BATTESIMALE E SACERDOZIO MINISTERIALE

Quando dono quel che possiedo, quando porto la mia croce e seguo il Cristo,
allora io offro un sacrificio sull’altare di Dio.
Quando brucio il mio corpo nel fuoco dell’amore e ottengo la gloria del martirio,
allora io offro me stesso quale olocausto sull’altare di Dio.
Quando amo i miei fratelli fino a dare per essi la mia vita,
quando combatto fino alla morte per la giustizia e per la verità,
quando mortifico il mio corpo astenendomi dalla concupiscenza carnale, quando sono crocifisso al mondo e il mondo è crocifisso per me,
allora io offro di nuovo un sacrificio d’olocausto sull’altare di Dio…
allora io divento un sacerdote che offre il suo proprio sacrificio.

Quante volte ancora oggi si sente dire sacerdote per indicare il prete, o si fa riferimento al sacerdozio per intendere esclusivamente il ministero del presbitero? La lunga citazione di Origene potrebbe suonare, a orecchie poco avvezzate alla musica del Nuovo Testamento, una pia analogia spirituale, che vuole applicare alla sfera «profana» concetti e simboli del «sacro». Sebbene la teologia e il magistero, da almeno quarant’anni, abbiano riproposto autorevolmente la lettura sacerdotale dell’esistenza cristiana, non ci sono dubbi che essa non sia riuscita a far breccia nella mentalità e nel vocabolario corrente del popolo di Dio. Sacerdozio insomma è ancora principalmente quello ministeriale; la sua forma battesimale stenta invece a trovare una propria collocazione nell’autocoscienza e nell’immaginario religioso delle nostre comunità cristiane. Questo avviene probabilmente perché nello sviluppo della teologia del sacerdozio si è solitamente partiti, almeno dal tempo della Riforma e Controriforma, da un confronto diretto – quasi un’antitesi – fra sacerdozio battesimale e sacerdozio ministeriale, cercando per ragioni di polemica confessionale, di sminuire l’uno per esaltare l’altro e viceversa. I protestanti avevano eliminato il riferimento al sacerdozio per i ministri, estendendolo in modo indifferenziato a tutti i cristiani. I cattolici hanno risposto sottolineando sempre di più la dimensione sacrale della persona e del ministero sacerdotale e i suoi «poteri», separando i «sacri» pastori dal loro gregge e designandoli sacerdoti del culto piuttosto che ministri del popolo. L’articolo di E. Castellucci ci aiuta ad addentrarci nei percorsi della storia che ha segnato le tappe della «sacerdotalizzazione» del ministero a spese della «laicizzazione» del vissuto di ogni battezzato. Ponendo la domanda sul sacerdozio alla luce degli scritti apostolici (B. Maggioni) e dei primi Padri della chiesa ci si accorge, invece, della prospettiva originale da cui guardare per comprendere il sacerdozio cristiano. Né quello battesimale né tanto meno quello ministeriale sono il punto di partenza per una retta comprensione del sacerdozio. Il motivo è che l’unico sacerdote vero e proprio è Cristo, perché unica e irripetibile è la mediazione fra Dio e gli uomini che solo lui può offrire. Gesù è insieme vittima e sacerdote, colui che offre il sacrificio e colui che è offerto, e il suo sacerdozio, come il suo sacrificio, non è affatto rituale, è anzi talmente vitale da essere un unicum così singolare che non ha bisogno di alcun altro completamento. Al sacerdozio di Cristo partecipa il sacerdozio della chiesa, la cui peculiare caratteristica è di essere segno e strumento visibile e tangibile del mistero compiutosi nel Figlio di Dio (O. Marzola). Il battesimo, dunque, rende tutti i cristiani sacerdoti in quanto li unisce, li innesta nel corpo di Cristo, li consacra perché con la loro presenza nel mondo assicurino la manifestazione continua della comunione fra Dio e l’umanità. Il popolo di Dio, ci ricorda l’intervento di L. Sartori, è il primo depositario dell’investitura sacerdotale di Cristo, in quanto partecipe della sua missione di profeta, sacerdote e re. Potremmo dire che i cristiani sono inviati da Cristo per prolungare la sua azione sacerdotale nella storia: la chiesa in questa azione vive il suo essere sacramento della comunione che unisce Dio all’umanità e l’umanità a Dio, comunicando al mondo quella vita divina di cui è essa stessa fruisce per grazia. Un sacerdozio rivolto all’esterno dunque, a servizio del mondo, e in questo senso realizzatore di un culto che si esercita non nel tempio, ma lungo le strade, nei luoghi di incontro, di lavoro, di gioia e di sofferenza. Dal sacerdozio battesimale proviene allora un conseguente «ministero battesimale» (G. Zambon) che accomuna tutti i fedeli e precede le differenze di carismi e ministeri specifici che ognuno, a seconda della sua particolare vocazione, è chiamato a svolgere nella comunità. Questa ministerialità basilare rende ragione della corresponsabilità di tutti i cristiani alla comune missione che il concilio ricorda in Lumen gentium 10: «I battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce. Tutti quindi i discepoli di Cristo […] offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cf. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna».


GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA
Milano, domenica 5 giugno 2016
Mons. Giuseppe Longhi

 

LETTERA AI ROMANI
CAPITOLO 12

 

LA RISPOSTA DEI CREDENTI

Il culto spirituale
[1]Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. [2]Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Umiltà e carità nella comunità
[3]Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. [4]Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, [5]così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. [6]Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; [7]chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; [8]chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.
[9]La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; [10]amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. [11]Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. [12]Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, [13]solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità.

 

Carità verso tutti, anche verso i nemici
[14]Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. [15]Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. [16]Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.
[17]Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. [18]Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. [19]Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. [20]Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. [21]Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male.

La preghiera trasforma la vita e la storia del mondo

 

provocazioni

La nostra vocazione è stare davanti a Dio per tutti (E.Stein)

Chiamati ad essere la liturgia di coloro che sono muti per Dio (Balthasar)

Gesù è la nostra preghiera. Ha scelto di essere Lui il canto vivente di amore, lode, ringraziamento, adorazione, intercessione e riparazione al Padre per tutte la creazione, specialmente i più poveri tra i poveri, e coloro che non pregano, non sanno pregare, non hanno il coraggio di pregare, non vogliono pregare. (Teresa di Calcutta)

Essere cristiani, veramente “è imparare a vivere con la mano nella mano del Signore” (E.Stein)

La preghiera ci libera dall’egoismo e dalla solitudine e ci apre al mistero di comunione con Dio e con gli altri. Pregare non è imposizione, è dono, non costrizione ma possibilità, non peso ma gioia. La preghiera è il respiro dell’anima che deve abbracciare tutto ciò che fa parte della nostra vita. Tutto deve trovare in essa la propria voce. (Giovanni Paolo)

Pregare è respirare; sciocco è parlare di un perché? Perché respiro? Morirei.
Così è per la preghiera. (Kirkegaard)

Oggi un cristiano può dire al suo Dio che lo ama non solo con tutto il corpo e l’anima, ma con tutto l’universo. (Theillard de Chardin)

Il bello non può non essere oggetto di amore per coloro che lo conoscono. (Gregorio di Nissa)

È così che mi sento sempre e ininterrottamente: come se stessi tra le tue braccia, mio Dio, così protetta e sicura e impregnata di eternità. (Etty Hillesum)

L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. (Etty Hillesum)

La Chiesa scorge l’uomo nella sua miseria e nella sua grandezza, nel suo male profondo, innegabile, e nel suo bene superstite, sempre segnato di arcana bellezza e di sovranità indistruttibile.
Bisogna fermarsi maggiormente su questa seconda faccia felice dell’uomo che non su quella infelice. Occorre un atteggiamento molto e volutamente ottimista. Si riprovano gli sbagli, perché ciò lo esige la carità non meno che la verità; ma per gli uomini solo richiamo, rispetto e amore. Invece che deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece che funesti presagi, messaggi di fiducia. I valori degli uomini non devono essere solo rispettati, ma onorati, gli sforzi sostenuti, le aspirazioni purificate e accolte con gratitudine. (Paolo VI)

Trovare Dio è cercarlo senza posa, vedere veramente Dio significa non essere mai sazi di desiderarlo. (Gregorio di Nissa)

Dio abita dove lo si lascia entrare. (Gregorio di Nissa)

 

TEMPO DI IMPEGNO NELLA SPERANZA

È sempre momento sereno e gioioso ritrovare il Signore Gesù che visita le nostre famiglie, si pone in mezzo, come colui che tutti abbraccia con il Suo Amore e tutti riunisce nel suo sguardo comunicativo e originale, che viene e parla a noi qui oggi tra queste nostre case. Si comunica come dono gratuito e delicato, per portare novità di speranza nel cuore, avvicina le distanze che ci separano, si esprime in modo originale nei nostri piccoli che si aprono a Lui nella Prima Comunione.

Risana le nostre relazioni inquinate da sospetti e durezze, da ripiegamenti nel proprio guscio e ci espone al sole del Risorto e al vento dello Spirito che ci fa ritrovare il coraggio delle scelte nella società, nella famiglia e nella vita personale, che ci fa decisi a rotolare i macigni che ingombrano i percorsi umani con egoismi, ingiustizie, interessi di parte, accumuli e sopraffazioni.

Sospinti dalla libertà che la Pasqua ci comunica possiamo giudicare le precarie situazioni che stiamo attraversando, elaborare proposte e aperture che ci riscattano dalle pesantezze che soffocano l’onestà e la bellezza del nostro esser cristiani, rischiare scelte aperte al futuro che in sé ripropongano i valori spirituali e morali, che esaltano la dignità e la promozione integrale della persona, ne sostengono l’impegno e aprono possibilità inattese, generate dalla presenza misteriosa ed operante dello Spirito.

Nei periodi di decadenza, se ci lasciamo illuminare da Lui, ritroveremo la dimensione profetica che sa scavare nel profondo, che sa leggere anche nelle pieghe dolorose le possibilità, che sa interpretare le attese contorte e farraginose, che sa spalancare le chiusure e fa risplendere di nuova luminosità il cuore e la mente del credente.

Non di profeti di sventura abbiamo bisogno, ma di persone profetiche che sanno soffrire sperando, amare credendo, donarsi nella gratuità del servizio.
È tempo di solidarietà nel lavoro, nelle difficoltà, nel cammino da intraprendere…;
è tempo di cambiamento culturale e spirituale per ritrovare radici solide;
è tempo per ridimensionare ogni sovrappiù nel consumo, nello spreco, nel benessere eretto a idolo ossessivo;
è tempo in cui a tutti, anche ai giovani, debbano essere richieste risposte responsabili e coraggiose;
è tempo di ritornare all’essenziale per salvare la dignità della persona e la sua libertà;
è tempo di saper incontrare ogni persona di ogni razza e religione… .

 

Carissime
al centro del nostro incontro sta il mistero della croce con il crocifisso: segno di Dio che è amore e segno dell’uomo liberato dall’amore. Anche nel nostro cuore la misericordia di Dio opera, risana, perdona, rinnova. Siamo creature libere perché amati e perdonati, perché possiamo guardare al futuro sperando e pregando, perché vogliamo ritrovare il volto del crocifisso sul volto dei fratelli.

Tutti chiamati a fare spazio in noi agli altri; anche se feriti e amareggiati per una cultura di morte e distruzione sempre più violenta e cieca, desideriamo consolare e gratificare, uscendo dalla banalità e dalla precarietà, diffondendo invece la speranza e la fiducia.

Ogni persona è autentico sacramento vivo della presenza di Dio che a tutti trasmette la sua vita, che non si stanca mai di farsi vicino a ogni creatura.

La croce di Gesù è provocazione, che, se accolta nel cuore, riaccende la nostalgia prepotente di un mondo di bontà e di solidarietà, di libertà e di serenità, perché disegna un modo diverso di essere uomini, amici degli altri uomini e nel\ contempo amici di Dio, persone che amano il cielo e la terra, sedotti da Cristo ma innamorati di questa nostra epoca anche se contorta e confusa. La debolezza dell’amore crocifisso garantisce il futuro della terra con la pace e il perdono e, sostiene l’inarrestabile pellegrinaggio umano verso la ricerca della bellezza e della gioia.

Cristo Crocifisso è il Povero che accoglie in sé gli incompresi, gli umili, coloro che soffrono e che sanno vedere lontano e accettare la sofferenza dell’altro nel proprio cuore; ci invita a essere misericordiosi e a uscire dalla mediocrità che mortifica e dal terribile male dell’indifferenza che è appiattimento dello spirito, che non sa né capire né lasciarsi interrogare in profondità né affrontare con coraggio e generosità gratuita le proprie vicende e quelle dei poveri. Occorre essere umili, poveri e misericordiosi per vivere autenticamente il Vangelo.

Sulla croce ritroviamo il volto di Dio e il volto dell’uomo.

Sulla croce ritroviamo il volto di Dio e il volto dell’uomo.

Anche noi a collaborare con il crocifisso perché il suo amore misericordioso consoli il cuore, tocchi la profondità, inventi itinerari inediti di liberazione e di pace; apra strade nuove perché ogni barriera sia rimossa, ogni ripiegamento raddrizzato, ogni groviglio sciolto, ogni malessere risanato, ogni distanza ravvicinata.

Essere trasparenza dell’abissale amore del crocifisso perché la società “plurale” di culture, religioni, razze e situazioni ritrovi la capacità di coabitare nel rispetto e nell’aiuto a ogni persona. Anche noi figli di un Dio che ha deciso di compromettersi nella nostra umana vicenda privilegiando la via della croce, dell’amore povero e misericordioso, anche noi siamo chiamati a offrire un contributo personale e impegnativo alla costruzione di una nuova umanità.
Vivere questa missione è per la comunità cristiana essere aperti alla comunione che supera ogni particolarismo, alla collaborazione responsabile nella ricerca delle modalità più opportune perché la persona sia sempre al primo posto. Auguro a tutta la città e in particolare alla comunità cristiana la fedeltà profonda alla propria storia ricca di fede e di amore e quindi di umanità e di libertà, di intraprendenza fattiva, di intelligenza attenta alle nuove emergenze sociali e giovanili, di incontro e confronto culturale e religioso, di sostegno fiducioso al sofferto mondo del lavoro. Essere chiesa tra le case della gente per superare ogni blocco che divide ed esaltare la bellezza di essere presenza viva che orienta al bene autentico, che sa interpretare le attese, che sostiene ogni apertura e fa spazio a ogni voce profetica.

Vogliamo in questi momenti ringraziare Dio per tutto ciò che ci ha concesso di vivere di bene, di bello e di buono in questi anni: Lui tutto sa e comprende. Vogliamo anche chiedergli il dono della misericordia per quanto di fedeltà al crocifisso non abbiamo saputo vivere. In ogni relazione di amore autentico nulla va perso, né di gioia né di dolore. Vogliamo ricordare in questi momenti persone ed esperienze ricche di gratuità e di gioia, di serenità e speranza, ma anche passaggi dolorosi e duri: la povertà che rischia di umiliare e mortificare, le divisioni nelle famiglie, la perdita della fede che genera qualunquismo, i giovani senza orizzonti sicuri, gli anziani soli, gli ammalati. Fanno soffrire la carenza di ideali, l’egoismo dominante, la malattia e la morte, soprattutto se giovane.

Vogliamo ringraziare e benedire ogni persona presente o assente per tutto il bene ricevuto, la comprensione e la stima, l’affetto e la condivisione nella collaborazione e nella corresponsabilità.

Vogliamo chiedere a tutti una preghiera e a tutti offrire un ricordo di affetto e di sincero augurio. Con il crocifisso negli occhi e nel cuore ritroveremo gli altri come fratelli e diffonderemo nella città e nel mondo la gioia e la fiducia.


GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA

Milano, domenica 13 marzo 2016
Mons. Giuseppe Longhi

LETTERA AI ROMANI
CAPITOLO 8, vv.5-17

5Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. 6Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. 7Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. 8Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.

9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. 11E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

12Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, 13perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete.

Figli di Dio grazie allo Spirito

14Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». 16Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. 17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

VIVERE È CREDERE ALL’AMORE

In queste domeniche, con saggia insistenza e senza incertezze, le letture bibliche ci orientano a rifare la scelta fondamentale che dà origine e senso alla vita individuale e sociale, quella dell’amore, e della comunione. Qui c’è l’essenza del mistero della Chiesa: dal cuore del Padre l’Amore si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona per costituirci tutti “un cuor solo e un’anima sola”.

In questo la Chiesa è segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano.
La carità è il cuore della Chiesa. Così pensava S. Teresina: “Capii che la Chiesa aveva un cuore e che questo cuore era acceso di Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa. Capii che l’Amore racchiudeva tutte le vocazioni, che l’Amore era tutto”

Siamo fatti per amare: per vincere tristezza e morte, in una società che sembra sprofondare nel nulla; dove è angoscia e amarezza, siamo chiamati a esprimere le potenzialità di bene tra noi, per superare i condizionamenti negativi che avviliscono la vita. Siamo invitati a ritrovare l’umiltà per andare incontro alla solitudine, all’abbandono, alla disperazione del fallimento ma anche per accogliere in noi i frammenti di luce e di speranza che ogni persona porta in sé; soprattutto a custodire ed esaltare quella riserva innocente di potenzialità che i piccoli ci offrono.
I nemici di sempre sono la brama di possesso, la durezza ingrata e sorda, la superficialità che tutto svilisce e mortifica; l’orgoglio e l’egoismo che soffocano la bellezza dell’umiltà e della povertà del cuore.

Penso anche alle parole sempre esigenti di S. Giovanni: “Dio è Amore. Chi non ama non conosce Dio”: è perché ci siamo staccati da Lui che non riusciamo più a condividere con amore tutta la nostra esperienza: moltiplichiamo così le incomprensioni, giustifichiamo le separazioni e i distacchi, entriamo in quella logica perversa del male che tutto ammette, anche gli eccessi orrendi, anche le violenze disumane.
È bello e impegnativo sperimentare la presenza dello Spirito, amore vivente, che non ci abbandona alla desolazione ma ci orienta ancora alla gratuità e alla generosità, che ci trasforma e assimila a Cristo Risorto, per divenire costruttori di un mondo libero e fraterno.

UNA CHIESA UMILE, POVERA E MISERICORDIOSA

Carissimi tutti,
pregate per noi perché siamo umili, poveri, misericordiosi. Il prete rimane sempre tale perché chiamato ad annunciare Cristo e a servire la Chiesa con tutte le sue potenzialità. Di per sé non va “in pensione” ma vive il suo ministero sempre, anche se, con obbedienza al Vescovo, rinuncia alle responsabilità più impegnative per la fatica dell’età, per il progressivo ridursi delle risorse, o solamente perché è opportuno farsi da parte con semplicità. La Comunità ancora cammina e ha le capacità di rinnovarsi con apporti più giovani, per superare la ripetizione spesso pesante e per fare spazio a esperienze inedite. Nella Chie­sa siamo chiamati a servire il popolo di Dio perché viva la gioia della fede e dell’amore. Indispensabile è Lui, Cristo Gesù morto e Risorto; noi preti siamo solo utili, tutti, con tutte le capacità. La comunità cristiana è chiamata a modellarsi e lasciarsi guidare sempre da Lui, valorizzando ogni ministero laicale e accogliendo in profondità la voce sofferta e le urgenze dei più deboli; sempre con carità aperta, intelligente e solidale.

Solo una Chiesa povera coi poveri, disponibile e servizievole può guardare con fiducia non solo al futuro ma anche al presente per una reale conversione al Vangelo. Povera perché sa ascoltare, vedere, condividere umiliazioni e disagi, ma anche speranze e aperture e sa incarnarsi in questa nostra storia con la determinazione ad amare che le viene dal Crocifisso Risorto che ci permea col suo Spirito.

Ma se mi chiedete quale è il legame più profondo, non ho dubbi, è quello della Misericordia: dono inatteso di Cristo Crocifisso che ci ricostruisce nel cuore e nella mente per essere veri Suoi discepoli; che ci perdona e sostiene e guida anche oltre le nostre attese; che sa accettarci nel bene possibile sempre supe­rando la logica tragica del peccato. E le ore più preziose per un prete sono quelle trascorse in confessionale ad accogliere i fratelli e le sorelle e aiutare tutti ad aprirsi al perdono. Chi, toccato dalla misericordia divina, non ha ritrovato serenità e fiducia?
E poi uscire nel quotidiano cammino e vivere da “misericordiosi”, cioè persone che sanno incontrare gli altri con sguardo umile per rilevare ogni traccia di bene e abbandonare invece giudizi e visioni negative. I misericordiosi sanno comprendere e scusare e non giudicare. Così ogni persona è considerata im­portante perché vale la misericordia di Cristo Crocifisso e perché da Lui valorizzata genera attorno a sé libertà e speranza.


GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA
Milano, domenica 17 gennaio 2016
Mons. Giuseppe Longhi

SECONDA LETTERA AI CORINZI
CAPITOLO 5, vv.14-21 / CAPITOLO 6, vv. 1-2

14L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. 15Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. 16Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. 17Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
18Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. 20In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Ecco ora il giorno della salvezza!

1Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. 2Egli dice infatti:

Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso.

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

PER UNA COMUNITÀ
CHE SA GUARDARE “OLTRE”

È possibile essere santi in questo nostro tempo, in questa Chiesa, in questa comunità? È possibile essere semplicemente e coscientemente cristiani senza impegnarsi seriamente ad esserlo?
Come Cristo nel Vangelo ci indica: “beati i puri di cuore”, coloro che non tergiversano e non si disperdono nelle cianfrusaglie; coloro che non si accontentano e rifiutano l’imposizione della misura “bassa” per non scomodarsi e infastidire. Coloro che non stanno quieti nell’itinerario previsto, smussato da ogni angolosità; coloro che si lasciano toccare dalle provocazioni evangeliche che scardinano le false sicurezze e spingono ad elaborare ricerche esigenti e impegnative a servizio del povero e del maltrattato, di chi vive la umiliante prigionia della solitudine o della disperazione.
“Beati i miti”. Coloro che sanno vedere con occhi trasparenti la vita spesso offuscata dal male ma sempre potenzialmente disponibili all’amore e desiderosi della luce che ridoni profondità e bellezza ai volti e sappia accogliere e valorizzare le reazioni se­grete del cuore.

“Beati i poveri”. Coloro che leggono il desiderio nascosto di bene, che fatica talora ad emergere nelle situazioni intricate o percorse dal dubbio e dalla paura e sanno partecipare con fiducia alla ricerca del bene comune e condividere ogni sforzo di liberazione verso una giustizia rispettosa dei fondamentali diritti della persona. Il puro di cuore ha occhi profondi per penetrare nel mistero stesso della vita e della morte e per scorgere la speranza che rinasce per opera dello Spirito Santo anche nel momento della malattia e della sofferenza; per credere già da ora alla gioia dei santi e dei nostri defunti che vivono ormai immersi in Cristo morto e risorto la pie­nezza di un’esistenza felice.

“Beati i misericordiosi”: chi non trattiene le offese ma sa perdonare e ridonare fidu­cia, perché ha ritrovato l’esperienza di essere tutto in Cristo: va sempre oltre la me­diocrità di gesti e desideri scontati e ripetitivi perché nell’umiltà della preghiera riac­quista la tensione essenziale che lo porta ad aprirsi con fiducia a Dio e a donarsi senza calcoli agli altri, ritrovati fratelli nel cammino della vita. Quando Gesù ridiventa nella fede il centro e il fine di ogni vita, e di ogni creatura, la Chiesa rinasce come presenza che genera carità e gioia, casa di credenti e non credenti aperta alle altre religioni, con le porte sempre spalancate ma soprattutto col desiderio di uscire da ogni ipocrisia di potere e da inutili ripiegamenti. È un percorso esigente che invita alla conversione radicale, a chiedere molto a noi stessi per essere verso gli altri accoglienza di amore e di comprensione.

I santi ci sostengono con la loro intercessione, i nostri morti ci dicono le scelte autentiche che valgono per la vita eterna.
In noi sta la capacità di accettare “l’oltre”.

CAMMINARE CON FIDUCIA

Abbiamo bisogno di Cristo Gesù, dell’Amore inatteso e originale che apre gli occhi alla speranza e il cuore all’entusiasmo, che smuove resistenze e rigidezze perché possiamo accogliere nella vita chi soffre disagio e disperazione, sofferenza e amarezza per l’indifferenza e l’incomprensione.

Di Lui, Crocifisso per amore e risorto e operante tra le nostre meschinità che ci richiama alla gioia di essere e vivere come dono quotidiano, come figli di Dio e fratelli tra noi. Di Lui, che scuota e risvegli le coscienze assopite, per riprende­re invece con più coraggio il nostro cammino verso una società ospitale e giu­sta.

Questa è la nostra vocazione: amati da Lui, con Lui possiamo portare al mon­do insoddisfatto motivi di speranza e di gioia. Alle persone in ricerca della veri­tà Cristo si offre come guida per indicare la strada delle Beatitudini, della piena realizzazione dei desideri e delle attese del cuore perché ancora una volta a tutti dona il suo amore.

Abbiamo bisogno di Lui, per saper ritrovare la dignità profonda del nostro es­sere comunità, di chi sa accettare e condividere e ricercare sempre il bene, il buono, il bello e il vero per ridonare alla società un respiro umano. Di chi sa respingere furbizie e sotterfugi, ingiustizie e corruzioni, ladrocini ed egoismi giustificati, per essere invece comunità nuova che sta nella società portando ogni contributo di umanità, accettando e vivendo le sfide attuali con coraggio: il rispetto della vita sempre, il dialogo interculturale, l’incontro interreligioso, la salvaguardia del creato e soprattutto l’attenzione ai più fragili che subiscono maggiormente il peso delle difficoltà, la carenza di lavoro, la fatica della solitu­dine, della malattia e della povertà, l’orrore della guerra.
Siamo ancora capaci di speranze in queste circostanze sociali difficili e delu­denti? In una ritrovata fedeltà a Cristo e all’uomo possiamo costruire e ripro­porre esperienze di accoglienza e di fraternità superando stanchezze e inatti­vità.

Vivere è credere all’amore sempre, è crescere nella libertà dello Spirito, è ritrovarci solidali, è accompagnare i nostri figli ad aprirsi a Gesù, è lasciarci toccare dalla loro innocenza, è proporre a tutti itinerari evangelici semplici e solidi, è ascoltare la voce di Dio che ci chiama a seguirlo per sempre, per servire il Suo Regno e annunciare la parola di salvezza (Giornata delle Vocazio­ni).

LIBERTÀ DI FUTURO

Le voci che si rincorrono nella nostra comunità cristiana dicono desideri e atte­se di esperienze ecclesiali ed evangeliche autentiche, di prospettive che supe­rino le facili previsioni e soprattutto sappiano liberarci da un’aria deprimente nel sociale e rigenerare motivi di fiducia. La Chiesa può correre il rischio di orizzonti corti, o illusi o asfittici. Tutti invocano dallo Spirito, soffio di Dio, che ci immerga in una visione profetica: coraggiosa nella fede e nella carità, interpre­te lucida delle esigenze primarie delle persone, generatrice di modi nuovi di essere delle nostre Comunità.
Dove cercare germogli di speranza, segni del volto di Cristo Crocifisso e Risor­to, che agisce con una presenza discreta e provocante, perennemente fedele e misericordiosa in ogni uomo e in ogni situazione?
Siamo tutti invitati a moltiplicare i segni di speranza, a cercare germogli di be­ne e a riproporli con coraggiosa determinazione, a condividere ogni presenza.

Nel presente il futuro ci chiama e ci attira a sé; più che risposte pone domande che esprimano i desideri del Vangelo, alimentino la ricerca di segnali di spe­ranza e di giustizia, che ridonino slancio alla solidarietà umana. I cristiani sono gente affamata di infinito ma alla ricerca di sapienza incarnata, di disagi e sof­ferenze e solitudini da condividere; “non si cammina solo per arrivare ma an­che per vivere mentre si cammina” (Goethe).
Siamo chiamati dal futuro a sognare la libertà per una storia nuova. Guardare l’oggi dalla prospettiva del sogno perché la vita è sintesi mirabile tra condizio­namenti e sogni.
Maranatha, il Signore viene, è la supplica incessante per invocare una nuova aurora, un mondo nuovo, diverso da quello dei sondaggi.
“lo sono colui che era, è, viene: è il totalmente Altro che viene perché la storia sia totalmente diversa da quella che è” (Ranher).
“Il fiume inizia con la prima goccia d’acqua, l’amore con il primo sguardo, la notte con la prima stella, la primavera con il primo fiore” (don Mazzolari).
“Il futuro entra in noi molto prima che accada” (S, Weìl).
“Un divino che non faccia fiorire l’umano non merita che ad esso ci dedichia­mo” (D. Bonhoeffer).
Vivere è esplorare le frontiere del futuro: è libertà di futuro.


GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA
Milano, domenica 11 ottobre 2015
Omelia Mons. Giuseppe Longhi

CHIESA E MONDO

La nostra è una realtà religiosa popolare che esprime ancora le sue peculiarità di carità, di gioia, di laboriosa fedeltà, di sensibile attenzione ai più piccoli, di ricerca e di ascolto della Parola che genera una fede attiva, capace di superare l’indifferenza e soprattutto il rischio della separazione tra vita e fede.

Ci lasciamo guidare dal Vangelo che l’Arcivescovo propone alle comunità per il cammino pastorale.

IL CAMPO DI DIO E’ IL MONDO

Nel campo di Dio: “un uomo ha seminato del buon seme nel suo campo”. L’iniziativa sorprendente di Dio apre la strada e a tutti si manifesta gratuitamente, ci incontra con il Suo amore che neppure il peccato può distruggere o intaccare e l’amore di Dio ci precede sempre. Colui che semina è Gesù, che ama la nostra libertà e la provoca ad aprirsi. Il terreno è l’uomo, è l’umanità, ogni singolo uomo, è ciascuno di noi: siamo terra in attesa del seme, terra ricca di spiritualità, terra irrigata.

Siamo anche noi pronti a ricevere il seme della Parola di Dio, vera protagonista di tutta la storia del campo. La Parola seminata, calpestata, soffocata, dissipata, accolta male, germina la fede umile e forte. Della Parola non si può far a meno, perché terreno e seme sono stati creati l’uno per l’altro.

Il seme esige la collaborazione e il coinvolgimento della libertà per divenire grano. Il Signore del campo attrae e non sottomette, esalta la libertà e la coinvolge. L’uomo che taglia la sua relazione con la Parola diviene steppa arida senza più autenticità e orizzonti di senso. L’efficacia della Parola si rivela nel suscitare le aspirazioni, interpretare i problemi, purificare dal peccato, salvare dal male la vicenda della libertà umana, suscitare relazioni nel campo personale e sociale. Ci dona uno sguardo nuovo, non più negativo e impaziente, ma semplice e fiducioso, che aiuta a superare la visione miope del mondo; uno sguardo misericordioso che sa commuoversi, comprendere e servire.

Questa la certezza: siamo seminati da Dio, portiamo in noi il “bene” di Dio.

Ci lasciamo prendere per mano dall’esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii Gaudium.

ALLA RICERCA DELLA GIOIA DEL VANGELO

“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento.” (Papa Francesco)

Quando ci si chiude sui propri vantaggi e soddisfazioni, non c’è più spazio per i poveri che ci parlano di Dio e ci indicano coloro che nel disagio soffrono e sperano. Il bene tende sempre a comunicarsi e ogni esperienza di bontà e bellezza accresce il fascino della vita.

La vita in tutte le sue espressioni cresce e matura nella misura in cui la doniamo con umile trasparenza, perché diventi realtà preziosa di incontro e di dialogo fra le persone; Gesù a tutti i battezzati e agli uomini di buona volontà chiede di superare tristezze e scoraggiamenti e di proclamare con la vita la bontà e la fiducia, diffondendo benedizioni e consolazioni.

IL FASCINO DELLA VICINANZA

È indispensabile perché la chiesa è madre che comunica con l’affetto, con l’amore, con i gesti, con le parole, non con decreti o documenti. Bussa alla porta del cuore per abbracciare chi è nel bisogno; si china con le mani nude a curare la carne di Cristo nei poveri; comunica la fede attraverso l’amore e cerca un patto tra le generazioni.

Ai giovani chiede di non guardare dal balcone, ma di rimanere immersi nelle strade, per offrire freschezza e profezia, per essere luce che indica i segni del mondo futuro.

Agli adulti chiede di aprire le porte alla novità, di accogliere le risorse giovanili, di essere coerenti sempre, nella fedeltà al Vangelo e alla propria vocazione.

Immaturità è non avere sguardi di speranza, aperture di orizzonti, promesse credibili. Contro la cultura dello scarto, costruiamo una società sinfonica, capace di offrire spazio a tutti, ciascuno col proprio ruolo da giocare nelle relazioni tra le diverse età.


GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA
Milano, domenica 11 ottobre 2015
Meditazione Mons. Giuseppe Longhi

SECONDA LETTERA AI CORINZI
CAPITOLO TERZO

Ministri della nuova alleanza

1Cominciamo di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo forse bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? 2La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. 3È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani.

4Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. 5Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, 6il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita.

Novità del Nuovo Testamento

7Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, 8quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9Se già il ministero che porta alla condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero che porta alla giustizia. 10Anzi, ciò che fu glorioso sotto quell’aspetto, non lo è più, a causa di questa gloria incomparabile. 11Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo.

12Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza 13e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli d’Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. 14Ma le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. 15Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; 16ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto. 17Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. 18E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.

CAMMINARE NELLA SPERANZA

“La Bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come sabbia, le credenze si succedono l’una sull’altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutti e per tutte le stagioni ed un possesso per tutta l’eternità” (0. Wilde)

La bellezza genera la speranza che inventa strade nuove e sa osare sempre “oltre”; che risveglia desideri e attese; che sa progettare con Dio il futuro e camminare in avanti con ogni uomo.

Crediamo che nel cuore di ogni persona c’è profondo bisogno di amore, oltre il buio del dubbio e della solitudine tormentosa.

Crediamo nella comunità che può vivere una fede meno statica e più generativa, meno efficiente e più accogliente e sciolta e libera.

Crediamo che la fede è sposa fedele, umile e povera; che la carità è una madre ardente, generosa, intuitiva ed instancabile; che la speranza è la sorellina insignificante ma che dà unità alla molteplicità delle risorse ed esigenze contrapposte e cammina sempre sollecita e fiduciosa. Crediamo che la misericordia è la sorpresa di un amore che non si esaurisce ma che sa ricreare il bene e la gioia; sa restituire fiducia e serenità anche e soprattutto ai poveri che ci guardano e interrogano, in attesa di una solidarietà per ora incerta e insufficiente.

Crediamo che è possibile e auspicabile vivere insieme come diversi nell’accettazione dell’altro, senza distruggersi a vicenda e senza ignorarsi ma stimolandosi mutuamente per una maggiore autenticità di vita; incontrarsi tra credenze, religioni e abitudini diverse, superando steccati o conflitti, aperti a favorire gli uni il bene degli altri; promuovere la cultura che supera lo scarto e l’esclusione ma che sa creare rispetto e cura per tutte le creature, soprattutto per la vita.

Anche noi possiamo uscire dalla paura del nuovo e del diverso (dialogo, preghiera, confessione…), affrontare i rischi legati alle nostre precarietà, ripartire dall’amicizia tra noi e con i poveri, illuminare ogni frammento con la luce debole e affascinante del Vangelo.

Possiamo camminare insieme come fratelli che si capiscono e si aiutano e sanno spartire i loro doni e lasciare spazio allo Spirito che lavora più e meglio di noi.

LA SFIDA DELLA BELLEZZA

Tutti siamo immersi e tesi alla ricerca della bellezza in modi diversi, con mente e cuore desiderosi di pacificazione e di scoperta di novità, per alimentare esperienze più aperte, per uscire da schemi asfittici nel considerare la vita delle persone e della città. Una crescita della bellezza curerebbe molti dei nostri mali, individuali e collettivi, diventerebbe la sorgente di liberazione e la forza per rigenerare le esauste riserve di energia.

La bellezza è Dio, è lo Spirito Santo, è Cristo Gesù, è l’uomo, è la vita, è l’amore, è la creazione, è la nostra vicenda umana: amati da Dio per amarci tra noi, nella consapevolezza di dover migliorare quotidianamente l’intensità delle nostre relazioni. Si può vivere con scarsa scienza, con povertà di cose, anche con poco pane, ma mai senza la bellezza perché non ci sarebbe più nulla di affascinante: la bruttezza scatena gesti disumani, mortifica la libertà, esplode in assurdità e violenza feroce. È la bellezza che genera amore e compassione, meraviglia e stupore, giustizia e pace; che ci attrae e seduce, anche se irrequieti e incerti, verso ideali esigenti ed entusiasmanti, ci trasforma e scioglie i blocchi di pensieri irrigiditi, cattiverie e angolosità; ci smuove da ciò che è stantio e ammuffito; ci può di nuovo aprire alla scoperta dell’impensabile e della felicità. In questi tempi di crisi per la ridotta tensione nel bene, vivere la bellezza è una sfida non facile, ma è come il sole che ogni giorno rispunta e riduce l’oscurità, riscalda e rigenera la forza della vita in ogni creatura. È come luce che dona bontà e attrazione ai volti, nella molteplice variazione dei colori; è come goccia che scava anche la pietra più dura. “La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni, ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza” (A. Camus). Anche noi affascinati dalla bellezza possiamo aprire l’esperienza di tutti i giorni alle voci nuove che ci raggiungono, a desideri di bontà gratuita e imprevista, alla sorpresa del bene che nella sua debolezza smuove rigidità e chiusure. L’amore è la bellezza più originale.

Questa è la nostra vocazione: rivivere la gioia inesauribile dell’amore che è Dio. Tutta la felicità del mondo deriva dal pensare e far posto agli altri, le sofferenze dal pensare solo a se stessi.

LIBERI PERCHÉ POVERI

Nel Vangelo Gesù rilancia la prospettiva per essere persone non più omologate al sistema del consumo e dello spreco: dacci oggi il pane quotidiano, quello sufficiente per ogni giornata, come la manna, non il di più, perché genera affanno e ingordigia. È libertà vivere come gli uccelli del cielo e crescere come i gigli del campo, con la loro irripetibile bellezza. Siamo liberi perché ci affidiamo alla Provvidenza e alla Misericordia di Dio.

I momenti che insieme stiamo affrontando, le difficoltà nelle famiglie, nel lavoro, nel fine mese, nella salute, nella vita ci chiedono attenzione e dedizione all’essenziale, perché tutto ciò che non serve “pesa”, ingombra, infastidisce le relazioni e le complica con tensioni possessive. Anche noi chiamati ad essere poveri in Gesù povero: nella croce e nel pane dato a tutti offre il suo amore che riporta la gioia nel cuore.

Meno cose e più intelligenza del cuore che libera dai “padroni” e che esalta i desideri di santità; il povero difende la possibilità di agire nella libertà, in attesa sempre sorprendente di aprirsi e abbandonarsi all’amore del Padre, senza l’affanno che mortifica e l’abitudine annoiata che ingiallisce tutte le pagine della vita.

Povero è chi sa trovare il tempo per chi si ama, è che sa leggere il silenzio di chi soffre, è chi apre le porte per condividere valori nascosti, è chi ridona spazio all’incontro, è chi contempla una luce e un fiore per guardare in alto, è chi cammina con fiducia, è chi sa che Lui è già arrivato…

Il cristianesimo è una sconvolgente liberazione: supera i piccoli desideri per immergerci nell’infinito della Misericordia, per inseguire ciò che si alza in volo e ci mette in armonia con le voci differenti, è vivere un rapporto fiducioso con se stessi, la natura, gli altri e con Dio.

Cercare e costruire il Regno è coltivare le relazioni del cuore, proclamare la pace, stendere una rete di solidarietà per accogliere naufraghi e disperati; è ritrovare fiducia negli altri, visti con gli occhi di Dio e accolti nella loro diversità, è inventare risvolti costruttivi di conforto e di consolazione in una vicinanza rispettosa e aperta.


Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo

RITIRO SPIRITUALE
Milano, 7 giugno 2015
Meditazione Mons. Gian Giacomo Sarzi Sartori

«Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori…»
IL CAMMINO TRINITARIO DELLA VITA CRISTIANA

«… lo piego le ginocchia davanti al Padre,
dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome,
perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo
Spirito nell’uomo interiore.
Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità,
siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la
profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di
tutta la pienezza di Dio.
A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare,
secondo la potenza che già opera in noi,
a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù
per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen».

(Efesini 3,14-21 )

«…la solennità liturgica di oggi, mentre ci fa contemplare il mistero stupendo da cui proveniamo e verso il quale andiamo, ci rinnova la missione di vivere la comunione con Dio e vivere la comunione tra noi sul modello della comunione divina. Siamo chiamati a vivere non gli uni senza gli altri, sopra o contro gli altri, ma gli uni con gli altri, per gli altri, e negli altri. Questo significa accogliere e testimoniare concordi la bellezza del Vangelo; vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori. In una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere lo splendore della Trinità e di evangelizzare non solo con le parole, ma con la forza dell’amore di Dio che abita in noi.

La Trinità è anche il fine ultimo verso cui è orientato il nostro pellegrinaggio terreno. Il cammino della vita cristiana è infatti un cammino essenzialmente “trinitario”: lo Spirito Santo ci guida alla piena conoscenza degli insegnamenti di Cristo, e ci ricorda anche quello che Gesù ci ha insegnato; e Gesù, a sua volta, è venuto nel mondo per farci conoscere il Padre, per guidarci a Lui, per riconciliarci con Lui. Tutto, nella vita cristiana, ruota attorno al mistero trinitario e viene compiuto in ordine a questo infinito mistero. Cerchiamo, pertanto, di tenere sempre alto il “tono” della nostra vita, ricordandoci per quale fine, per quale gloria noi esistiamo, lavoriamo, lottiamo, soffriamo; e a quale immenso premio siamo chiamati. Questo mistero abbraccia tutta la nostra vita e tutto il nostre essere cristiano. Ce lo ricordiamo, ad esempio, ogni volta che facciamo il segno della croce: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Ci affidiamo alla Vergine Maria. Lei, che più di ogni altra creatura ha conosciuto, adorato, amato il mistero della Santissima Trinità, ci guidi per mano; ci aiuti a cogliere negli eventi del mondo i segni della presenza di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo; ci ottenga di amare il Signore Gesù con tutto il cuore, per camminare verso la visione della Trinità, traguardo meraviglioso a cui tende la nostra vita. Le chiediamo anche di aiutare la Chiesa ad essere mistero di comunione e comunità ospitale, dove ogni persona, specialmente povera ed emarginata, possa trovare accoglienza e sentirsi figlia da Dio, voluta e amata». (Papa FRANCESCO, Angelus – SS.Trinità, 31.5.2015)

Consacrati come Cristo per il Regno di Dio

22. La vita consacrata «più fedelmente imita e continuamente rappresenta nella Chiesa», per impulso dello Spirito Santo, la forma di vita che Gesù, supremo consacrato e missionario del Padre per il suo Regno, ha abbracciato ed ha proposto ai discepoli che lo seguivano (cfr Mt 4, 18-22; Mc 1, 16-20; Lc 5, 10-11; Gv 15, 16). Alla luce della consacrazione di Gesù, è possibile scoprire nell’iniziativa del Padre, fonte di ogni santità, la sorgente originaria della vita consacrata. Gesù stesso, infatti, è colui che «Dio ha consacrato in Spirito Santo e potenza» (At 10, 38), «colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo» (Gv 10, 36). Accogliendo la consacrazione del Padre, il Figlio a sua volta si consacra a Lui per l’umanità (cfr Gv 17, 19): la sua vita di verginità, di obbedienza e di povertà esprime la sua filiale e totale adesione al disegno del Padre (cfr Gv 10, 30; 14, 11). La sua perfetta oblazione conferisce un significato di consacrazione a tutti gli eventi della sua esistenza terrena. Egli è l‘obbediente per eccellenza, disceso dal cielo non per fare la sua volontà, ma la volontà di Colui che lo ha mandato (cfr Gv 6, 38; Eb 10, 5.7). Egli rimette il suo modo di essere e di agire nelle mani del Padre (cfr Lc 2, 49). In obbedienza filiale, adotta la forma del servo: «Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo […], facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce» (Fil 2, 7-8). È in tale atteggiamento di docilità al Padre che, pur approvando e difendendo la dignità e la santità della vita matrimoniale, Cristo assume la forma di vita verginale e rivela così il pregio sublime e la misteriosa fecondità spirituale della verginità. La sua piena adesione al disegno del Padre si manifesta anche nel distacco dai beni terreni: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9). La profondità della sua povertà si rivela nella perfetta oblazione di tutto ciò che è suo al Padre. Veramente la vita consacrata costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli. Essa è vivente tradizione della vita e del messaggio del Salvatore.

Dimensione pasquale della vita consacrata

24. La persona consacrata, nelle varie forme di vita suscitate dallo Spirito lungo il corso della storia, fa esperienza della verità di Dio-Amore in modo tanto più immediato e profondo quanto più si pone sotto la Croce di Cristo. Colui che nella sua morte appare agli occhi umani sfigurato e senza bellezza tanto da indurre gli astanti a coprirsi il volto (cfr Is 53,2-3), proprio sulla Croce manifesta pienamente la bellezza e la potenza dell’amore di Dio. Sant’Agostino lo canta così: «Bello è Dio, Verbo presso Dio […]. È bello in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori, bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita e bello nel non curarsi della morte; bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella Croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. Ascoltate il cantico con intelligenza, e la debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza». La vita consacrata rispecchia questo splendore dell’amore, perché confessa, con la sua fedeltà al mistero della Croce, di credere e di vivere dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In questo modo essa contribuisce a tener viva nella Chiesa la coscienza che la Croce è la sovrabbondanza dell’amore di Dio che trabocca su questo mondo, è il grande segno della presenza salvifica di Cristo. E ciò specialmente nelle difficoltà e nelle prove. È quanto viene testimoniato continuamente e con coraggio degno di profonda ammirazione da un gran numero di persone consacrate, che vivono spesso in situazioni difficili, persino di persecuzione e di martirio. La loro fedeltà all’unico Amore si mostra e si tempra nell’umiltà di una vita nascosta, nell’accettazione delle sofferenze per completare ciò che nella propria carne «manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24), nel sacrificio silenzioso, nell’abbandono alla santa volontà di Dio, nella serena fedeltà anche di fronte al declino delle forze e della propria autorevolezza. Dalla fedeltà a Dio scaturisce pure la dedizione al prossimo, che le persone consacrate vivono non senza sacrificio nella costante intercessione per le necessità dei fratelli, nel generoso servizio ai poveri e agli ammalati, nella condivisione delle difficoltà altrui, nella sollecita partecipazione alle preoccupazioni e alle prove della Chiesa.

Testimoni di Cristo nel mondo

25. Dal mistero pasquale sgorga anche la missionarietà, che è dimensione qualificante l’intera vita ecclesiale. Essa ha una sua specifica realizzazione nella vita consacrata. Infatti, anche al di là dei carismi propri di quegli Istituti che sono dediti alla missione ad gentes o s’impegnano in attività di tipo propriamente apostolico, si può dire che la missionarietà è insita nel cuore stesso di ogni forma di vita consacrata. Nella misura in cui il consacrato vive una vita unicamente dedita al Padre (cfr Lc 2, 49; Gv 4, 34), afferrata da Cristo (cfr Gv 15, 16; Gal 1, 15-16), animata dallo Spirito (cfr Lc 24, 49; At 1, 8; 2, 4), egli coopera efficacemente alla missione del Signore Gesù (cfr Gv 20, 21), contribuendo in modo particolarmente profondo al rinnovamento del mondo. Il primo compito missionario le persone consacrate lo hanno verso se stesse, e lo adempiono aprendo il proprio cuore all’azione dello Spirito di Cristo. La loro testimonianza aiuta la Chiesa intera a ricordare che al primo posto sta il servizio gratuito di Dio, reso possibile dalla grazia di Cristo, comunicata al credente mediante il dono dello Spirito. Al mondo viene così annunciata la pace che discende dal Padre, la dedizione che è testimoniata dal Figlio, la gioia che è frutto dello Spirito Santo. Le persone consacrate saranno missionarie innanzitutto approfondendo continuamente la coscienza di essere state chiamate e scelte da Dio, al quale devono perciò rivolgere tutta la loro vita ed offrire tutto ciò che sono e che hanno, liberandosi dagli impedimenti che potrebbero ritardare la totalità della risposta d’amore. In questo modo potranno diventare un vero segno di Cristo nel mondo. Anche il loro stile di vita deve far trasparire l’ideale che professano, proponendosi come segno vivente di Dio e come eloquente, anche se spesso silenziosa, predicazione del Vangelo.

(Da: VITA CONSECRATA di San Giovanni Paolo II)

IL SANTO PADRE FRANCESCO AI FORMATORI DEI CONSACRATI

«Al vedervi così numerosi non si direbbe che ci sia crisi vocazionale! Ma in realtà c’è una indubbia diminuzione quantitativa, e questo rende ancora più urgente il compito della formazione, una formazione che plasmi davvero nel cuore dei giovani il cuore di Gesù, finché abbiano i suoi stessi sentimenti (cfr Fil 2,5; Vita consecrata 65). Sono anche convinto che non c’è crisi vocazionale là dove ci sono consacrati capaci di trasmettere, con la propria testimonianza, la bellezza della consacrazione. E la testimonianza è feconda. Se non c’è una testimonianza, se non c’è coerenza, non ci saranno vocazioni. E a questa testimonianza siete chiamati. Questo è il vostro ministero, la vostra missione. Non siete soltanto “maestri”; siete soprattutto testimoni della sequela di Cristo nel vostro proprio carisma. E questo si può fare se ogni giorno si riscopre con gioia di essere discepoli di Gesù. Da qui deriva anche l’esigenza di curare sempre la vostra stessa formazione personale, a partire dall’amicizia forte con l’unico Maestro. In questi giorni della Risurrezione, la parola che nella preghiera mi risuonava spesso era la “Galilea”, “là dove tutto incominciò”, dice Pietro nel suo primo discorso. Le cose accadute a Gerusalemme ma che sono incominciate in Galilea. Anche la nostra vita è incominciata in una “Galilea”: ognuno di noi ha avuto l’esperienza della Galilea, dell’incontro con il Signore, quell’incontro che non si dimentica, ma tante volte finisce coperto da cose, dal lavoro, da inquietudini e anche da peccati e mondanità. Per dare testimonianza è necessario fare spesso il pellegrinaggio alla propria Galilea, riprendere la memoria di quell’incontro, quello stupore, e da lì ripartire. Ma se non si segue questa strada della memoria c’è il pericolo di restare lì dove ci si trova e, anche, c’è il pericolo di non sapere perché ci si trova lì. Questa è una disciplina di quelli e di quelle che vogliono dare testimonianza: andare indietro alla propria Galilea, dove ho incontrato il Signore; a quel primo stupore.

E’ bella la vita consacrata, è uno dei tesori più preziosi della Chiesa, radicato nella vocazione battesimale. E dunque è bello esserne formatori, perché è un privilegio partecipare all’opera del Padre che forma il cuore del Figlio in coloro che lo Spirito ha chiamato. A volte si può sentire questo servizio come un peso, come se ci sottraesse a qualcosa di più importante. Ma questo è un inganno, è una tentazione. È importante la missione, ma è altrettanto importante formare alla missione, formare alla passione dell’annuncio, formare a quella passione dell’andare ovunque, in ogni periferia, per dire a tutti l’amore di Gesù Cristo, specialmente ai lontani, raccontarlo ai piccoli e ai poveri, e lasciarsi anche evangelizzare da loro. Tutto questo richiede basi solide, una struttura cristiana della personalità che oggi le stesse famiglie raramente sanno dare. E questo aumenta la vostra responsabilità.

Una delle qualità del formatore è quella di avere un cuore grande per i giovani, per formare in essi cuori grandi, capaci di accogliere tutti, cuori ricchi di misericordia, pieni di tenerezza. Voi non siete solo amici e compagni di vita consacrata di coloro che vi sono affidati, ma veri padri, vere madri, capaci di chiedere e di dare loro il massimo. Generare una vita, partorire una vita religiosa. E questo è possibile soltanto per mezzo dell’amore, l’amore di padri e di madri. E non è vero che i giovani di oggi siano mediocri e non generosi; ma hanno bisogno di sperimentare che «si è più beati nei dare che nel ricevere!» {At 20,35), che c’è grande libertà in una vita obbediente, grande fecondità in un cuore vergine, grande ricchezza nel non possedere nulla. Da qui la necessità di essere amorosamente attenti al cammino di ognuno ed evangelicamente esigenti in ogni fase del cammino formativo, a cominciare dal discernimento vocazionale, perché l’eventuale crisi di quantità non determini una ben più grave crisi di qualità. E questo è il pericolo. Il discernimento vocazionale è importante: tutti, tutte le persone che conoscono la personalità umana – siano psicologi, padri spirituali, madri spirituali – ci dicono che i giovani che inconsciamente sentono di avere qualcosa di squilibrato o qualche problema di squilibrio o di deviazione, inconsciamente cercano strutture forti che li proteggano, per proteggersi. E lì è il discernimento: sapere dire no. Ma non cacciare via: no, no. Io ti accompagno, vai, vai, vai… E come si accompagna l’entrata, accompagnare anche l’uscita, perché lui o lei trovi la strada nella vita, con l’aiuto necessario. Non con quella difesa che è pane per oggi e fame per domani. La crisi di qualità…

La formazione iniziale, questo discernimento, è il primo passo di un processo destinato a durare tutta la vita, e il giovane va formato alla libertà umile e intelligente di lasciarsi educare da Dio Padre ogni giorno della vita, in ogni età, nella missione come nella fraternità, nell’azione come nella contemplazione.

Dio ha una virtù – se si può parlare della virtù di Dio -, una qualità, della quale non si parla tanto: è la pazienza. Lui ha pazienza. Dio sa aspettare. Anche voi, imparate questo, questo atteggiamento della pazienza, che tante volte è un po’ un martirio: aspettare… Accompagnare: in questa missione non vanno risparmiati né tempo né energie. E non bisogna scoraggiarsi quando i risultati non corrispondono alle attese. E’ doloroso, quando viene un ragazzo, una ragazza, dopo tre, quattro anni e dice: “Ah, io non me la sento; io ho trovato un altro amore che non è contro Dio, ma non posso, me ne vado”. E’ duro questo. Ma è anche il vostro martirio. E gli insuccessi, questi insuccessi dal punto di vista del formatore possono favorire il cammino di formazione continua del formatore. E se a volte potrete avere la sensazione che il vostro lavoro non sia abbastanza apprezzato, sappiate che Gesù vi segue con amore, e la Chiesa tutta vi è grata. E sempre in questa bellezza della vita consacrata: alcuni dicono che la vita consacrata è il paradiso in terra. No. Casomai il purgatorio! Ma andare avanti con gioia, andare avanti con gioia. Vi auguro di vivere con gioia e nella gratitudine questo ministero, con la certezza che non c’è niente di più bello nella vita dell’appartenere per sempre e con tutto il cuore a Dio, e dare la vita al servizio dei fratelli. Vi chiedo per favore di pregare per me, perché Dio mi dia anche un po’ di quella virtù che Lui ha: la pazienza».

(RADUNO PROMOSSO DALLA CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA – Sabato, 11 aprile 2015)


RITIRO SPIRITUALE
Milano, 22 marzo 2015
Meditazione Mons.Gian Giacomo Sarzi Sartori

 

«Sempre in cammino con quella virtù che è una virtù pellegrina. La gioia!»

Papa Francesco

L’Anno della Vita Consacrata ci sta interpellando…

Rileggiamo gli “obiettivi” per questo Anno

  1. Il primo obiettivo è guardare il passato con gratitudine. Ogni nostro Istituto viene da una ricca storia carismatica. Alle sue origini è presente l’azione di Dio che, nel suo Spirito, chiama alcune persone alla sequela ravvicinata di Cristo, a tradurre il Vangelo in una particolare forma di vita, a leggere con gli occhi della fede i segni dei tempi, a rispondere con creatività alle necessità della Chiesa.
  1. Quest’Anno ci chiama inoltre a vivere il presente con passione. La grata memoria del passato ci spinge, in ascolto attento di ciò che oggi lo Spirito dice alla Chiesa, ad attuare in maniera sempre più profonda gli aspetti costitutivi della nostra vita consacrata. (La domanda fondamentale:) Gesù, dobbiamo domandarci ancora, è davvero il primo e l’unico amore, come ci siamo prefissi quando abbiamo professato i nostri voti? Soltanto se è tale, possiamo e dobbiamo amare nella verità e nella misericordia ogni persona che incontriamo sul nostro cammino, perché avremo appreso da Lui che cos’è l’amore e come amare: sapremo amare perché avremo il suo stesso cuore.
  1. Abbracciare il futuro con speranza vuol essere il terzo obiettivo di questo Anno. Conosciamo le difficoltà cui va incontro la vita consacrata nelle sue varie forme: la diminuzione delle vocazioni e l’invecchiamento, soprattutto nel mondo occidentale, i problemi economici a seguito della grave crisi finanziaria mondiale, le sfide dell’internazionalità e della globalizzazione, le insidie del relativismo, l’emarginazione e l’irrilevanza sociale… Proprio in queste incertezze, che condividiamo con tanti nostri contemporanei, si attua la nostra speranza, frutto della fede nel Signore della storia che continua a ripeterci: «Non aver paura… perché io sono con te» (Ger 1,8). La speranza di cui parliamo non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1,12) e per il quale «nulla è impossibile» (Lc 1,37). È questa la speranza che non delude e che permetterà alla vita consacrata di continuare a scrivere una grande storia nel futuro, al quale dobbiamo tenere rivolto lo sguardo, coscienti che è verso di esso che ci spinge lo Spirito Santo per continuare a fare con noi grandi cose.

Prestiamo attenzione alle “attese” per l’Anno della Vita Consacrata
Che cosa mi attendo-dice il Papa-in particolare da questo Anno di grazia della vita consacrata?

  1. Che sia sempre vero quello che ho detto una volta: «Dove ci sono i religiosi c’è gioia». Siamo chiamati a sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita.
  1. Mi attendo che “svegliate il mondo”, perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. Come ho detto ai Superiori Generali «la radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico». È questa la priorità che adesso è richiesta: «essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra … Mai un religioso deve rinunciare alla profezia» (29 novembre 2013). Il profeta riceve da Dio la capacità di scrutare la storia nella quale vive e di interpretare gli avvenimenti: è come una sentinella che veglia durante la notte e sa quando arriva l’aurora (cfr Is 21,11-12). Conosce Dio e conosce gli uomini e le donne suoi fratelli e sorelle. È capace di discernimento e anche di denunciare il male del peccato e le ingiustizie, perché è libero, non deve rispondere ad altri padroni se non a Dio, non ha altri interessi che quelli di Dio. Il profeta sta abitualmente dalla parte dei poveri e degli indifesi, perché sa che Dio stesso è dalla loro parte.
        1. Sul profetismo della vita consacrata (cfr. Vita Consacrata).
  1. E un profetismo inerente alla vita consacrata come tale, per il radicalismo della sequela di Cristo e della conseguente dedizione alla missione che la caratterizza. La funzione di segno, che il Concilio Vaticano II riconosce alla vita consacrata, si esprime nella testimonianza profetica del primato che Dio ed i valori del Vangelo hanno nella vita cristiana. In forza di tale primato nulla può essere anteposto all’amore personale per Cristo e per i poveri in cui Egli vive.…La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia. Il profeta sente ardere nel cuore la passione per la santità di Dio e, dopo averne accolto nel dialogo della preghiera la parola, la proclama con la vita, con le labbra e con i gesti, facendosi portavoce di Dio… La testimonianza profetica richiede la costante e appassionata ricerca della volontà di Dio, la generosa e imprescindibile comunione ecclesiale, l’esercizio del discernimento spirituale, l’amore per la verità. Essa si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l’esplorazione di vie nuove per attuare il Vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio.
  1. Nel nostro mondo, dove sembrano spesso smarrite le tracce di Dio, si rende urgente una forte testimonianza profetica da parte delle persone consacrate. Essa verterà innanzitutto sul l’affermazione del primato di Dio e dei beni futuri, quale traspare dalla sequela e dall’imitazione di Cristo casto, povero e obbediente, totalmente votato alla gloria del Padre e all’amore dei fratelli e delle sorelle. La stessa vita fraterna è profezia in atto nel contesto di una società che, talvolta senza rendersene conto, ha un profondo anelito ad una fraternità senza frontiere… Un’intima forza persuasiva deriva alla profezia dalla coerenza fra l’annuncio e la vita. Le persone consacrate saranno fedeli alla loro missione nella Chiesa e nel mondo, se saranno capaci di rivedere continuamente se stesse alla luce della Parola di Dio.
  1. Tutte le persone consacrate, sono chiamate ad essere “esperte di comunione”. Mi aspetto pertanto che la “spiritualità della comunione”, diventi realtà e che voi siate in prima linea nel cogliere «la grande sfida che ci sta davanti» in questo nuovo millennio: «fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione»[San Giovanni Paolo II]. Sono certo che in questo Anno lavorerete con serietà perché l’ideale di fraternità perseguito dai Fondatori e dalle Fondatrici cresca ai più diversi livelli, come a cerchi concentrici. La comunione si esercita innanzitutto all’interno delle rispettive comunità dell’istituto.
  1. Attendo ancora da voi quello che chiedo a tutti i membri della Chiesa: uscire da sé stessi per andare nelle periferie esistenziali. «Andate in tutto il mondo» fu l’ultima parola che Gesù rivolse ai suoi e che continua a rivolgere oggi a tutti noi (cfr Mc 16,15). C’è un’umanità intera che aspetta: persone che hanno perduto ogni speranza, famiglie in difficoltà, bambini abbandonati, giovani ai quali è precluso ogni futuro, ammalati e vecchi abbandonati, ricchi sazi di beni e con il vuoto nel cuore, uomini e donne in cerca del senso della vita, assetati di divino… Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalle piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi. Questi si risolveranno se andrete fuori ad aiutare gli altri a risolvere i loro problemi e ad annunciare la buona novella. Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando.
  1. Mi aspetto che ogni forma di vita consacrata si interroghi su quello che Dio e l’umanità di oggi domandano… …Soltanto in questa attenzione ai bisogni del mondo e nella docilità agli impulsi dello Spirito, quest’Anno della Vita Consacrata si trasformerà in un autentico kairòs, un tempo di Dio ricco di grazie e di trasformazione.

(Dalla:Lettera apostolica del Papa A TUTTI I CONSACRATI in occasione dell’Anno della Vita consacrata – 21.11.2014)

La seconda Lettera ai consacrati nell’Anno della Vita Consacrata: “SCRUTATE”

Si tratta del secondo volumetto di riflessione, offerto dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica, a tutti i consacrati e consacrate del mondo che sono in cammino sui segni di Dio nel tempo della storia. È un nuovo invito al rinnovamento spirituale. Il titolo è spiegato in apertura della Lettera: “Scrutare gli orizzonti della nostra vita e del nostro tempo in vigile veglia. Scrutare nella notte per riconoscere il fuoco che illumina e guida, scrutare il cielo per riconoscere i segni forieri di benedizioni per le nostre aridità. Vegliare vigilanti e intercedere, saldi nella fede”.

Custodire. La vita consacrata “custodisce la ricerca del volto di Dio, vive la sequela di Cristo, si lascia guidare dallo Spirito, per vivere l’amore per il Regno con fedeltà creativa e alacre operosità”, accettando al contempo di “misurarsi con certezze provvisorie, con situazioni nuove, con provocazioni in processo continuo, con istanze e passioni gridate dall’umanità contemporanea”. Mai cedere alla tentazione di considerandosi non custodi ma “proprietari del Carisma”: il carisma è dato perché ne viviamo e altri ne godano.

Discemere. La Lettera ripercorre “i passi compiuti negli ultimi cinquant’anni”, dal Concilio Vaticano II, “evento di rilevanza assoluta per il rinnovamento della vita consacrata”, fino alle esortazioni di Papa Francesco. Scrutate costituisce pertanto un invito a discernere: “Il Signore è vivente e operante nella nostra storia, e ci chiama alla collaborazione e al discernimento corale, per nuove stagioni di profezia al servizio della Chiesa, in vista del Regno che viene”. La nostra fede è sfidata a intravvedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata.

Vivere il tempo della Vita Consacrata che è tempo di entusiasmo e di audacia, di inventiva e di fedeltà creativa: siamo chiamati a camminare insieme, ad avere l’entusiasmo della fede, l’ardore della grazia; ma talora si sperimentano pure desolazioni, tensioni, tentazioni, irrigidimenti ostili, e così la vita consacrata appare anche fatta di certezze fragili, di improvvisazioni e delusioni amare. Tuttavia il dono di Dio – la sua chiamata, la consacrazione, l’appartenenza ad una famiglia di consacrati è molto più grande di ogni fatica e di ogni prova. Perciò, ogni persona consacrata è chiamata a fare memoria della sua storia personale, alla riconoscenza, alla gioia fiduciosa, a perseverare fino alla fine. A questo scopo la Vita consacrata è invitata:

            1. a non continuare a correre il pericolo di diventare gestore della routine, rassegnata alla mediocrità o peggio, a una vita ambigua e di scandalo al popolo di Dio. La vita consacrata è chiamata più che mai alla verità, alla trasparenza, a evidenziare umilmente la presenza del Signore.
            1. a vigilare affinché il “patrimonio spirituale” dell’Istituto non sia ridotto a schemi frettolosi, lontani dalla carica vitale delle origini, perché ciò non introduce adeguatamente nell’esperienza cristiana e ad una spiritualità carismatica che davvero sostenga e orienti il proprio cammino di santificazione. Si tratta di riconoscere nei segni piccoli e fragili la presenza del Signore della vita e della speranza. Non bisogna mai dubitare del dinamismo del Vangelo, del granello di senape o di un po’ di lievito.
            1. a smascherare quella velata accidia che fiacca lo spirito, offusca la visione, sfibra le decisioni e intorpidisce i passi, coniugando l’identità della vita consacrata su un modello invecchiato e autoreferenziale, su un orizzonte breve: che il Signore ci liberi dal rimanere centrati su noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio, vissuta come un “matrimonio invecchiato”. Si tratta di prendere una strada più evangelica. Chiediamo la grazia della docilità allo Spirito Santo. È l’invito a fasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese, senza chiudersi dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere; a chiedere la grazia di non lasciarci prendere dalla tentazione di “scendere dalla Croce” e di non rimanerci per compiere la volontà del Padre, e di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio. I consacrati sono invitati a riformare la loro vita dall’interno, a verificare se la loro consacrazione è vissuta in una coraggiosa lettura dei segni dei tempi e delle necessità del popolo di Dio, che si aspetta testimonianze di Vangelo coerenti, radicali e contro corrente.

Alcune provocazioni del Papa:

            • Non perdete mai lo slancio di camminare per le strade del mondo, la consapevolezza che camminare, andare anche con passo incerto o zoppicando, è sempre meglio che stare fermi, chiusi nelle proprie domande o nelle proprie sicurezze. La passione missionaria, la gioia dell’incontro con Cristo che vi spinge a condividere con gli altri la bellezza della fede, allontana il rischio di restare bloccati nell’individualismo (Udienza ai partecipanti alla Conferenza Italiana degli Istituti Secolari, 10 maggio 2014).
            • I consacrati sono profeti. Sono coloro che hanno scelto una sequela di Gesù che imita la sua vita con l’obbedienza al Padre, la povertà, la vita di comunità, la castità. (…) Nella Chiesa i religiosi sono chiamati in particolare ad essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia (A. Spadaro, Intervista a Papa Francesco in La Civiltà Cattolica 164 (2013/III), 449-477).
            • Siete un lievito che può produrre un pane buono per tanti, quel pane di cui c’è tanta fame: l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della speranza. Come chi vi ha preceduto nella vostra vocazione, potete ridare speranza ai giovani, aiutare gli anziani, aprire strade verso il futuro, diffondere l’amore in ogni luogo e in ogni situazione. Se questo accade, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione! (Udienza ai partecipanti all’incontro della Conferenza Italiana degli Istituti Secolari, 10 maggio 2014)

Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo

RITIRO COMUNITARIO
Milano, 12 ottobre 2014
Meditazione Mons.Gian Giacomo Sarzi Sartori

«Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, sempre c’è gioia!»

Papa Francesco

Nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16, 22)
La gioia cristiana, la gioia nello Spirito Santo. È come una specie di inno alla gioia divina, che noi vorremmo intonare per suscitare un’eco nel mondo intero e anzitutto nella Chiesa: che la gioia sia diffusa nei cuori con l’amore di cui essa è il frutto, per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Cfr. Rom. 5, 5).
… La grazia si ottiene mettendosi in cammino e avanzando verso Dio nella fede, nella speranza e nella carità… verso il luogo interiore dove il Padre, il Figlio e lo Spirito l’accolgono nella loro intimità e unità divina: «Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio In amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). La scoperta di questa presenza suppone sempre un approfondimento della vera coscienza di sé, come creatura e figlio di Dio.
Ritornare così alle sorgenti della gioia… non è forse normale che la gioia abiti in noi allorché i nostri cuori ne contemplano o ne riscoprono, nella fede, i motivi fondamentali? Essi sono semplici: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito; mediante il suo Spirito, la sua Presenza non cessa di avvolgerci con la sua tenerezza e di penetrarci con la sua Vita; e noi camminiamo verso la beata trasfigurazione della nostra esistenza nel solco della risurrezione di Gesù…
La gioia di essere cristiano, strettamente unito alla Chiesa, «nel Cristo», in stato di grazia con Dio, è davvero capace di riempire il cuore dell’uomo.
Lo Spirito, che abita in pienezza nella persona di Gesù, lo ha reso, durante la sua vita terrena, così attento alle gioie della vita quotidiana, così delicato e così persuasivo per rimettere i peccatori sul cammino di una nuova giovinezza di cuore e di spirito! È questo medesimo Spirito che ha animato la Vergine Maria e ciascuno dei santi. È questo medesimo Spirito che dona ancor oggi a tanti cristiani la gioia di vivere ogni giorno la loro vocazione particolare nella pace e nella speranza, che sorpassano le delusioni e le sofferenze.

Paolo VI, 9.5.1975 – Esortazione Ap. “Gaudete in Domino”

“AMATI DA DIO” (Rm 1,7)

Il titolo evoca un’espressione dell’inizio della Lettera ai Romani: «A quanti sono in Roma, amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo» (Rm 1,7). Ai destinatari della sua lettera s. Paolo attribuisce due qualifiche: «amati da Dio» e «santi per vocazione». Nel versetto precedente li aveva qualificati come «chiamati da Gesù Cristo»: il che significa che non solo l’Apostolo è stato scelto dal Cristo, ma anche i destinatari della sua Lettera hanno ricevuto una simile vocazione per grazia e appartengono in modo speciale al Signore Gesù. I destinatari di s. Paolo, dunque, sono i figli diletti, ovvero coloro che sono chiamati da Dio a formare il nuovo Israele, il popolo che Dio ha amato in modo speciale (cf Dt 7,7-8) e che, in forza dell’alleanza, è diventato partecipe della sua stessa santità (cf Es 19,6). L’appellativo «santi», prerogativa speciale dei cristiani di Gerusalemme (cf At 9,13), è esteso anche ai membri della comunità di Roma, i quali condividono la loro stessa vocazione. Proprio sull’insondabile mistero dell’amore di Dio fermiamo la nostra attenzione.

Da: “RALLEGRATEVI”
3. «Questa è la bellezza della consacrazione: è la gioia, la gioia… ».[Papa Francesco parla della bellezza della consacrazione: Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, 6 luglio 2013]. La gioia di portare a tutti la consolazione di Dio… «Non c’è santità nella tristezza!», continua il Santo Padre, non siate tristi come gli altri che non hanno speranza, scriveva San Paolo (1Ts 4, 13).
La gioia non è inutile ornamento, ma è esigenza e fondamento della vita umana. Nell’affanno di ogni giorno, ogni uomo e ogni donna tende a giungere e a dimorare nella gioia con la totalità dell’essere. Nel mondo spesso c’è un deficit di gioia. Non siamo chiamati a compiere gesti epici né a proclamare parole altisonanti, ma a testimoniare la gioia che proviene dalla certezza di sentirci amati, dalla fiducia di essere dei salvati.
4. «Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama». (Papa Francesco – Incontro con i Seminaristi, i Novizi e le Novizie, Roma, 6 luglio 2013).
1. Nella finitudine umana, nel limite, nell’affanno quotidiano i consacrati e le consacrate vivono la fedeltà, dando ragione della gioia che li abita, diventano splendida testimonianza, efficace annuncio, compagnia e vicinanza per donne e uomini che con loro abitano la storia e cercano la Chiesa come casa paterna» (n.1).

Io, tu, noi siamo amati da Dio

Siamo amati da Dio: è il lieto annuncio, la bella notizia che ci viene comunicata dall’Apostolo… dal Vangelo. Se siamo amati da Dio, è perché Dio è amore, è Padre che ama tutti e ciascuno: liberamente, gratuitamente, irreversibilmente. Amore, nel vocabolario cristiano, è parola bilingue, divino-umana: Gesù Cristo, è amore divino per l’uomo, ed è amore umano per Dio. E’ un Amore che può “abbassarsi” ad amare tutto ciò che non è Dio: e per questo non finirebbe per ‘sdivinizzarsi’, per autodistruggersi. E’ un Amore che non ama solo i suoi ‘fedeli’, e predestina gli infedeli alla dannazione eterna. Gesù ci rivela un Padre che non fa preferenze di persone, ma vuole che tutti gli uomini siano salvi. Inoltre questo Dio ha la capacità di amare in modo umano. E si capisce perché: può amare in modo umano solo un Dio incarnato. Ma può un Dio amare veramente gli uomini senza amarli in modo effettivamente umano? E come può Dio amare in modo umano senza un cuore di carne, veramente umano? Questo non significa pensare l’Incarnazione come ad un evento ‘dovuto’: essa è e resta una grazia, evento assolutamente gratuito, del tutto imprevedibile e improgrammabile, ma la differenza cristiana è data appunto dalla fede in quell’evento: «la Parola di Dio si è fatta carne », che è come dire: l’Amore di Dio ha assunto un cuore di carne, un cuore umano.
Bisogna saper scoprire il volto del Dio-Amore. Ma senza il ‘pieno’ della carità, nessuno realizzerà mai questa scoperta. E la carità è il “si” a Dio e all’uomo… come lo ha “pronunciato” Gesù.

Le leggi fondamentali dell’Amore

Sono quattro, in particolare. La prima si potrebbe chiamare la legge della verticalità. Tante volte si mette in guardia dal pericolo dell’orizzontalismo: il cristianesimo – si dice – non si può ridurre al comandamento dell’amore del prossimo, ed è giusto: prima viene il comandamento dell’amore per Dio. Ma prima ancora del primo comandamento viene l’evento: Dio ci ha amati per primo! Dunque la dimensione verticale precede e fonda quella orizzontale, ma si tratta di una verticalità discendente: non siamo stati noi a salire verso Dio, ma è Dio che si è abbassato fino a noi. La vocazione cristiana è un dono che viene dall’alto: come si nasce dall’alto, e non da carne e sangue ma dall’acqua e dallo Spirito, così all’origine di ogni vocazione c’è Dio Padre che ci ama e ci chiama. E come nessuno si può autogenerare, così nessuno si può autochiamare.
La seconda legge, strettamente legata alla precedente, si potrebbe definire la legge dell’indicativo. Nella vita cristiana l’indicativo precede l’imperativo: sei amato e dunque amerai! La fede fonda la carità; la chiamata precede la risposta; il kerygma genera l’etica. Lo diceva un maestro del sospetto, ma in questo era davvero superiore ad ogni sospetto: «Bisogna aver conosciuto l’amore, prima della morale; altrimenti è lo strazio» (J. P. Sartre).
La terza legge la potremmo formulare in questi termini: Dio sceglie un popolo (Israele), ma per portare la luce a tutti i popoli. Sceglie una persona, ma per la salvezza di tutto il popolo di Dio. Il suo infatti è un amore elettivo, ma non selettivo, discriminante, perché l’amore non può mai fare preferenza di persone. Il chiamato quindi è messo di fronte alla sua responsabilità: deve sapere e deve ricordarsi sempre che Dio lo ha scelto per farne uno strumento di salvezza a favore di ‘molti’. Nel momento in cui il chiamato dimenticasse di essere un povero strumento – di per sé assolutamente inadatto e inadeguato – e si illudesse di essere lui la causa o il protagonista della propria e altrui salvezza, finirebbe per distruggere ogni possibilità di autentica realizzazione di sé e di vera grazia per altri.
La quarta legge dell’Amore è la croce: come per Cristo, così per ogni cristiano, rispondere alla chiamata del Padre significa scegliere di perdere la vita per amore. Non si può seguire la via crucis, se non si è sinceramente, concretamente, definitivamente disposti a rinnegare il proprio io e ad inchiodarlo sulla croce. Altrimenti prima o poi ci inchioderemo qualcun altro…

Le sette note dell’Amore

Il DNA della vocazione cristiana: sono gli attributi originali e caratterizzanti del Dio di Gesù Cristo; sono le sette “note” dell’amore, che è all’origine di ogni chiamata. Innanzitutto la pre-venienza, l’assoluta precedenza: il principio di tutto, di ogni storia, di ogni vocazione, è l’Amore . «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Dio che ha amato noi, e ci ha amati per primo » (1Gv 4,10.19). È Dio che ha chiamato Abramo, ha scelto Israele, ha preferito Davide ai suoi fratelli; e il motivo non si trova mai nella persona prescelta o nel popolo eletto, anzi Israele è il più piccolo tra tutti i popoli (Dt 7,7ss), e Davide è il più piccolo tra i figli di Jesse. «Considerate la vostra vocazione», esorta Paolo i suoi cristiani di Corinto: Dio preferisce ciò che è stolto, ciò che è debole, ciò che è ignobile, ciò che è nulla (1Cor 1,26ss).
La prevenienza si esprime nella gratuità: Dio chiama l’uomo perché lo ama, e lo ama perché è Amore, non perché l’uomo sia amabile. Potrebbe il sole non illuminare o il fuoco non bruciare? Chi contempla il Crocifisso scorge un amore tanto gratuito e sconfinato da apparire incredibile: così Dio ha amato il mondo! Gesù, avendo amato i suoi, li amò fino all’estremo. Davvero una carità eccedente: smisurata, smodata, sproporzionata!
La gratuità si consolida in fedeltà: la promessa è mantenuta, l’amore dato una volta è dato per sempre. Fedeltà non è abitudine stanca e annoiata: l’amore di Dio non si ripete, si rinnova. Il Calvario non è un vulcano spento. Cristo non si pente delle sue chiamate, neanche di quella di Giuda.
La fedeltà si traduce in tenerezza: non si indurisce per ostinata volontà di autocoerenza e non si raffredda nella pura correttezza formale, ma si porge nei gesti caldi della più premurosa e affettuosa delicatezza: cosa c’è di più tenero di Cristo che si china a lavare i piedi dei discepoli? Il ‘chiamato’ deve esporsi all’amore del Maestro e deve lasciarsi amare: è Lui che ama per primo!
La tenerezza si incarna nella concretezza: l’amore si fa gesto e storia, non si affida a parole vuote o ad atteggiamenti sdolcinati, ma raggiunge il chiamato nella irripetibilità della sua persona, nella singolarità della sua situazione, nell’interezza delle sue relazioni con gli altri uomini e con il mondo.
La concretezza sfocia nella misericordia: è veramente concreto l’amore, perché non giudica e non condanna. Tutto scusa, tutto sopporta. Non si arresta di fronte alla miseria dell’amato, non vince soltanto il tempo, vince un nemico ancora più accanito: la colpa, l’incorrispondenza, l’infedeltà.
La misericordia si declina – scandalosamente! – nella “gelosia”: non scade mai a buonismo peloso o a morboso sentimentalismo. L’amore di Dio è geloso, non nel senso che egli sia invidioso della nostra felicità – questo è piuttosto il sentimento che rode eternamente Satana – quanto perché è premuroso, come l’amore materno, del «ben-essere» delle sue creature. Per questo è un amore esigente: si dà tutto e chiede tutto – tutto il cuore e tutta la vita – altrimenti ne scapiterebbe il carattere adulto dell’amore, la serietà della sua risposta, il rispetto della sua dignità.

Ci crediamo amati?

Un dato che viene abbondantemente suffragato dall’esperienza e riconosciuto dalla psicologia moderna, ci dice che un bambino che non ha ricevuto affetto, farà più fatica da grande ad esprimere affetto nei confronti degli altri. Da piccolo hai ritenuto di doverti ‘guadagnare’ l’amore, la stima, la fiducia dei genitori, insegnanti, amici? Il criterio dell’amore di Dio non è la nostra bontà, ma la nostra povertà; non è il nostro merito, è il nostro bisogno: Dio ci ama gratuitamente e incondizionatamente. Paolo, da fariseo, aveva pensato di dover meritare l’amore di Dio, ma poi ha scoperto l’amore in Gesù Cristo e ha gridato: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Ci sono stati momenti nella mia vita in cui mi sono sentito amato da Dio Padre, senza alcun mio merito, nonostante, anzi proprio per il mio peccato? Ora mi sento avvolto dall’amore premuroso e tenero di Dio?
Qualunque sia stato il mio passato, Dio era con me. Qualunque sia adesso il mio presente, Dio è con me. Qualunque sarà il mio futuro, Dio sarà sempre con me.

* Riesco a vincere il rimpianto o il rammarico per il passato con un sincero atteggiamento di gratitudine?
* Riesco a superare la paura del futuro con la fiducia e l’abbandono nella misericordia tenerissima del Signore?
* Di fronte all’insondabile mistero dell’amore di Dio, si capisce lo stupore del salmista che si domanda: Ma cosa è mai l’uomo, o Dio, perché tu te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne prendi tanta cura? (cf Sal 8,5).


 

UNA CHIESA UMILE, POVERA E MISERICORDIOSA

20 luglio 2014

Carissimi tutti,

pregate per noi perché siamo umili, poveri, misericordiosi. Il prete rimane sempre tale perché chiamato ad annunciare Cristo e a servire la Chiesa con tutte le sue potenzialità. Di per sé non va “in pensione” ma vive il suo ministero sempre, anche se, con obbedienza al Vescovo, rinuncia alle responsabilità più impegnative per la fatica dell’età, per il progressivo ridursi delle risorse, o solamente perché è opportuno farsi da parte con semplicità. La Comunità ancora cammina e ha le capacità di rinnovarsi con apporti più giovani, per superare la ripetizione spesso pesante e per fare spazio a esperienze inedite. Nella Chiesa siamo chiamati a servire il popolo di Dio perché viva la gioia della fede e dell’amore. Indispensabile è Lui, Cristo Gesù morto e Risorto; noi preti siamo solo utili, tutti, con tutte le capacità. La comunità cristiana è chiamata a modellarsi e lasciarsi guidare sempre da Lui, valorizzando ogni ministero laicale e accogliendo in profondità la voce sofferta e le urgenze dei più deboli; sempre con carità aperta, intelligente e solidale.

Solo una Chiesa povera coi poveri, disponibile e servizievole può guardare con fiducia non solo al futuro ma anche al presente per una reale conversione al Vangelo. Povera perché sa ascoltare, vedere, condividere umiliazioni e disagi, ma anche speranze e aperture e sa incarnarsi in questa nostra storia con la determinazione ad amare che le viene dal Crocifisso Risorto che ci permea col suo Spirito.

Ma se mi chiedete quale è il legame più profondo, non ho dubbi, è quello della Misericordia: dono inatteso di Cristo Crocifisso che ci ricostruisce nel cuore e nella mente per essere veri Suoi discepoli; che ci perdona e sostiene e guida anche oltre le nostre attese; che sa accettarci nel bene possibile sempre superando la logica tragica del peccato. E le ore più preziose per un prete sono quelle trascorse in confessionale ad accogliere i fratelli e le sorelle e aiutare tutti ad aprirsi al perdono. Chi, toccato dalla misericordia divina, non ha ritrovato serenità e fiducia?

E poi uscire nel quotidiano cammino e vivere da “misericordiosi”, cioè persone che sanno incontrare gli altri con sguardo umile per rilevare ogni traccia di bene e abbandonare invece giudizi e visioni negative. I misericordiosi sanno comprendere e scusare e non giudicare. Così ogni persona è considerata importante perché vale la misericordia di Cristo Crocifisso e perché da Lui valorizzata genera attorno a sé libertà e speranza.


 

Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo

Giornata di preghiera comunitaria 1 giugno 2014

RELAZIONE DON GIOVANBATTISTA BIFFI

Il Salterio dialogo d’amore con Dio nella storia.
Qual è l’idea chiave che domina il salterio? Il salterio è il dialogo d’amore con Dio nella storia, è il rapporto vivo, vitale e vitalizzante con Dio che realizza l’alleanza con il suo popolo. Se consideriamo i generi letterari, possiamo pregare tutti i salmi sotto questa ottica.
Ad esempio, gli inni sono la lode a Dio, perché è intervenuto a salvare il suo popolo, un Dio che si è fatto presente e vicino per guidare, condurre, liberale e salvare.
I salmi regali sono l’esaltazione del re, rappresentante di Dio sulla terra.
I salmi di pellegrinaggio non sono altro che il riconoscimento della presenza di Dio nel suo tempio.
I salmi di lamentazione sono la testimonianza della vicinanza di Dio nella miseria, la preghiera dei poveri di JHWH che innalzano il loro lamento a Dio, perché credono che egli non è lontano dalla loro sofferenza e dal loro stato di bisogno.
Il Salmista è convinto che Dio entra in comunione con il suo popolo e per questo compone quel testo poetico, perché è certo che Dio entra nella storia del suo popolo, la fa sua e la conduce ad un compimento.
Per questo motivo i salmi non diventano mai vecchi. I salmi sono testi antichi, ma non invecchiati. Il Salterio è una preghiera giovane e viva, fino a quando ci saranno uomini viventi capaci di nutrirsi di essa. Se, malauguratamente, la Chiesa dovesse abbandonarli, essi diventerebbe immediatamente povera, diventerebbe vecchia. Quella dei salmi è una storia che continua secondo una via che solo Dio conosce, per cui ogni salmo può essere riletto e applicato a nuove situazioni, cioè alla vita della nostra Chiesa orante, la quale non ha solo il diritto, ma il dovere di continuare questo “lavoro” già iniziato in Israele, popolo dell’Antico Patto, per rivelare ciò che nella storia ha operato e continua ad operare mirabilmente Dio Padre, per mezzo del Figlio, nella potenza dello Spirito Santo.
Se i salmi sono questo dialogo d’amore con Dio nella storia, allora per tutti noi essi divengono la possibilità concreta di entrare in comunione con Lui, mediante il concatenarsi della nostra storia personale e comunitaria.
Non bisogna mai dimenticare l’armonica sintesi tra l’aspetto personale e l’aspetto comunitario dei salmi, per cui si può senz’altro affermare che la storia del popolo d’Israele è la storia dei singoli. Il salmista, che è perseguitato, sa di non essere un caso isolato e indipendente dalla storia del suo popolo, della sua gente, per questo può fare riferimento alla “liberazione dall’Egitto” per chiedere la sua personale liberazione.
Il salmo, originariamente comunitario, può essere usato per sé dal singolo israelita; come pure il salmo, originariamente del singolo, può essere applicato a tutta la comunità. Questa interscambiabilità tra preghiera personale e comunitaria, tra “io” e “noi” è la caratteristica propria della storia della salvezza che Dio dirige.
Questa considerazione ha una grande importanza per l’uso dei salmi nella nostra Liturgia delle Ore, perché dobbiamo imparare dal salmista a pregare in comunione con tutta l’umanità e innestati nella storia di ogni uomo che vive in questo mondo.
Il termometro della preghiera sta in questo continuo passaggio dall’io al noi, e ciò è estremamente fondamentale perché potrebbe succedere che, personalmente, mi trovo a pregare con un salmo di lode e di esultanza e posso sentirmi subito in sintonia con il salmista perché vivo nella gioia, nella gratitudine, nella serenità piena con me stesso. Ma tante volte non accade proprio così, proprio allora, dovrò ricordare che io sono dentro una storia per realizzare con ogni persona una comunione d’amore. In altri termini, posso essere triste, nell’angoscia e nel dolore e mi viene offerto dalla Chiesa di pregare con un salmo di lode, di gioia e di esultanza, allora devo pregarlo perché ci sono tanti altri fratelli che sono nella gioia, e viceversa io posso trovarmi nella gioia e mi succede di pregare con un salmo di supplica violenta o di lamentazione, che esprime il dolore che sfocia magari nella rabbia, allora devo pregarlo, ancora, perché ci sono tanti fratelli che stanno soffrendo, piangendo, che sono oppressi e perseguitati. Nella preghiera con i salmi devo sempre tener presente questa solidarietà che mi lega con tutto il popolo di Dio.
È quanto prevedono e prescrivono i Principi e Norme per la Liturgia delle Ore (= PNLO), dove leggiamo:
«Chi recita i salmi nella Liturgia delle Ore, li recita non tanto a nome proprio quanto a nome di tutto il Corpo di Cristo, anzi nella persona di Cristo stesso. Se ciascuno tiene presente questa dottrina, svaniscono le difficoltà, che chi salmeggia potrebbe avvertire per la differenza del suo stato d’animo da quello espresso nel salmo, come accade quando chi è triste e nell’angoscia incontra un salmo di giubilo, o, al contrario, è felice e si trova di fronte a un canto di lamentazione. Nella preghiera puramente privata si può evitare questa dissonanza, perché vi è modo di scegliere il salmo più adatto al proprio stato d’animo. Nell’Ufficio divino, invece, si ha un determinato ciclo di salmi valevole per tutta la comunità ed eseguito non a titolo personale, ma a nome di tutta la Chiesa, anche quando si tratta di un orante che celebra qualche Ora da solo. Chi salmeggia a nome della Chiesa può sempre trovare un motivo di gioia o di tristezza, perché anche in questo fatto conserva il suo significato l’espressione dell’Apostolo: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15) e così la fragilità umana, ferita dall’amor proprio, viene risanata nella misura di quella carità per la quale lamenta e concorda con la voce che salmeggia» (n. 108).
La difficoltà di pregare i salmi non sta nei salmi, ma nella fatica di vivere questa solidarietà, di far in modo che il battito del mio cuore sia in sintonia con il battito del cuore della Chiesa universale; la difficoltà vera sta nella nostra chiusura e grettezza d’animo.
Se nella preghiera delle Ore apro veramente il cuore alle ansie, ai drammi, alle sofferenze che il salmista vive, che ogni uomo vive, sarò anche aperto ad accogliere e comprendere (= prendere con me!) le difficoltà, i dolori, le ingiustizie che vediamo in questo nostro povero mondo.
I salmi allora diventano davvero quello che sono: “preghiere dell’Alleanza”, riflettono cioè la teologia dell’alleanza sia nel contenuto che nell’uso. I salmi sono il patto d’amore ieri con Israele e oggi con il nuovo popolo di Dio, che è la Chiesa.
Per realizzare può essere utile conoscere delle regole d’oro per un corretto e profondo uso liturgico dei salmi, cioè per pregare “cristianamente” con essi.

LE SETTE REGOLE D’ORO

1a Regola: L’esperienza di fede del popolo di Dio
I salmi non sono una preghiera devozionale, cioè per la pura ricerca di qualche bella emozione, che magari Dio fa provare perché è compassionevole verso chi lo cerca, in maniera talvolta intimistica, quasi per crogiolarsi, trovando la propria soddisfazione e gratificazione spirituale. Indubbiamente i salmi non possono essere pregati in questa maniera, perché se li preghiamo così li facciamo “morire”; invece perché i salmi restino vivi devono continuamente essere reinterpretati alla luce dell’attuale esperienza di fede del popolo di Dio, della nostra Chiesa del nuovo millennio.
Per compiere questa reinterpretazione ci sono due criteri che vanno tenuti presenti che garantiscono serietà e coerenza.
Il primo criterio è la conoscenza del genere letterario dei salmi, cioè il suo significato primario perché fornisce gli spunti più validi per vitalizzare il salmo. Non si tratta di una limitazione, anzi, al contrario, è una ricchezza.
Concretamente, il genere letterario di un salmo lo troviamo nel titolo in rosso che dà la denominazione del salmo, subito dopo l’enunciazione del numero. Ad esempio: SALMO 100 –Programma di un re fedele a Dio.
Il secondo criterio è il rispetto del salmo a partire dal contesto liturgico. È quindi necessario fare attenzione alle solennità, alle feste, alle memorie che si celebrano durante l’anno liturgico della Chiesa, cogliendo il carattere proprio della celebrazione, e per questo può essere di aiuto l’antifona o anche il secondo titolo, cioè l’adattamento, la rilettura cristiana del salmo, che si ha, in genere, o con un versetto del NT, o con un versetto preso da un Padre della Chiesa. Ad esempio: SALMO 130 – Confido in Dio come un bimbo nella madre. Imparate da me che sono mite ed umile di cuore (Mt 11,29).

2a Regola: Carattere comunitario del salterio
Il carattere prevalente, prioritario del salterio è quello comunitario. Ciò significa che non basta recitare i salmi in comune, perché sia salvaguardata la dimensione comunitaria della preghiera. Occorre, radicalmente e integralmente, porsi in comunione con tutti fratelli e sorelle, con tutto il popolo dell’Alleanza; è necessario farsi ascoltatori, mettersi in sintonia con una storia in cui si è chiamati ad entrare con fede docile, speranza salda e santità ardente. Sono i salmi che ci suggeriscono i pensieri e sentimenti. Altrove va ricercato il posto per l’espressione della nostra personalità. Con i salmi, è fondamentale voler pregare con Cristo, nello Spirito Santo, cioè nella Chiesa.
Per fare ciò occorre una grande purezza di cuore, la sincerità e la povertà di spirito, per essere come i poveri di JHWH, i pii (gli hassidîm), autori e protagonisti del salterio che esprimono i propri sentimenti, che sono, al tempo stesso, i sentimenti di tutto il popolo, non cercano il proprio interesse, anzi quando pregano per una loro necessità vanno ad attingere all’esperienza della comunità di Israele: quella dell’esodo, del tempio, ma anche ad avvenimenti meno grandi e, comunque, più ordinari.

3a Regola: Entrare nel contenuto vitale del salmo
E’ necessario immedesimarsi il più possibile nel “Sitz im leben”, cioè nel contesto vitale, nell’ambiente più esistenzialmente concreto in cui il salmo è nato. Per far ciò, occorre una buona conoscenza esegetica del salmo. Dovrebbe essere cura di tutti i cristiani, ma soprattutto di noi religiosi e non dare nulla per scontato.
Dobbiamo giungere a questa conoscenza esegetica, non tanto per curiosità o per “prurito” spirituale, ma per entrare in una comprensione globale della Sacra Scrittura, del vocabolario e dei temi biblici più importanti1.
Questa preparazione biblica è indispensabile per un accostamento serio e non accomodatizio verso qualsiasi salmo, ma, soprattutto e ancor di più, per una lettura “cristica” e cristiana del salmo, cioè per pregare come ha fatto Cristo e riattualizzarlo nella vita del singolo e della comunità ecclesiale.
Molte persone si fermano alla soglia dei salmi, perché li sentono come una preghiera ostica, vecchia, chiusa, non entrano in questo meraviglioso mondo perché non hanno una preparazione biblica sufficiente.

4a Regola: I salmi sono poesia
E’ indispensabile ricordare che i salmi sono poesia, per cui è necessario conoscere e abituarsi agli artifici, alle metafore, alle figure retoriche, al simbolismo ai parallelismi, alle similitudini. Dobbiamo essere disposti ad apprezzare e a gustare lo stile della poesia ebraica. Ciò viene chiesto e spiegato anche nei PNLO, i quali affermano:
«Spesso le espressioni del salmo ci offriranno il modo di pregare più facilmente e con maggior fervore, sia quando rendiamo grazie a Dio e lo glorifichiamo in esultanza, sia quando lo supplichiamo dal profondo delle nostre sofferenze. Tuttavia – soprattutto se il salmo non si rivolge direttamente a Dio – può sorgere talvolta qualche difficoltà. Il salmista, infatti, nella sua qualità di poeta spesso parla al popolo rievocando la storia d’Israele; talvolta interpella altri, e fra questi magari anche creature prive di ragione. Talora introduce a parlare anche Dio stesso e gli uomini, e anche, come nel salmo 2, i nemici di Dio. È chiaro quindi che il salmo non è preghiera dello stesso tipo di una orazione o colletta composta dalla Chiesa. Inoltre il carattere poetico e musicale dei salmi comporta che talvolta siano piuttosto cantati davanti a Dio anziché svolgersi con discorso diretto a lui, come avverte San Benedetto: “Consideriamo come ci si deve comportare alla presenza di Dio e dei suoi Angeli, e partecipiamo alla salmodia in modo che il nostro spirito preghi all’unisono con la nostra voce”» (n. 105).

La poesia che troviamo nei salmi si fonda su un genere letterario particolare, basato sul parallelismo sinonimico, antitetico, progressivo.
Questo procedimento, che dà solennità e cadenza alla composizione, deve essere sempre tenuto presente nella lettura, per cui i salmi non possono essere letti in fretta, ma devono essere cantati lentamente nella lettura privata, mormorati, in modo da permettere che le parole si depositino nell’animo, creino una risonanza, che, a poco a poco, prende, afferra, avvince l’orante e permette alla tematica del salmo di penetrare nello spirito.
In questo senso, il canto gregoriano con la pausa ad ogni emistichio, la continua ripetizione delle cadenze musicali e l’alternanza dei cori resta ancora oggi, il più fedele e il più attento al modo di cantare salmi. Esso è in perfetta sintonia con i salmi in quanto poesia. Il canto è il modo migliore per pregare i salmi; infatti essi stessi sono nati come composizione in poesia da cantare. In ogni caso, però, anche quando non fosse possibile cantarli, va ricordato che solo una lettura lenta e meditata dà ai salmi tutto il loro sapore.
Nei salmi non possiamo cercare le concettualizzazioni, voler capire sempre ad ogni costo il significato di tutte le parole; non si può pretendere di avere le idee chiare su tutto. Del resto, non è questa la finalità dei salmi. Quando si canta o si ascolta la musica, l’intenzione non è quella di capire, ma quella di essere trasportati a realizzare un rapporto d’amore. Così è nei salmi, i quali sono finalizzati a realizzare un incontro tra ogni fedele e Dio, tra la comunità e Dio. Se si comprende veramente che i salmi sono poesia religiosa, ciò che conta è l’effusione del cuore. Nel rapporto d’amore di due persone, in questo caso il salmista e Dio, ogni parola che si dice non ha bisogno di essere spiegata e compresa. L’uso continuo e costante dei salmi, lentamente ci abitua alle immagini, all’intelligenza profonda e spirituale del testo.
I salmi si capiscono solo se, con pazienza, con fedeltà e con amore sapiente, ci si abitua a pregarli così come sono, testualmente. Non importa sapère, ma sàpere, alla latina, cioè gustare e deliziarsi della loro semplicità e bellezza. È un’azione che interessa non solo l’intelletto, ma anche il cuore, perché è il cuore che sa gustare sia le parole più ricche di tenerezza, come quelle più cariche di sdegno. A ciò fanno riferimento i PNLO, che a notano con saggezza:
«I salmi non sono letture, né preghiere scritte in prosa, ma poemi di lode (…). In verità, infatti, tutti i salmi hanno un certo carattere musicale, che ne determina la forma di esecuzione più consona. Per cui anche se il salmo viene recitato senza canto, anzi da uno solo e in silenzio, deve sempre conservare il suo carattere musicale: esso offre certo un testo di preghiera alla mente dei fedeli, tuttavia tende più a muovere il cuore di quanti lo cantano, lo ascoltano e magari lo eseguono con “il salterio e la cetra”» (n. 103).
Noni ricreiamo, dunque, il dualismo culturale che è stato superato con il Concilio Vaticano II, e che tuttavia può riaffiorare, cioè pensare i salmi come preghiera della mente, che obbligatoriamente bisogna fare perché lo prescrive la Chiesa, ma anche c’è la preghiera del cuore, quella privata, ricca di devozioni, di pratiche di pietà, più o meno sterili e superficiali!

5a Regola: Il carattere umano dei salmi
Fermiamoci a riflettere sui PNLO, nei quali si legge:
“Chi dunque vuole salmeggiare con spirito di intelligenza deve percorrere i salmi versetto per versetto e rimanere sempre pronto nel suo cuore alla risposta. Così vuole lo Spirito, che ha ispirato il salmista e che assisterà ogni uomo di sentimenti religiosi aperto ad accogliere la sua grazia. Per questo la salmodia, anche se eseguita con tutto quel rispetto che si deve alla maestà di Dio, deve prorompere dalla gioia del cuore e ispirarsi all’amore, come si addice a una poesia sacra e a un canto divino, massimamente alla libertà dei figli di Dio” (n. 104).
I salmi hanno in se stessi una piena umanità che richiede da noi una risposta altrettanto umana, frutto della risonanza del cuore. Questo carattere umano e spontaneo dei salmi è molto spesso disatteso, perché pensiamo che la preghiera, per essere “vera”, debba essere fatta in modo ieratico, composto, contenuto, deferente, rispettoso di quel Dio a cui ci rivolgiamo. Ma i salmi danno maggiore spazio all’espressione spontanea, talora brutale, allo scopo non sempre misurato ed “educato”, per cui noi, che siamo abituati allo stile classico della preghiera che dice sobrietà, devozione, dolcezza, linearità, siamo o possiamo sentirci sbilanciati nei confronti della preghiera biblica dei salmi che dice ardore, veemenza, crudezza. Tante espressioni talvolta anche “irrispettose” che troviamo nei salmi ci dicono che Dio permette all’uomo, nella preghiera, di esprimere tutto se stesso, senza veli, senza reticenze.
Tutti dobbiamo recuperare questa dimensione profondamente sofferta e umana della preghiera, anche liturgica. Se i salmi sono il dialogo amoroso con Dio nella storia, forse non è vero che la nostra storia come quella che troviamo pregata nel salterio, è fatta di momenti di delusione, di stanchezza, di amarezza, di scoraggiamento? E allora tutto va portato “dentro” la Liturgia delle Ore.
Nei salmi, Dio lascia parlare l’uomo in tutta la sua realtà e ambiguità, lascia gridare l’uomo: peccatore bisognoso di perdono; essere che anela a Dio, impegnato nella fedeltà anche se infedele; desideroso di giustizia, di donazione e di consacrazione a Dio solo. Nella lotta contro il male e il nemico, l’uomo chiede a Dio disperatamente aiuto: “Signore, perché? Fino a quando?”.

6a Regola: Il Significato messianico dei salmi
L’umanità, che si esprime nei salmi, è quella stessa che il verbo di Dio ha assunto ipostaticamente nella sua persona, con il mistero dell’Incarnazione. Tutta la Scrittura, anche i Salmi ci parlano di Cristo, Verbo incarnato; ogni singola parola dell’Antico Testamento, riferita a Cristo, è unica e definitiva. Tutto il salterio ha per noi cristiani un significato messianico, di conseguenza tutti i salmi possono essere pregati come parola di Cristo al Padre, del Padre a Cristo e del Corpo Mistico di Cristo al Padre. Il riferimento a Cristo non si limita a qualche versetto, per esempio: “Hanno forato i miei piedi e le mie mani, posso contare tutte le mie ossa; Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Tutti i salmi ci parlano di Cristo e ci portano a Cristo, non grazie ad applicazioni che noi artificiosamente possiamo pensare, ma seguendo le linee teologico-spirituali che ci vengono offerte dall’interpretazione patristica e liturgica.
Ci aiutano a capire meglio tutto ciò anche i PNLO, dove leggiamo:
“Tre elementi nella tradizione latina hanno contribuito molto a far comprendere i salmi e a trasformarli in preghiera cristiana: i titoli, le orazioni dopo i salmi e soprattutto le antifone” (n. 110).
Si è già ricordato che l’attuale Liturgia delle Ore contiene due titoli.
Il primo, in rosso tondo, posto dopo il numero di ogni salmo, richiama in una breve frase la consistenza storica del salmo, ne dice il genere letterario e ne riassume il contenuto. Esso ci pone di fronte alla situazione vitale in cui è nato e maturato il salmo, ci aiuta a sintonizzarci con i sentimenti del salmista e ci ricorda la struttura poetica di cui si dovrà tener conto per una conveniente esecuzione.
Il secondo titolo, in corsivo nero, riporta una frase desunta dal Nuovo Testamento, dai Padri della Chiesa o da qualche scrittore ecclesiastico. Esso ha lo scopo di sottolineare il senso cristologico e messianico del salmo e la sua attualità. Così si passa dal senso letterale, richiamato nel primo titolo, al senso cristiano, o rilettura cristiana del salmo.
I due titoli che hanno un carattere ufficiale, strettamente liturgico, non sono proposti per la lettura pubblica, però offrono un prezioso aiuto in prospettiva cristiana. Una rapida lettura mentale di questi titoli ci aiuta ad entrare nel salmo nella visione cristologico-messianica-salvifica di esso.
Un altro elemento che può aiutarci in questo senso è l’antifona. Essa non è propriamente e unicamente un elemento melodico, ma ha lo scopo primario di situare il salmo nel momento o situazione (giorno, festa, ora) in cui viene pregato; tende cioè a sottolineare un aspetto particolare del salmo, nel suo riferimento a Cristo o alla Chiesa, e quindi a suscitare l’atteggiamento spirituale dell’orante, coglie il messaggio centrale del salmo e lo inserisce nel momento della preghiera. Esso giustifica perciò la scelta del salmo, richiama il tema di fondo, dandone la lettura cristiano-ecclesiale e insieme l’attualizza.
Anche il Gloria Patri che conclude ogni salmo, o ogni sezione di salmo è un tentativo di cristianizzazione dei salmi con uno spiccato orientamento trinitario (in uso a partire dal V secolo).
Un altro elemento che potrebbe aiutare a mettere in pratica questa sesta regola d’oro sono le collette salmiche, che ancora non sono state pubblicate ufficialmente, ma che potrebbero essere un validissimo supporto spirituale, perché riassumono e rileggono tutto il salmo in chiave cristologia-ecclesiale.

7a Regola: Metodo di lettura cristiana dei salmi
Questa ultima regola d’oro per pregare con i salmi fa quasi da sintesi per raccogliere quanto sopra. Cosa fare per attuare un metodo di lettura cristiana dei salmi:
Centrare insieme genere letterario, l’ambiente, il contesto vitale, la situazione umana e liturgica in cui il salmo ebbe origine o fu usato nell’Antico Testamento e per fare ciò abbiamo compreso il prezioso aiuto che può venire dal primo e secondo titolo, dall’antifona e dal Gloria Patri.
Cercare di collocare la tematica del salmo nel complesso della rivelazione e scoprire in che modo si collega con l’esperienza umana e divina di Cristo.
Pregare il salmo in comunione con Cristo, con la Chiesa, con tutta l’umanità, lasciandosi guidare di volta in volta alla lode, alla supplica, al ringraziamento, a seconda del tenore del testo, studiato e valutato nel suo stile letterario.
Occorre quindi una conoscenza cristiana dei salmi, una conoscenza nello Spirito Santo, una conoscenza nella Chiesa; una conoscenza storica-letteraria che domanda di essere trasformata in preghiera attuale, comunitaria e personale.
È necessario un lavoro paziente e lungo; comunque, già l’uso liturgico che ne facciamo quotidianamente e intelligentemente permetterà di superare le innegabili difficoltà. Abbiamo tra le nostre mani la preghiera della Chiesa da dire a nome della Chiesa nella quale scoprire il meraviglioso incontro con Dio, come fonte zampillante che sgorga in eterno.
La Liturgia delle Ore diviene allora “fonte e culmine” della mia vita nella santificazione del tempo, nel susseguirsi delle ore, dei giorni, degli anni e dei secoli. Nasce così la sana e vitale armonia tra liturgia e vita (SC 13) che presuppone impegno, sforzo, apertura al mondo divino, a quanto Dio ha compiuto per noi e in noi.

CONCLUSIONE
Nei salmi, da sempre, la Chiesa ha riconosciuto la voce del suo Signore, a cui unire la nostra voce (cfr PNLO, 7). Se comprenderemo e vivremo questo, noi potremmo dire di avere imparato a pregare.
Siamo poveri uomini e povere donne di Dio, che credono che la Liturgia delle Ore non è tutto, ma che tutto può cominciare dalla Liturgia delle Ore e culminare in essa. L’intelligenza umana è troppo corta e la volontà umana troppo debole, perché senza Dio noi non possiamo dare il meglio di noi stessi, senza di Lui non possiamo fare nulla, in ogni campo della vita, specialmente nella preghiera.
I salmi ci insegnano che la preghiera è amore, un amore espresso dalle singole parole dei 150 salmi. Di per sé, noi non sappiamo dire parole a Dio, egli ci dà le sue Parole per narrare il suo amore. Allora noi chiediamo ogni giorno a Dio la grazia di saper pregare perché cresca in noi l’uomo spirituale. Chiediamoglielo meditando le parole del nostro Santo Padre Bernardo:
«L’amore di cui è ripieno l’uomo spirituale è fervido, ormai sicuramente trabocca, erompe, e dice: “Chi è debole, che anche io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?” (2 Cor 11,29).
Non c’è posto per la vanità dove tutto è occupato dalla carità. Infatti, la pienezza della legge e del cuore è la carità, a patto che essa sia piena. Infine, Dio è carità e non c’è nulla nelle cose che possa riempire una creatura fatta ad immagine di Dio.
Ecco dunque i doni che prima debbono essere infusi in noi, perché poi possiamo osare di effonderli sugli altri, donando dalla nostra pienezza e non dalla nostra insufficienza: prima di tutto la compunzione, poi la devozione, in terzo luogo il lavoro della penitenza, in quarto luogo le opere di pietà, in quinto luogo l’applicazione all’orazione, sesto il riposo della contemplazione, settimo la pienezza dell’amore.
Tutte queste cose le adopera un solo e medesimo Spirito, secondo l’operazione che si chiama infusione». (SC 18,6).
P. Carmelo Carvello, Docente Ordinario di Liturgia all’Istituto teologico “G. Guttadauro” di Caltanisetta, affiliato alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia in Palermo
1. Sono sempre utili i seguenti commenti ai salmi: G. Ravasi, Il libro dei salmi. Commento e attualizzazione, (coll. I-II-III), Dehoniame, Bologna 1991; G. Baraglio, Orientamenti per la lettura dei Salmi; bollettino bibliografico, in”Rivista del Clero” 54 (1973), pp. 678-687: D. Barsotti, Introduzione ai Salmi, Queriniana, Brescia 1970; D. Montagna, Parola e preghiera: i Bibliografia sul Salterio, in”Servitium” 11, nn. 19-20 (1977), pp. 222-223; R. Arconada, Los Salmos, versiòn y commentario,Madrid del 1969; M. Garcìa Corsero, Libro de los Salmos (Biblia Comentada IV/2), Madrid 1972, pp. 167-674.


 

GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA 6 APRILE 2014

RELAZIONE DON GIOVANBATTISTA BIFFI

UN MESSAGGIO DIFFICILE:
SACRIFICIO DELLA NUOVA ALLEANZA PER LA REMISSIONE DEI PECCATI

Quattro parole «difficili»

Questa sera dovremo passare dalla meraviglia «credente» di fronte a un avvenimento – Gesù è morto crocifisso – al messaggio che viene dalla realtà della crocifissione del Signore; dovremo cioè passare ad ascoltare e ad accogliere ciò che realmente quell’avvenimento vuol dire. Tutte le parole del tema di questa sera sono bibliche. Questo non vuol dire che siano facili o immediatamente comprensibili: anzi, sono abbastanza lontane dal nostro vocabolario.

Eppure è necessario che queste parole difficili vengano sottoposte alla nostra attenzione, perché diversamente il Crocifisso non ci parla, non ci dice il messaggio che vuole comunicarci.

Bisogna dunque che questa sera l’avvenimento della crocifissione del Signore ci dica quello che vuol dire.

Ripercorriamo allora quelle parole, una per una.

La prima parola: sacrificio

Il significato sembrerebbe ovvio: sacrificio vuol dire che il Signore muore e soffre. Invece non è così perché sacrificio non significa anzitutto dolore, non dobbiamo anzitutto mettere in evidenza il dolore. Sacrificio significa che ci troviamo di fronte ad un gesto di comunione, a un gesto per la comunione. Questa comunione è «alleanza» ed è comunione con la radice, con il fondamento di ogni comunione tra noi, quella che, abbattendo in radice ogni divisione, diviene anche comunione tra gli uomini.

La radice e il fondamento di ogni comunione tra noi è in Dio. Allora che questo gesto del Signore che muore sulla croce sia sacrificio vuol dire: è un gesto di comunione; cioè realizza, apre le prospettive, mette in atto la comunione con la radice; mette in atto il fondamento di ogni possibilità di comunione tra noi. È quella radice o quel fondamento che, abbattendo ogni divisione che il nostro cuore cattivo riesce a produrre anche tra di noi e nel mondo, ci rende sottomessi a Dio, ci fa diventare figli di Dio, ci fa accogliere l’amore di Dio e il perdono. Abbattendo in radice ogni divisione, il morire di Gesù sulla croce diventa la comunione con Dio, la sorgente di ogni autentica comunione anche tra gli uomini.

Ora, che sia così, cioè che dicendo: la croce del Signore è sacrificio, si voglia significare che è gesto di comunione, appare già dal modo con cui Gesù vive il momento della sua morte in croce.

Ciò non appare certamente da coloro che crocifiggono il Signore: questi non fanno un gesto di comunione in nessun senso. Il loro è un gesto di odio, di aggressione, di oppressione. Ma Gesù vive questo momento precisamente così: come un gesto di comunione. In questo gesto, infatti, troviamo l’ubbidienza e l’abbandono di Gesù nelle mani del Padre.

È la prima linea, la linea fondamentale della comunione. Non troviamo in lui la ribellione orgogliosa dell’uomo, del peccatore, da Adamo in giù. Troviamo invece l’ubbidienza, l’abbandono di Gesù nelle mani del Padre: «Padre, nelle tue mani affido lo spirito mio». Troviamo il dono della vita «per voi»; anzi questi «voi» sono coloro che lo mettono a morte:

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Troviamo il dono della vita «per voi e per tutti». Troviamo il perdono, la garanzia del «paradiso», del ritorno cioè nel regno di Dio, nella gioia e nella comunione con Dio, per il ladro che domanda: «Ricordati di me quando sarai nel tuo regno».

Dunque, troviamo che il Signore vive la sua croce come un gesto di comunione.

Vi è il dolore, certo: il Signore soffre (sarebbe sciocco non considerare questo aspetto e bisognerà considerarlo), però troviamo anzitutto che la croce del Signore viene vissuta da lui in comunione verso Dio, verso gli uomini, compresi coloro che non fanno un gesto di comunione nei suoi confronti perché lo mettono a morte, decidono la morte di lui.

Vissuta come gesto di comunione, la croce è davvero per gli uomini, è per tutti il principio della comunione, dell’alleanza. Morto «per» i nostri peccati, morto «per» la nostra giustificazione: di qui viene la pace.

Ricordiamo quell’inno del cap. 2 della lettera agli Efesini: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo agli uomini, l’inimicizia, annullando per mezzo della sua carne, cioè nel suo corpo che muore, la legge fatta di prescrizioni e di decreti per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace, per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare a voi che eravate i lontani (i pagani) la pace, e la pace a coloro che erano i vicini (i giudei). Per mezzo di lui possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo Spirito».

Questo gesto che Gesù vive in atteggiamento di comunione diventa veramente il principio della comunione, cioè della pace con Dio e tra noi. Ogni muro viene abbattuto: la forza di questo gesto è di poter abbattere ogni muro divisorio che noi siamo capaci di costruire anzitutto tra noi e Dio e, quindi, anche tra di noi.

La «nuova alleanza» si realizza qui. Alleanza non vuol dire trattato di pace ma inizio di una realtà, la possibilità aperta di una realtà nuova. Parliamo di riconciliazione, l’anno della riconciliazione: in fondo è la stessa cosa, cioè il gesto di morire di Gesù sulla croce, vissuto come gesto di comunione che diventa il principio della comunione con Dio e tra di noi.

Ora: perché la parola «sacrificio» è usata per indicare un gesto di comunione?

Vi è una grande sapienza nell’ utilizzare questa parola per esprimere il significato della morte del Signore come principio di comunione.

Si usa questa parola perché riassume tutta la storia religiosa non soltanto del popolo d’Israele, ma dell’umanità intera. Ė la storia della domanda, della ricerca che l’uomo fa di comunione con Dio attraverso dei gesti simbolici, dei gesti che rappresentano, dei riti.

Il sacrificio è un rito che esprime la ricerca della comunione da parte dell’uomo nei confronti di Dio, della divinità, in Israele e fuori Israele.

Tutta questa storia che non è tutta pulita, tutta giusta, esprime però una cosa molto grande. Non è pulita e giusta perché la storia del rito con il quale l’uomo cerca la comunione con Dio è anche storia di ritualismi, di magia, quando cioè l’uomo dice: basta che faccia queste cose e Dio è a posto. Questo avviene in Israele e perfino nel cristianesimo: anche noi possiamo fare della liturgia un ritualismo.

È storia di magie anche, è storia di comportamenti che sembrano dare onore a Dio e invece non lo danno.

È storia religiosa, profonda in sé, perché il rito che si chiama sacrificio esprime la domanda di comunione dell’uomo con Dio, e insieme è storia ambigua, dove stanno tante cose che sono sbagliate.

Dio, invece, non cerca le nostre cose, i nostri riti per dire che siamo a posto. Dio cerca l’uomo, l’amore dell’uomo, l’ubbidienza dell’uomo. Dio è colui che si fa trovare dall’uomo, ma non è colui di cui l’uomo può pretendere di disporre come vuole.

Allora il sacrificio non può essere né ritualismo né magia anche se tutto questo è presente nella storia del sacrificio e cioè nella storia della religione umana.

Qui, sulla croce, questa lezione di Dio all’uomo trova un momento decisivo. La croce è un sacrificio, perché è gesto di comunione. Eppure non è un rito: è una cosa molto seria perché è il donarsi di una vita. È una vita intera che si dona a Dio nell’ubbidienza. Mentre il Figlio Gesù si dona a noi, come gesto di comunione, all’uomo viene detto: «Dio ha tanto amato il mondo da donargli il Figlio unico».

Non è un momento nel quale l’uomo cattura Dio ma un momento nel quale Dio si fa incontro.

Allora la croce è sacrificio perché ciò che di verità e di profondità sta nella storia religiosa di Israele e del mondo, come ricerca della comunione con Dio, qui trova la sua verità e la trova al riparo da ogni ambiguità, da ogni incertezza, da ogni comportamento sbagliato che la storia dell’espressione religiosa dell’uomo conosce.

Nel Canone Romano (n. 1), che ora non si legge quasi più, c’era una preghiera bellissima: «Accogli questo sacrificio come hai accolto il sacrificio del patriarca nostro Abramo, il sacrificio di Melchisedech, il sacrificio di Abele». Come dire: qui confluisce tutta la storia religiosa dell’umanità.

Nella celebrazione dell’Eucaristia veniva come richiamato tutto questo che innanzitutto viene realizzato nella sua verità, precisamente in quel gesto di comunione che è la morte di Cristo in croce e che per questo si chiama sacrificio.

Sacrificio per i peccatori

Ora, la cosa paradossale, difficilmente comprensibile, è che questo gesto di comunione, così come Gesù lo intende e lo vive, sia vissuto da Gesù mentre i crocifissori non compiono in alcun modo un gesto di comunione. Non sono essi che danno senso alla croce di Gesù: il senso di questo avvenimento della croce è Gesù che glielo dà, per come lui lo vive.

Anche a noi, nella vita, capita di incontrare cose che sembrano non avere un senso: e non ci interroghiamo mai se per caso quelle cose che sembrano senza senso perché difficili, incomprensibili, perché sono dei dolori o ingiustizie, non potrebbero ricevere un senso da noi. Non perché l’ingiusto diventi giusto: ma c’è un modo col quale posso vivere quella situazione per cui essa può ricevere, dal modo in cui la vivo, un significato.

Questo vale in maniera molto più profonda nel caso della croce del Signore.

Non è gesto di comunione il mettere in croce Gesù. Gesù però lo vive in questo modo. Apparentemente sono gli altri a dare un senso alla crocifissione: «È un malfattore, nemico di Cesare, mettiamolo in croce». Invece non è vero. Quello non è il significato più vero della croce. Il significato più vero è quello di comunione con cui Gesù lo vive.

Questo è paradossale, perché rivela che il gesto di Gesù è compiuto non soltanto gratuitamente, ma gratuitamente per dei nemici. Nemici sono coloro che fanno un gesto obiettivamente di inimicizia, e quanto grave! Ma nemici sono, più profondamente, tutti gli uomini, secondo il ragionamento che fa Paolo (Rm 5) quando, presentando la giustificazione come frutto principale della croce del Signore, dice: «Mentre infatti noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto. Forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi».

Ciò che rende particolarmente paradossale il gesto di comunione è che viene offerto a dei nemici che biblicamente devono essere chiamati peccatori perché il gesto di inimicizia dell’uomo nei confronti di Dio nella Bibbia si chiama peccato.

Non è il sacrificio dei peccatori, ma è il sacrificio, il gesto di comunione per i peccatori. Di questo gesto Dio prende l’iniziativa.

Seconda parola difficile: il peccato

Passiamo ora a una seconda «parola difficile», la parola peccato. È anche questa una parola abbastanza lontana e difficile da ricuperare nella nostra mentalità e nella sensibilità, ma dobbiamo farlo: diversamente non potremmo fare una meditazione cristiana sul Crocifisso. Sacrificio ci dice già molte cose; peccato ce ne dice altre.

I peccati non sono delle cose, non stanno sospesi per aria, come se si potesse dire: Dio è là, noi siamo qua e in mezzo c’è questa «cosa» – il peccato -, come fosse una nuvola nera che basta spazzare via con un colpo di vento e tutto ritorna come prima. No! I peccati non sono cose: si potrebbe dire che gli uomini fanno i peccati ma, in un altro senso, si potrebbe dire che i peccati fanno i peccatori e quindi il discorso si sposta.

Chi sono i peccatori? I peccatori non sono, di fronte alla croce del Signore, soltanto i crocifissori di Gesù. I crocifissori rappresentano come una finestra aperta sul mondo degli uomini, come li vede Dio. Da questo gruppo di persone che mette a morte Gesù, noi siamo invitati a guardare oltre. Allora la croce diventa gesto di comunione per i crocifissori, certamente, ma anche per tutti, dal primo all’ultimo degli uomini.

I crocifissori esprimono una situazione che è di tutti. Il Signore dice: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» e quel «loro» sono tutti, sono la situazione generale degli uomini, Che cosa vuol dire questo? C’è una parola del Vangelo di Luca, quando il Signore invita a pregare e a chiedere lo Spirito Santo, che dice: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare le cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono». Il Signore definisce tutti come cattivi.

Chi siamo? Siamo cattivi. «Perdona loro» vuol dire che gli uomini sono capaci di fare peccati e li fanno e Dio decide ugualmente di essere per loro, per tutti gli uomini, fino al dono di sé.

Ma vuol dire una cosa molto più difficile e misteriosa. Vuol dire che prima ancora di ciò che l’uomo fa o non fa, prima ancora degli atti che l’uomo compie non amando Dio ma allontanandosi da lui, Dio non può non incontrare l’uomo, figlio di Adamo, se non misericordiosamente.

Ogni essere umano non può essere incontrato in maniera neutrale da Dio; è sempre incontrato con un gesto di misericordia e misericordia vuol dire superamento dell’’«inimicizia» di una situazione che non è quella che Dio ha voluto per noi e che quindi è nemica dell’uomo.

L’uomo è voluto da Dio a immagine del Figlio suo, Gesù Cristo, e invece compare, prima ancora di quello che fa o non fa, in questa situazione di inimicizia. E Dio lo incontra misericordiosamente.

Diciamo a proposito di questa inimicizia: «peccato originale». Quando noi diciamo peccato originale, parliamo di un peccato di cui non siamo responsabili e che non ha nulla a che vedere con il peccato di cui siamo responsabili. Mettendosi dal suo punto di vista, Dio dice: Tu devi essere come il Figlio mio e non lo sei. E tuttavia io non dico che sto da questa parte e tu dall’altra, ma ti incontro misericordiosamente.

E il mistero della maniera con cui Dio incontra misericordiosamente ogni creatura umana perché, anziché essere come il Figlio suo, è come Adamo, peccatore, pur non essendo responsabile di questo «peccato», come invece è responsabile degli atti che liberamente l’uomo pone contro Dio anziché per amore di Dio.

Parliamo di peccato «originale», dunque, per dire, nonostante usiamo il medesimo termine – «peccato» – che non ne siamo responsabili: eppure, fino a questa radice bisogna che giunga la fedeltà misericordiosa di Dio a creare una nuova solidarietà. Non la solidarietà di quando eravamo peccatori, solidarietà nel fare il male, ma una solidarietà nuova, quella che è incentrata sul nuovo capo dell’umanità che è Gesù Cristo.

Bisogna dunque che noi, di fronte alla croce del Signore, pensiamo che quel gruppo di peccatori che esprimono l’inimicizia con Gesù, sono finestra aperta su tutti i comportamenti di inimicizia con Dio che noi siamo capaci di creare.

Bisogna che andiamo più in là e che riconosciamo che Dio ci raggiunge strappandoci anche fuori da un livello di contrarietà, in rapporto a Dio, che non è messo in atto dai nostri peccati e che però è molto reale, è connesso con la libertà del comportamento dell’uomo di fronte a Dio: quello che noi chiamiamo il peccato di Adamo.

Non abbiamo microscopio per scrutarlo, non abbiamo nessuna esperienza di questa realtà, ma dobbiamo accettare di dover essere accolti dalla misericordia di Dio, in ogni caso molto al di là di quello che noi saremmo capaci di sospettare.

E allora diremo: «Ti domando perdono dei miei peccati, ti domando perdono delle cattive inclinazioni che sono dentro di me, ma ti ringrazio perché la tua fedeltà mi raggiunge con una misericordia che non so nemmeno sospettare e che corrisponde a una situazione molto triste che si chiama quella di peccato e che, con la terminologia cristiana, va qualificata come peccato originale».

Dobbiamo essere così davanti a Dio: bisognosi di misericordia. Ma la croce del Signore mi dice che questo bisogno di misericordia non resta inevaso e che Dio mi raggiunge fin dove può, al di là dei miei atti di peccato, dei miei gesti di peccato.

«Sacrificio della Nuova Alleanza per la remissione dei peccati»; pensate quanto la meditazione cristiana ha vissuto davanti al Crocifisso questa esperienza, quanto san Carlo ha pianto davanti al Crocifisso! Non ci sarà bisogno che piangiamo anche noi fisicamente ma, al di là del piangere vero e proprio, pensate come san Carlo ha avvertito il senso dell’essere peccatore davanti al Crocifisso, il senso della nostra fragilità e della nostra miseria e insieme la sicurezza di poter contare su una misericordia che arriva al di là anche di quello che noi potremmo immaginare.

Un’altra parola «difficile»: remissione dei peccati

Il gesto di comunione per i peccatori, che è la croce del Signore, opera una remissione di tutti i peccati. Ho detto che è una misericordia che ci raggiunge infinitamente al di là di quello che potremmo immaginare. Ma non sarebbe comunione con Dio se non realizzasse la remissione. La Nuova Alleanza si dà perché si può dire: Beati coloro a cui Dio perdona il peccato!

La remissione è il perdono di un debito. Perdono di un debito che non è un condono come se non fosse successo nulla: è il perdono di un debito in cui l’amore di Dio valorizza il debitore perché mette in moto una libertà che confessa il proprio debito di fronte a Dio, mette in moto una libertà che sconfessa e ritorna, se no Dio ci salverebbe automaticamente.

L’amore misericordioso di Dio è grande, ma rimette i debiti valorizzando il debitore perché confessi il suo peccato, perché metta in moto una libertà che dica: ho peccato, non è giusto quello che ho fatto. L’amore misericordioso mette in valore l’uomo in maniera «dispari».

L’uomo non è padrone dell’iniziativa divina, tanto meno è padrone di questa iniziativa quando dovesse, in qualche modo, cercare di riprenderla avendola perduta. L’uomo non è padrone dell’iniziativa di Dio e, quando l’ha perduta, sarebbe strano che potesse ridiventare capace di riconquistarla. Allora vi è un amore che parte, un’iniziativa misericordiosa, preveniente, con questa disparità che pure valorizza la libertà dell’uomo che è un debitore.

Dovremmo leggere l’ultima parte del cap. 18 del Vangelo di Matteo, quando si parla dei due debitori e il Signore a quello che ha un grossissimo debito dice: adesso che viene a chiedermi perdono, gli è condonato tutto. E poi quel tale non sa condonare un piccolissimo debito.

Che cosa saranno i debiti che abbiamo tra di noi di fronte a questo immenso debito che abbiamo con Dio? E Dio perdona il peccato («remissione del peccato») ma valorizzando, rispettando, facendo sorgere la libertà che si pente, che confessa, che ritorna.

Il peccato è come se fosse una specie di debito contratto con Dio. Come se Dio dicesse: tu sei un essere riferito a me e che cosa pretendi quando non vuoi più essere riferito a me? Ti fai del male, ti metti in posizione ingiusta. La misericordia mia su cui puoi contare è quella che ti farà confessare il peccato mettendo in evidenza il tuo cammino di libertà.

Quali sono i simboli di questo perdono?

La Bibbia li mette in evidenza: è come un «creare di nuovo», il cuore è fatto nuovo. Lo si legge nei Profeti, lo si riprende anche nel Nuovo Testamento. L’uomo è capace di fare cose monotone: anche il peccato è storia vecchia e senza futuro: ma il perdono di Dio fa il cuore nuovo. È’ un cambiare le cose.

Un altro simbolo: il perdono è come il «patto nuziale» offerto però a una sposa infedele (che è l’umanità, sono gli uomini), ricreata nella condizione di sposa (cfr. Ef 5).

Un altro simbolo: il perdono è come la libertà gratuitamente offerta a un membro della propria famiglia oppresso e schiavo. Quando, in Israele, vigeva la vita di tribù, allora un membro della famiglia che venisse ingiustamente oppresso, era difeso dal capo clan: il capo rivendicava il diritto e riportava l’oppresso alla libertà. Questo gesto si chiamava «redenzione».

Noi diciamo la parola redenzione come equivalente di salvezza: ma il suo significato più vero equivale a liberazione. La remissione del peccato vuol dire liberare, portare l’uomo nella condizione della libertà. E la condizione della libertà dell’uomo è la sua autenticità. L’uomo, quando è giusto davanti a Dio, è libero: dalla morte, dalla schiavitù degli uomini, dalla schiavitù delle cose. È libero di fronte ai beni, agli altri uomini, a se stesso, alla nostra divisione interiore. Questa è la redenzione.

Un altro simbolo è quello della «riparazione»: riparazione come un fare ritornare le cose come dovrebbero essere, ricostruendole. È questa misericordia di Dio che interviene e che salva la giustizia. Ma giustizia è valorizzazione dell’uomo, della sua libertà, del suo essere «partner» di Dio, nella liberazione dal «suo» male. È giusto che tu collabori nel ritorno.

La croce – come amore e dolore – è l’inizio, è la vocazione a questo cammino, è l’offerta di uno scambio (perché – dice Dio – anche tu sia come me; non sia più uno che ha perduto la strada).

«Sacrificio della Nuova Alleanza per la remissione dei peccati»: quando guardiamo la croce dovremmo dire che è il messaggio più profondo, più complesso e che è un grande messaggio di speranza.

Un discorso «strano»?

Eppure, come dicevo prima, questo discorso è difficile perché sembra astratto ed estraneo.

Torna quella meraviglia di cui parlavamo nella prima meditazione. È un discorso strano. Meraviglia è dire: sarà poi vero?

In fondo questa meraviglia diventa un sospetto, sospetto per un gesto tragico ed eroico insieme. Gesù di Nazareth muore tragicamente e vive eroicamente questa situazione ma, tutto sommato, è un gesto umano: quanti ne capitano nella storia umana di questi gesti tragici ed eroici insieme!

Nasce il sospetto che un gesto come questo venga sovraccaricato di significati che non c’entrano. Cosa è successo? È capitato che Gesù ha vissuto così, ha predicato in questo modo, si è urtato con l’ambiente e l’ambiente ha reagito in questo modo tragico e drammatico.

Certo, lui ha dimostrato di essere eroico, profondamente coerente con il suo insegnamento ma, in fondo, è soltanto questo.

Perché disturbarci con tutte queste cose? Cosa c’entra il Sacrificio, la Nuova Alleanza, i peccati degli uomini, la rivelazione sull’uomo, sulla condizione peccatrice degli uomini, la remissione dei peccati? Perché tutti questi significati astratti, tutto sommato, rispetto alla concretezza di un gesto che è l’avvenimento storico della morte di Gesù?

Di fronte a questo sospetto che noi, nel nostro mondo, avvertiamo, la soluzione potremmo cercarla cercando di rivolgerci direttamente a Gesù. Tutto questo discorso fatto fin qui, che si esprime con le parole bibliche che abbiamo cercato di commentare, è estraneo alla coscienza di Gesù oppure gli è, in qualche modo, presente?

Basta che apriamo il Vangelo di Matteo, cap. 20 e là troviamo che il Signore, mentre gli apostoli fanno grandi discussioni su chi è il primo, il secondo e il terzo, dice: «Voi non dovete fare così, voi dovete fare come il Figlio dell’Uomo che è venuto a servire e a dare la vita in redenzione per la moltitudine».

Riflettiamo brevemente su queste parole. È venuto per servire.

Di chi parla, a chi fa allusione? Fa allusione alla figura del Servo del Signore di cui parla Isaia nella seconda parte del libro e, soprattutto, nel cap. 53. È il Servo del Signore che è venuto a rendere un servizio molto singolare che è quello della redenzione per la moltitudine. È la liberazione, quella vera, la più profonda, molto più profonda di quella politica realizzata nell’Esodo. La liberazione da che cosa? Dal peccato.

Allora il discorso sacrificio, gesto di comunione per la remissione dei peccati è, in fondo, un discorso presente alla coscienza di Gesù.

Cosa sarà il momento della morte? Il Signore dice: è il momento in cui realizzerai ciò che la figura del Servo faceva, in qualche modo, anticipare. Io sarò il Servo del Signore e dei miei fratelli. Lo sarò perché darò la mia vita in sacrificio per i peccati dei peccatori, perché siano liberi – la redenzione E i peccatori chi sono? La moltitudine, cioè tutti gli uomini.

Con altre parole, abbiamo ritrovato i contenuti che abbiamo cercato di svolgere.

Di fronte a questo messaggio biblico cosi difficile noi troviamo che il Crocifisso ci richiama a un atto di fede nelle parole del Signore. Non posso credere in Gesù Cristo e lasciare fuori questo messaggio, lasciare fuori il significato che la croce del Signore deve assumere: se credo in Gesù Cristo devo assumere anche il significato che Egli dà al suo morire in croce per noi.

L’atto di fede in Gesù Cristo deve arrivare fin qui.

(Giovanni MOIOLI, La Parola della Croce, Glossa Ed., pp. 31-5)


 

GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA 1 DICEMBRE 2013

RELAZIONE DON GIOVANBATTISTA BIFFI
Eucaristia e vita cristiana

La chiesa primitiva vive e comprende l’eucaristia

Trattandosi di una realtà centrale che tocca il cuore della vita cristiana, non c’è da meravigliarsi se tutti i quattro vangeli ce ne rendono chiara ed insistente testimonianza, anche se con modalità ed accentuazioni diverse. Naturalmente i vangeli attingono a una tradizione che ci riporta ai primissimi inizi della chiesa, agli stessi apostoli che hanno condiviso con Gesù la conclusione della vita terrena e hanno dato forma concreta alle espressioni fondamentali della chiesa nascente.

Allo stato attuale non è possibile ricostruire nei particolari le forme originali di celebrazione che hanno preceduto le narrazioni dei vangeli; sembra che i testi attuali a nostra disposizione ci testimonino due diverse tradizioni liturgiche: Marco e Matteo rifletterebbero la tradizione che fa capo alla chiesa di Gerusalemme, mentre Luca e Paolo, nella lettera ai Corinti, rifletterebbero la tradizione che fa capo alla chiesa di Antiochia. Tre sono i motivi teologici fondamentali comuni alle quattro redazioni: la morte espiatoria di Gesù, l’alleanza e la gioia escatologica. Un’osservazione fondamentale è che le parole dell’istituzione (“questo è il mio corpo dato per voi …il mio sangue sparso per voi’’) sono da leggere alla luce di Is 53,12 interpretato, messianicamente: “Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava i peccati di molti e intercedeva per i peccatori”.

I vangeli, per il loro stesso genere letterario, legano l’istituzione dell’eucaristia alla vita di Gesù, e in modo particolare al racconto della passione: basti pensare al momento dell’istituzione, che già introduce alla passione, e alle parole dell’istituzione: “il mio corpo dato per voi … il mio sangue versato per voi”. Ma l’eucaristia viene legata anche alla storia della salvezza, in modo particolare alla celebrazione della pasqua, memoriale della liberazione dalla schiavitù d’Egitto.

Veramente, questo rapporto con la pasqua ebraica è oggetto di discussioni e distinzioni. Tendenzialmente i cattolici sottolineano questo rapporto che lega all’eucaristia l’idea di un nuovo esodo, mentre per lo più i protestanti, con l’eccezione di alcuni nomi rimarchevoli, come Jeremias, Patsch …, lo giudicano dubbio o di poco conto. A tal proposito, un dato di fatto sembra fuori discussione: il rapporto con la pasqua ebraica è evidente all’interno della narrazione di Luca; la circostanza della pasqua è presente anche in Marco e Matteo, senza però che gli elementi della pasqua ebraica risultino con chiara evidenza nella descrizione della cena; nessun riferimento diretto alla pasqua risulta in 1Cor 11 e in Gv 6.

Un dato molto significativo è il fatto che tutti i quattro vangeli legano l’eucaristia a un prodigio operato da Gesù che deve avere lasciato grande impressione nel popolo e che viene ad assumere un valore simbolico: la moltiplicazione dei pani (che in Marco e Matteo ricorre due volte). Basti ricordare i verbi principali che descrivono l’azione di Gesù: prendere, benedire, spezzare, dare, che sono presenti sia nell’istituzione dell’eucaristia (cf. p. es. Mc 14,22) che nella narrazione della moltiplicazione dei pani (cf. p. es. Mc 6,41; 8,6). In questa maniera, l’istituzione dell’eucaristia non rimane più un gesto isolato, relegato agli ultimi momenti della vita di Gesù, ma viene preparato e preannunciato dal ministero e da tutta l’attività benefica di Gesù. Inoltre, il modo in cui è narrata la moltiplicazione dei pani ci rimanda a un prodigio simile operato da Eliseo (cf. 2Re ) e inserito nel ciclo di Elia, che, a sua volta, ci rimanda al ciclo dell’Esodo, dove Dio sfama il suo popolo con la manna. Così l’eucaristia è inserita nel grande ciclo della storia della salvezza: Dio sfama il popolo dell’esodo nel deserto, Eliseo sfama più di cento persone, Gesù sfama le folle che lo seguono e infine dona la sua vita presente nella forma del pane. Questa dinamica, presente nella tradizione della chiesa primitiva, verrà sviluppata nei quattro vangeli con diverse sottolineature. Sarà Giovanni a dare il maggiore sviluppo a questo rapporto fra la moltiplicazione dei pani e l’eucaristia.

Marco: Il corpo e il sangue per la nuova comunità (Mc 14,12-25)

Per comprendere il messaggio eucaristico di Marco non ci si può fermare alle parole dell’istituzione, ma bisogna collocarle nell’ampio contesto di tutto il vangelo.

Il primo contesto è quello dei numerosi banchetti che si susseguono nel corso del vangelo: con i primi discepoli in casa di Simone, servito dalla suocera di lui appena guarita (Mc 1,31); con i peccatori in casa di Levi (Mc 2,15-17); nella prima moltiplicazione dei pani in terra dei giudei (Mc 6,35-44) e nella seconda moltiplicazione in terra dei pagani (Mc 8,1-10); a conclusione di ciò, nell’ultima cena Gesù dona se stesso come pane per la comunità universale. (Mc 14,22-25).

In questo contesto la moltiplicazione dei pani assume un significato particolare: il pane di Gesù è destinato a sfamare una grande moltitudine (cinquemila uomini: Mc 6,44); Gesù è il nuovo Mosè, che dona carne e pesce (anche le quaglie del deserto venivano dal mare: cf Sap 19,11s) e che, come vero pastore, guida le pecore (Mc 6,34); i discepoli non sono in grado di comprendere l’evento (Mc 6,52; 8,14-21), perché il suo senso compiuto lo riceverà quando Gesù donerà il vero pane; il pane donato da Gesù non viene esaurito dalle folle: ne rimangono piene le riserve (12 ceste per le 12 tribù d’Israele e 7 ceste (= numero della pienezza) per il mondo dei gentili; non è detto quando e come vengano utilizzati gli avanzi; è detto solo che Gesù ha affidato ai discepoli un pane per il futuro. Il cristiano che legge il vangelo di Marco sa quale pane egli ha ricevuto dagli apostoli.

L’altro contesto nel quale Marco colloca l’istituzione dell’eucaristia è quello pasquale: “dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la pasqua?” (Mc 14,12); ma la pasqua di Gesù deve essere la pasqua dei discepoli: “dov’è la mia stanza perché io vi possa mangiare la pasqua con i miei discepoli? … Là preparate per noi” (Mc 14,14s). Ai tempi di Gesù la pasqua è la festa della memoria e della speranza escatologica. La salvezza passata era resa presente attraverso le parole del memoriale. Gesù interverrà proprio nelle parole del memoriale con le parole dell’istituzione: i cristiani, invece dell’esodo ricorderanno e narreranno la cena di Gesù e la sua passione.

Ma il contesto fondamentale, dal quale l’eucaristia riceve il suo senso, è quello della passione,, che nel vangelo è preparata da una triplice predizione (Mc 8,31; 9,31; 10,32-34) e che nel contesto prossimo è introdotta con il complotto (vv. 1-2), l’unzione a Betania (vv. 3-9), il tradimento di Giuda (vv. 10-11) …; nei vari momenti della cena, con lo svelamento del traditore, Gesù si presenta come padrone della situazione, pienamente cosciente e libero. Il dono del suo corpo e del suo sangue non è un incidente di percorso, ma un atto fortemente voluto.

In questo contesto di passione Mc inserisce l’istituzione dell’eucaristia, concentrata in Mc 14,22-25.

Per superare il rischio di ridurre il mistero eucaristico a un semplice miracolo di trasformazione o a un dolce e amorevole desiderio di compagnia da parte di Gesù, vanno considerati attentamente gli elementi teologici e i riferimenti chiave che Marco ci offre.

Prima di tutto Gesù e i discepoli stanno mangiando la pasqua, quindi il momento ha una forte pregnanza religiosa: il gruppo sta ricordando la salvezza operata da Dio nella liberazione dall’Egitto e invocando la salvezza definitiva; tutto questo è reso presente dalla haggadah, dalle parole che narrano e rendono attuale l’opera salvifica di Dio; ciò che Gesù ha tra le mani non è un pane qualunque per il nutrimento del corpo, ma il pane benedetto per la circostanza, segno della partecipazione alla salvezza. Gesù interviene proprio su questi elementi fortemente simbolici: le parole che rendono presente la salvezza non si riferiscono più alla liberazione dall’Egitto ma alla morte salvifica di Gesù; la benedizione e la salvezza è ora trasmessa attraverso questo pane e questo vino in cui è presente il corpo e il sangue di Cristo; è Gesù stesso che mediante il dono della sua vita è divenuto mediatore di benedizione, salvezza e comunione di vita; il binomio carne e sangue indicano tutta la persona di Gesù, sottolineandone il significato sacrificale. Mangiare questo pane significa entrare in comunione con Cristo, con la sua morte e i suoi effetti salvifici.

In tutto ciò si realizza definitivamente l’alleanza, cioè la comunione di vita fra Dio e il suo popolo stabilita sul Sinai (Es 24,8) e già siglata da un banchetto (Es 24,11). Anche per il futuro si attendeva una redenzione e salvezza per il sangue di questo patto (cf Zac 9,11); ora, quest’alleanza si realizza nel sangue di Cristo.

Ma c’è un’altra sottolineatura nel vangelo di Marco: questo sangue è versato “per molti”: due brevi parole dense di significato. Il dono che Gesù fa della propria vita viene letto alla luce di Is 53,12: Gesù muore “per” noi, facendosi carico della nostra situazione di debolezza e di peccato; è una espiazione sostitutiva e purificatrice; inoltre, la morte di Gesù ha una portata universale, a favore dei “molti” dei quali già parlava Gesù nella sua terza predizione della passione (Mc 10,45; cf. Is 42,6; 49,7s) e ai quali si riferisce anche Paolo (cf Rm 5,15.19; 12,5).

Tutto ciò è presente nell’eucaristia. Però, questo non è l’ultimo banchetto offerto da Gesù: egli parla di un vino che berrà “nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,25): se Gesù offre il suo corpo e il suo sangue lo fa nella prospettiva della gioia finale, spesso rappresentata con l’immagine del banchetto messianico del figlio dell’uomo (cf. Is 25.6; Ap 3,20s; 19,7.9).

Così, per Marco nell’eucaristia è fondata la comunità dell’alleanza, unita a lui in una maniera tutta particolare; Gesù è il mediatore dell’alleanza stipulata da Dio nel suo sangue; i beneficiari sono il nuovo popolo di Dio.

Matteo: un’alleanza per il perdono dei peccati (Mt.26,26-29)

Matteo segue molto da vicino la versione di Marco, portando alcune modifiche solo di carattere stilistico che aiutano a concentrare l’attenzione sull’azione dello spezzare il pane e sulle parole interpretative di Gesù. Il duplice comando diretto di Gesù: “mangiate” (v. 26), in parallelo con “bevete” (v. 27) ci aiuta a capire che la comunione con Cristo, significata nelle parole interpretative dell’istituzione, si realizza nel mangiare quel pane e nel bere quel vino.

Ma Matteo introduce un motivo specifico (= “perché”) e suo caratteristico per cui si deve bere di quel vino: esso è il suo “sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (v. 28). Il motivo del perdono dei peccati, legato all’assunzione del sangue eucaristico, è esclusivo di Matteo. Per comprenderne il significato giova prestare attenzione a due riferimenti: il primo è il testo di Ger 31,31-34 sull’alleanza nuova, piantata da Dio nel cuore dell’uomo in modo che questi possa seguire spontaneamente e liberamente la legge del Signore; in base a tale alleanza il Signore dice: “poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato” (Ger 31,34). Nel sangue di Cristo si compie l’alleanza del Sinai nel suo compimento promesso da Geremia.

[In coerenza a ciò è illuminante un secondo riferimento, che è quello a tutto il vangelo di Matteo, nel quale il perdono dei peccati costituisce un tema fondamentale. In Matteo il perdono dei peccati è riservato esclusivamente a Gesù. Fin dall’annuncio della sua nascita Gesù è definito come colui che “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21); Gesù è il Figlio dell’uomo che ha il potere di dire con verità: “Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mt 9,2); tale potere è concesso agli uomini e alla comunità cristiana in mezzo alla quale Gesù è presente (Mt 9,8; 18,18); mentre Marco definisce quello di Giovanni un “battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Mc 1,4), per Matteo l’attività del Battista è solo un invito alla conversione (cf. Mt 3,2.11); il perdono di Dio deve diventare realtà in noi muovendoci al perdono nei confronti dei nostri fratelli e può essere sciupato dalla nostra mancanza di misericordia e perdono nei confronti degli altri (cf. Mt 6,14; 18,35).]

Questi riferimenti gettano una luce particolare sul messaggio eucaristico di Matteo: nell’eucaristia si realizza l’alleanza che significa piena comunione con Dio, nel perdono dei peccati.

Luca: Un mandato e un esame per i servi della nuova alleanza (Lc 22, 15-20)

Luca, autore del terzo vangelo e degli Atti degli apostoli, due volumi che costituiscono un’unica opera, colloca con ancor maggiore evidenza l’eucaristia nel cuore della vita della chiesa. Egli esprime in una duplice maniera la sua preoccupazione teologica e pastorale: elaborando alcuni particolari che fanno da contesto all’istituzione dell’eucaristia e articolando in maniera particolare lo stesso testo dell’istituzione.

I discepoli nel contesto dell’istituzione

Tutta la narrazione di Luca, dal v. 7 al v. 48 del capitolo 22, acquista una colorazione speciale dalle parole di Gesù concernenti i suoi discepoli: è un alternarsi fra una missione di servizio e una defezione.

Il racconto dell’istituzione è incluso fra una scena preparatoria e tre scene esplicative che hanno i discepoli come protagonisti.

Luca è l’unico a specificare che Gesù invia Pietro e Giovanni a preparare la cena della pasqua (Lc 22,7-12). Chi legge l’opera lucana conosce il posto preminente che questi due discepoli occupano nel gruppo degli apostoli e nella chiesa primitiva: fanno parte degli intimi di Gesù (cf. Lc 8,51; 9,28) e sono i protagonisti della prima parte degli Atti degli apostoli (cf. At 1-8, in particolare 3-4; 8,14-25). I capi sono i servitori della comunità e a questo titolo preparano la cena; il tema verrà ripreso dal discorso di Gesù che seguirà immediatamente il pasto (Lc 22,26s) ed è un’attuazione di quanto Gesù aveva già proclamato durante il suo ministero: “beato quel servo che il Signore, arrivando, troverà al suo lavoro” (Lc 12,41-46). Il servizio alla cena è il simbolo e l’espressione di un ministero inteso tutto come servizio.

Nella prima delle tre scene che seguono l’istituzione Gesù svela il traditore (Lc 22,21-23): Luca ci ricorda che Giuda è presente all’istituzione e mangia il pane offerto da Gesù. E’ un’ammonizione rivolta alla comunità che si deve esaminare sulla propria coerenza di vita; infatti, i discepoli “cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò” (Lc 22,23).

Ma non c’è solo il tradimento di Giuda che è incompatibile con la cena del Signore: allo svelamento del traditore e all’esame di coscienza segue la discussione su chi fra i discepoli dovesse essere il più grande (Lc 22,24-30); è una discussione che i discepoli avevano già fatto durante la vita pubblica di Gesù (cf. Lc 9,46-48), ma Luca la riporta in questo nuovo contesto per ricordare che essa è incompatibile con l’eucaristia, dove Gesù si presenta come “colui che serve” (Lc 22,27): è questa la sintesi della vita di Gesù e l’eucaristia offre alla comunità cristiana l’occasione per un esame di coscienza in proposito.

Infine, c’è un messaggio indirizzato alla debolezza e alla presunzione di Pietro che abbandonerà e rinnegherà il maestro: Gesù prega per il ravvedimento del capo degli apostoli il quale, partendo dalla propria esperienza di conversione, sarà in grado di confermare i fratelli (Lc 22,31-34). Nella cena è presente Gesù che con la sua intercessione conferma e tiene unita nella fede la comunità cristiana attorno a Pietro e al gruppo degli apostoli.

A conclusione della cena e delle parole che l’hanno accompagnata Gesù è conscio di avere attrezzato la sua comunità per affrontare la lotta che l’attende nel cammino futuro, perché sta per giungere l’ora nella quale servono la borsa, la bisaccia e la spada (Lc 22,35-38): tutti questi strumenti che simboleggiano la forza per superare ogni difficoltà, i discepoli li attingono dall’eucaristia.

Tutte queste scene che fanno da contesto all’istituzione dell’eucaristia ci indicano chiaramente quale senso Luca attribuisce all’eucaristia per la vita della chiesa.

Una nuova articolazione del racconto dell’’istituzione

Ma l’intenzione particolare di Luca si rivela anche dalla diversa articolazione del racconto dell’istituzione (Lc 22,15-20). Alcune osservazioni sull’impostazione globale e sul ricorrere dei vari motivi presenti nel brano ci aiutano a comprendere la probabile intenzione teologica di Luca. Prima di tutto, è da notare una differenza di carattere letterario fra i vv. 15-18 e i vv. 19-20: il fenomeno viene spiegato in maniere diverse . Ma è soprattutto interessante notare il rapporto che lega queste due piccole unità del testo attuale: in ambedue le parti si parla sia del mangiare la pasqua che del bere dal calice; nella prima parte parla di una pasqua che si deve “compiere” e di un vino che Gesù non berrà “finché non venga il regno di Dio” (Lc 22,16): queste parole sono da intendere come profezia della morte di Gesù e del futuro regno di Dio, e quindi invitano alla speranza e all’attesa di un compimento.

Nel v. 15 Gesù dice: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa pasqua con voi” (v. 15): è una pasqua particolare per Gesù e per la comunità dei suoi discepoli, sia perché in essa avverrà qualche cosa di nuovo, sia perché risulta essere l’ultima di una serie.

Nei vv. 17-18 Gesù, dopo aver compiuto il rito del ringraziamento, offre ai discepoli il calice, accompagnando il gesto con le parole: “Prendete e distribuitelo tra voi”, senza, però, pronunciare le parole dell’istituzione.

Gli elementi nuovi introdotti da Gesù, e in particolare le parole dell’istituzione, sono inseriti nella seconda piccola unità (vv. 19-20), che è strettamente parallela con le narrazioni di Marco, Matteo e 1Cor 11. Qui Gesù offre il pane con le parole: “questo è il mio corpo che è dato per voi” e il vino, dopo aver cenato, con le parole: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Il senso teologico fondamentale, con i riferimenti a Is 53 per le parole sul pane e a Es 24,8; Is 42,6; 49,8 per le parole sul vino, è quello presente in Marco e Matteo. C’è, però, una nuova sottolineatura nelle parole sul calice: Gesù parla di “nuova alleanza nel mio sangue” (v. 20). L’alleanza può essere considerata e definita nuova per il fatto che ora essa ha il suo fondamento in Gesù e non più nel Sinai o nei patriarchi. Ma probabilmente il riferimento è più specifico: si tratta del compimento di quell’alleanza che Geremia ha promesso per i tempi nuovi, caratterizzata dalla conoscenza immediata di Dio e dal perdono dei peccati. Essa corrisponde al compimento della pasqua e al gustare il frutto della vite nel regno di Dio (cf. vv. 16.18).

In base a questi elementi si può pensare che Luca abbia voluto comporre un quadro disponendo come in sezioni parallele due momenti della celebrazione di Gesù: nella prima sezione il rito della pasqua ebraica, con l’apertura e la prospettiva di un suo compimento, e nella seconda sezione il rito nuovo di Gesù; così l’eucaristia risulta come la pasqua cristiana; le parole escatologiche (“non mangerò … non berrò … finché … nel regno di Dio”) acquistano così un nuovo significato: sono un congedo dall’antico rito che sta per trovare il suo compimento (v. 16) nella venuta del regno (v. 18), cioè nella chiesa.

Così l’eucaristia fa della chiesa il nucleo e la promessa del regno.

Giovanni: il linguaggio dei simboli (Gv 13 e Gv 6)

Anche il messaggio eucaristico viene trasmesso da Giovanni attraverso il sottile linguaggio simbolico.

Due dati fondamentali possiamo rilevare nel quarto vangelo per quanto riguarda l’eucaristia: anche Giovanni riporta la cena di addio, ma senza ricordare esplicitamente l’istituzione dell’eucaristia; il messaggio eucaristico di Giovanni si trova condensato e sviluppato in tutto un capitolo (Gv 6) che contiene un segno e un lungo discorso, collocati durante la vita pubblica di Gesù. Molte sono le ipotesi avanzate per spiegare la mancanza di una narrazione esplicita dell’istituzione dell’eucaristia.

Ciò che appare evidente è che la comunità giovannea si trova in una situazione nuova, sempre più lontana dal Gesù storico e si pone il problema della presenza concreta di Gesù nella vita e nella comunità cristiana; in questo contesto assumono un ruolo particolare il segno e il sacramento. Ma anche la descrizione della cena di addio assume un ruolo fondamentale per illustrare la presenza di Cristo fra i suoi. Per questo, meritano attenzione due capitoli fondamentali per comprendere la presenza e l’azione di Cristo nella comunità cristiana: i capitoli 13 e 6.

La cena di addio: autodonazione di amore fino all’estremo (Gv 13)

Anche se non contiene esplicitamente l’istituzione dell’eucaristia, la cena descritta da Giovanni nel capitolo 13 presenta molte coincidenze con quella dei sinottici: è collocata in coincidenza con la pasqua, Gesù predice il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro e porge il boccone a Giuda. Questi particolari accompagnano non l’istituzione dell’eucaristia, ma la scena della lavanda dei piedi, che rimane centrale.

La lavanda dei piedi (vv. 1-13) ha un significato simbolico fondamentale ed evidente: è il sacrificio e il dono che Gesù servo fa della propria vita, e in ciò corrisponde al significato del corpo e del sangue dato per molti che è proprio dell’eucaristia. Gesù offre un esempio di umiltà e di autodonazione che i discepoli devono imitare (cf. Gv 13,14-17); solo chi accoglie questo servizio di Gesù può avere un vero amore, necessario per rimanere in comunione con lui (cf. Gv 13,8; cf. 15,10); la comunità cristiana è fondata su questo dono e servizio di Gesù, che si trasforma in servizio vicendevole.

Dopo la lavanda dei piedi, in una breve sezione che può essere considerata centrale, Gesù pronuncia parole che ci aiutano a comprendere tutto il resto del capitolo: “Io conosco quelli che ho scelto, ma si deve adempiere la Scrittura: ‘colui che mangia il pane con me ha levato contro di me il suo calcagno’. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono” (Gv 13,18-19). Alla luce di queste parole le scene che seguono acquistano una luce nuova: Gesù non è preso alla sprovvista o dall’imprevisto: egli sa chi ha scelto, compreso Giuda che mangia con lui e da lui riceverà il boccone dell’amicizia (vv. 17.21-30), e Pietro che lo rinnegherà: ma l’amore di Gesù è spinto all’estremo (v. 1), fino ad accettare il tradimento e il rinnegamento; è il contrassegno per capire chi è Gesù (v. 19); il discepolo deve capire e fare altrettanto e amare come Gesù (v. 17); per questo Gesù ha scelto i suoi: per continuare questa missione che parte dal Padre (v. 20).

E’ questo il senso della cena di addio celebrata da Gesù. Seguono poi i discorsi di addio che illustrano il senso della presenza di Gesù e l’intimità di vita con lui, argomento che segna il vertice del discorso sul pane di vita in Gv 6,53-57.

Gesù pane di vita

Per Giovanni, il discorso che fa Gesù sul pane di vita è da prendere sul serio: l’accoglierlo è condizione per essere e rimanere discepoli: “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro … volete andarvene anche voi? …” (Gv 6,66s). E’ un discorso che si può capire non in base a concetti umani, ma condotti dallo Spirito: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6,63).

Per illustrare la vita che Gesù è venuto a donarci Giovanni insiste fin dall’inizio del vangelo sul simbolismo degli elementi necessari alla vita: la luce nel prologo, il vino a Cana (c. 2), l’aria, il vento e l’acqua nel dialogo con Nicodemo (c. 3), l’acqua con la Samaritana (c. 4), il camminare nella guarigione dell’infermo alla piscina di Betzetà (c. 5) e ora il pane (c. 6).

Con il capitolo 6 Giovanni ci presenta una catechesi bene articolata: nella prima sezione (vv. 1-15) Gesù il pane, compiendo il segno della moltiplicazione dei pani; nella seconda sezione (vv. 16- 21) Gesù si rivela, camminando sulle acque e manifestandosi con la formula rivelatoria: “Io Sono” (v. 20); nella terza sezione (vv. 22-71) Gesù è il pane, espressione simbolica pregnante, il cui contenuto è sviluppato in un lungo discorso.

Nella prima sezione (vv. 1-15), il fatto della moltiplicazione dei pani, testimoniato anche dalla tradizione sinottica, riletto alla luce dell’esperienza eucaristica diventa “segno”. Come già i sinottici, Giovanni si riallaccia alla tradizione biblica che attesta come Dio dona il pane al suo popolo, attraverso Mosè nel deserto (cf. Es 16), Elia in fuga nel deserto (1Re 17,6), Eliseo che sfama cento persone (2Re 4,43); ma è soprattutto il motivo della manna che presenta Gesù come il nuovo Mosè e il buon pastore che sazia il popolo degli ultimi tempi. Per Giovanni, questo segno introduce e illustra il discorso che farà Gesù sul pane di vita: il monte sul quale Gesù si ritira dopo aver compiuto il segno (v. 14) ci ricorda Mosè (cf. Es 24,15) che sale sulla montagna (episodio seguito dalla teofania: cf. Gesù che appare sulle acque); la circostanza della pasqua ci rimanda al motivo della manna che era oggetto della lettura sinagogale della festività; la domanda con la quale Gesù mette alla prova Filippo ci rimanda alla prova del popolo nel deserto, ma soprattutto alla fede insistentemente richiesta nel discorso seguente; i pezzi avanzati che non devono perire (v. 12) ci preparano al cibo che non perisce (v. 27); la reazione inconsulta del popolo che vuole proclamare Gesù re (v. 15) ci prepara all’incomprensione che accompagnerà il discorso di Gesù (vv. 41s.52.60.66).

Secondo il suo stile, Giovanni accompagna il segno con un discorso. E’ interessante notare la didattica con la quale Giovanni articola le varie sezioni del discorso usando tecniche di carattere letterario e disponendo le idee in una logica progressione che corrisponde a un itinerario di fede.

Con l’espressione: “in verità in verità vi dico” (vv. 26.32.47.53), a lui abituale nell’introdurre un discorso rivelatorio, egli avvia e riprende il discorso per portarlo a un livello sempre più alto.

Inoltre, egli fa progredire i vari livelli di rivelazione facendo seguire la rivelazione da una incomprensione, la quale, appunto, offrirà a Gesù l’occasione per una nuova rivelazione. Importanti punti di riferimento sono poi le citazioni bibliche attorno alle quali si svolge il discorso di Gesù: nel v. 31, il Sal 78,24 e Es 16,4.15 offrono il tema per l’avvio del discorso, tanto che c’è chi definisce tutto il discorso come un’omelia pasquale sul tema della manna; nel v. 45, il probabile riferimento (non letterale, ma a senso) ad Is 54,13 o a Ger 31,33-34 offre lo spunto per avviare il tema della interiorizzazione del pane della rivelazione. La finale del v. 51 (“il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”) potrebbe essere una citazione dalla liturgia, corrispondente alle parole dell’istituzione attestate dai sinottici e da Paolo: in ogni caso, essa segna un punto importante nella disposizione del capitolo, perché da quel punto il discorso di Gesù è considerato strettamente eucaristico.

Attraverso l’insieme di questi strumenti il discorso di Gesù può essere letto come il susseguirsi di tre rivelazioni successive.

Nella prima rivelazione (vv. 32-46; cf. v. 32: “in verità in verità vi dico…”) Gesù dichiara di essere disceso dal cielo; il vero pane che Dio dona al suo popolo non è quello che nutre il corpo, ma “il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (v. 33), cioè, Gesù nella sua incarnazione è pane in quanto nutre con la sua rivelazione; perciò Gesù richiede la fede in lui: “chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete” (v. 35). E’ questa affermazione che gli ascoltatori non capiscono e fanno difficoltà ad accettare: “Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: sono disceso dal cielo?” (v. 42).

Nella seconda rivelazione (vv. 47-52; cf. v. 47: “in verità in verità vi dico …”) Gesù, partendo ancora dal tema della manna, fa una nuova affermazione sul pane e sulla fede, ma insistendo sul fatto del mangiare che, in base alla citazione dei vv. 46s significa interiorizzare la parola di Gesù e lasciarsi attirare da lui. Ma, a conclusione di questo secondo livello di rivelazione, abbiamo il punto focale del discorso: il pane che va interiorizzato attraverso la fede è la carne di Gesù data per la vita del mondo; il mistero eucaristico, presentato nel momento della sua fondazione dai sinottici, è qui presentato come mistero e fulcro di vita cristiana: Gesù è pane di vita per chi crede in lui, per la sua morte è fonte di vita. La citazione liturgica illumina il cuore della vita cristiana. La proposta di Gesù impegna tutta la fede dei discepoli e diventa l’ultimo banco di prova per chi ha una fede tentennante; la comprensione umana non può supplire l’insufficienza della fede e l’incomprensione diventa inevitabile: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 52).

La nuova incomprensione offre a Gesù l’occasione per il terzo livello di rivelazione (vv. 53-59; cf. v. 53: “in verità in verità vi dico . ..”): una volta accolta la verità su Gesù che nell’incarnazione è disceso dal cielo, e accolto il dono della carne e del sangue presente nel pane da lui donato, si ha la pienezza della vita, nella più intima unità con Cristo. La intimità di vita con Cristo è al centro delle affermazioni di Gesù e spiega in che cosa consista la vita eterna donata da Gesù. Ciò è reso evidente dalla concatenazione delle stesse affermazioni: all’inizio e alla fine Gesù afferma: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (vv. 53-55.58), e al cuore di queste affermazioni proclama: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (vv. 56-57): è la più coraggiosa e temeraria visione mistica e la suprema esaltazione della vita cristiana, che troverà la sua espressione ultima in Gv 17,21 : “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (cf. anche Gv 10,38; 14,10; 15,4-10). La vita eterna si ottiene mediante l’unione di vita con Cristo. Quella vita che è donata attraverso la nascita dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3,5) viene mantenuta e incrementata dall’unione con il donatore della vita attraverso il pane di vita. E’ una visione dinamica dell’esperienza cristiana che parte dalla nascita fino a un compimento finale: “e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (v. 54). Ma già durante la vita presente la vita è trasformata, strappata dall’egoismo e proiettata nella vita divina: “chi mangia di me vivrà per me” (v. 57).

Su questo discorso si gioca tutta la vita cristiana. Chi si lascia guidare da principi puramente umani giunge inevitabilmente alla conclusione: “Questo linguaggio è duro. Chi può intenderlo? … Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro” (vv. 60.66). Pietro, affidato allo Spirito che dà la vita (v. 63), è in grado di affidarsi alle parole di Gesù: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (v. 68).

Così, Giovanni ci offre un itinerario di catechesi, che illustra tutto un processo di fede. Gesù è il pane e nutrimento totale della nostra vita. La catechesi incomincia da un segno: Gesù offre il pane materiale per rimandare al vero nutrimento: occorre cogliere e offrire segni della presenza e della cura amorosa di Dio che rinviino al vero nutrimento della vita. Dal segno ci conduce ad accogliere Gesù come colui che viene dall’alto, il Figlio di Dio. Solo chi ha riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio lo può riconoscere nell’eucaristia, superando il rischio di ridurre il contenuto della fede a una trasformazione miracolistica o a una divinizzazione degli elementi. L’eucaristia non è solo un mistero della vita di Gesù, ma un mistero della vita cristiana nello Spirito.


 

GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA 9 GIUGNO 2013

RELAZIONE DI SUA ECCELLENZA MONS. MARIO DELPINI

Custodi della speranza

    1. C’era una volta il desiderio

C’era un volta il desiderio di essere felici. Era come un desiderio naturale, una specie di destinazione ovvia, garantita, attraente. Come quando uno sale su un treno perché desidera andare in una città dove abita un amico, così uno entrava nella vita come per un viaggio verso la felicità. Perciò se il treno non arriva a destinazione, uno protesta, come di un diritto calpestato, così una volta se la vita non conduceva alla felicità si protestava, con lo sconcerto di chi non ottiene quello che gli spetta: si protestava contro qualcuno, perché certo qualcuno doveva averne colpa, il papà, la mamma, il governo o il destino o Dio in persona. E se il treno si ferma o minaccia un ritardo, uno si arrabbia, diventa nervoso, va cercare informazioni, vuol sapere come mai; così se la felicità sembrava ritardare si diventava nervosi, ci si dava da fare.

C’era una volta il desiderio di rendere felici. Era una passione che dava entusiasmo alla vita, era una ragione per far fatica e affrontare sacrifici. “Perché lavori tanto? Perché ti dai tanto da fare?” si poteva chiedere. E la risposta poteva essere: “Ho una moglie! Ho dei figli! Devo pensare alla loro felicità. Voglio dare a loro tutto quello che serve per essere felici: una bella casa, la possibilità di vestirsi bene, di mangiare, di studiare, di divertirsi. Mi affatico per rendere felici quelli che amo!”.

Poi, non si sa come, il desiderio di essere felici è scomparso, o forse l’hanno cacciato via, l’hanno dichiarato una illusione pericolosa. Gli hanno detto: ”Vattene via, desiderio di essere felice, non vedi che è finito il vino? Vattene via: non vedi che sei una illusione? Non vedi che non ci sono i mezzi. Se tu rimani qui tra noi, continuerai a farci arrabbiare, a esasperarci, come se uno salisse su un treno che non va da nessuna parte”.

Hanno cacciato via il desiderio di essere felici, perché si sono accorti che i mezzi di cui disponevano non bastavano. La gente preferisce coltivare desideri più a portata di mano: divertirsi un po’, fare qualche esperienza interessante, eccitante, provare un po’ di tutto, convivere, innamorarsi, litigare, separarsi, provare altre esperienze. Bisogna accontentarsi di desideri più piccoli, per i quali bastino i mezzi di cui disponiamo, propongono i sapientoni esperti della vita.

Per forza di cose, poi, se ne è andato anche il desiderio di rendere felici gli altri. Forse l’hanno cacciato via come un inganno o come un fastidio. Che ciascuno pensi a se stesso, che è già tanto. Che ciascuno cerchi di costruirsi il suo angolino tranquillo, perché il mondo è troppo brutto e gli altri sono piuttosto fastidiosi e antipatici: meglio soli che male accompagnati! Per questo, forse, non nascono più bambini: non vedi come è pericoloso il mondo?!

    1. Niente di meno che una annunciazione.

Una generazione rassegnata non si aspetta un gran che dalla vita; una generazione che non ha imparato a pregare non si aspetta un gran che neppure da Dio.

Il lamento che non si fa preghiera sembra che si smarrisca e cada nel vuoto. Ma Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero (Es 2,25).

L’intervento di Dio in una situazione che sembra senza via d’uscita è niente di meno che una annunciazione e una vocazione: l’Esodo racconta di Mosé, la storia di ciascuno dei discepoli racconta di una missione ricevuta: “ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti” (Es 3,9-10).

La missione affidata ai discepoli continua ad essere a servizio della speranza di coloro che sono oppressi dalla vita. I consacrati si sono messi a disposizione della missione. Forse hanno troppe obiezioni, come il timido e impacciato Mosé: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?”(Es 3,11).

    1. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù”(Omelia di Papa Francesco per la domenica delle Palme).

Ci si può domandare se la speranza cristiana sia una virtù “per giovani”, come talora sembra spontaneo pensare. Infatti la speranza costruita sulla promessa di Gesù (piuttosto che uno “spontaneo” slancio verso il futuro in senso generico, quindi piuttosto “terreno”) è una virtù che ha come sostanza l’esercizio spirituale del desiderio della vita eterna.

Come si può intendere la vita eterna?

Si devono mettere in evidenza almeno alcuni aspetti fondamentali cercando di comprendere la parola di Gesù: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

    1. La vita eterna è la partecipazione alla vita trinitaria.

Piuttosto che una condizione, come ama fantasticare l’immaginazione, la vita eterna è la relazione che lo Spirito Santo donato da Gesù stabilisce con il Padre. È una relazione reale, personale, beatificante, indissolubile. Ci si può domandare se il nostro modo di pregare, pensare, giudicare, stare soli, attraversare le prove della vita sia praticato con questa consapevolezza, sia comunione affettuosa e cosciente con la Trinità.

3.2. La vita eterna è un principio che trasfigura la vita ordinaria avvolgendola della gloria di Dio. Dimorare in Gesù, secondo la sua insistente raccomandazione, produce molto frutto. Il frutto non sono i risultati che si possono elencare, i successi di cui ci si può rallegrare e vantarsi. Si deve dire, piuttosto, che il frutto è lo stile di vita che si conforma allo stile di Gesù e attesta che questo è motivo di gioia, questo è il segreto della felicità: “ Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

    1. La vita eterna non teme il tempo, né la morte, sospira in compimento.

La comunione con il Padre per opera del Figlio che dona lo Spirito Santo è vissuta nella storia come una grazia che ancora non manifesta quello che saremo. C’è quindi la vocazione a un compimento: sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Gv 3,2).

Forse si deve riconoscere che nel linguaggio e nell’immaginario attuale la prospettiva escatologica si è piuttosto appannata e in molti modi, invece di sospirare il compimento, rischiamo di ripiegarci su un presente piuttosto deprimente e di censurare il desiderio dell’incontro.

    1. “Maria, causa della nostra gioia, aiuto dei cristiani, prega per noi!”.

Maria è presente e la sua presenza aiuta a dare vita nuova al desiderio di essere felici. Il vino finito è il segno di un desiderio costruito sulle proprie forze. Maria insegna invece a fidarsi di quello che Gesù dice, a credere alle sue promesse: Vivete in pienezza, portate a compimento la vostra vocazione, fate quello che vi dirà!

Maria è presente e la sua presenza aiuta a dare vita nuova al desiderio di fare felici gli altri. Si può ancora dedicarsi al desiderio di rendere felici gli altri, se siamo capaci di offrire la speranza della vita eterna, indicando in Gesù la presenza che non delude. Si può prendersi cura della gioia degli altri perché Dio stesso si mette dalla parte di coloro che credono che è meglio dare la vita piuttosto che trattenerla, Dio stesso si mette dalla parte di coloro che mettono a frutto i loro talenti perché producano un bene per tutti, Dio stesso si mette dalla parte di coloro che affrontano con fierezza ogni compito che è servire, ogni situazione che richiede l’assunzione di responsabilità, ogni momento in cui il bisogno dell’altro mi scomoda, mi chiama, mi convince a uscire di casa e mi conduce fino alla scoperta di incontrare il Dio della gioia proprio là dove ho fatto qualche cosa per seminare un po’ di gioia.


 

GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA 24 MARZO 2013

RELAZIONE DI SUA ECCELLENZA MONS. MARIO DELPINI

Interpreti dell’inadeguatezza

  1. Vasi di creta (2Cor 4,7)

La sproporzione tra l’altezza della vocazione, le esigenze della missione, le aspettative del mondo e la qualità della vita dei cristiani, e dei consacrati in specie, può anche essere un luogo comune e una constatazione scontata. Tuttavia per le persone serie dovrebbe essere un cruccio. In effetti per molti aspetti dobbiamo riconoscere di non essere all’altezza.

A parte la questione degli scandali spietatamente indagati dai media e spesso sproporzionatamente e maliziosamente amplificati, l’inadeguatezza sembra più comune e clamorosa e riguarda le manifestazioni più ordinarie della vita delle comunità.

La qualità delle relazioni entro le nostre comunità, anche entro le comunità religiose e gli istituti di vita consacrata, entro il clero, può essere spesso motivo di scandalo piuttosto che di edificazione e di testimonianza: in che cosa si riconosce il segno voluto da Gesù (“siano ma cosa sola” Gv 17,21)? Le comunità cristiane sembrano fin troppo simili a qualsiasi aggregazione mondana, a qualsiasi vicinanza casuale, come quella del condominio.

Il clima piuttosto depresso che spesso si respira nella vita delle comunità, nell’umore dei cristiani, nelle valutazioni che si esprimono sugli altri, sul tempo in cui viviamo, sulle speranze che coltiviamo può suscitare una domanda inquietante: dove è finita la gioia che Gesù promette piena (“vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” Gv 15,11 )?

Il modo di interpretare la propria vita e le vicende della storia, il tempo che viviamo e le scelte che siamo chiamati a compiere nella vita privata e nella vita pubblica sembra talora solo l’eco dei luoghi comuni, la risonanza di valutazioni mondane. Come si potrebbe dire: Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo (1Cor 2,16)?

Molti segni, insomma, suggeriscono di prendere atto della nostra inadeguatezza: non solo nel senso generale come comunità e come persone, ma anche in senso specifico in riferimento alla nostra vocazione: i risultati della nostra missione come lievito nella società, come luce del mondo, i risultati della nostra presenza nella vita ordinaria, negli uffici, nelle fabbriche, nella vita del paese, nei luoghi della cultura, del riposo, della pubblica amministrazione, insomma in molti campi sentiamo fin troppo facile concludere con un senso di sproporzione e di inadeguatezza.

  1. Le tentazioni

La tentazione comune è quella di minimizzare il senso di inadeguatezza, con l’elenco di tutto il bene che si compie, di tutti gli apprezzamenti che si ricevono, con il confronto con altre epoche della storia e altre regioni del mondo. Forse per questo si rivolge anche a noi il rimprovero rivolto alla Chiesa di Laodicea: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”(Ap 3,17).

La tentazione può anche essere quella di una indifferenza che non si lascia scalfire dalle critiche che vengono dall’esterno, assestati in un ruolo, accomodati in una tradizione, incasellati in una appartenenza, inclini a pensare che se stiamo al nostro posto nessuno pretende niente e la testimonianza e la missione possono aspettare o possono essere delegati.

La tentazione può anche essere quella di una certa resistenza all’inquietudine che lo Spirito suscita nell’animo in qualche momento di grazia, quando la memoria di slanci giovanili, un momento di silenzio e di verità con se stessi, una testimonianza particolarmente incisiva fa nascere come una specie di nostalgia, di rammarico per non essere diventato quella consacrata che avremmo voluto essere, di non essere quel santo che dovremmo essere, di non essere persone così coerenti e affidabili, devote e limpide come ci vedono gli altri. Il momento passa e torniamo ad essere quelli di sempre.

  1. La possibilità di dare gioia a Dio

“Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”(Le 15,7). Chi sa? Forse la confessione pasquale può essere l’occasione per rinnovare la gioia e la vita. Forse ci aiuta un esame di coscienza un po’ più lucido del solito, un ascolto di quello che il Signore ci vuole dire un po’ più docile del solito, uno sforzo di interpretare la nostra inadeguatezza secondo lo Spirito.

  1. Interpretare secondo lo Spirito l’inadeguatezza: la fede

La radicale inadeguatezza del frammento ad ospitare il tutto, del peccatore a entrare in comunione con il Santo, così come la constatazione personale e storica di non essere all’altezza può essere interpretata secondo lo Spirito di Dio: Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi (2Cor 4,7). La professione di fede che riconosce la potenza di Dio che opera anche nella debolezza non è però una rassicurazione che ci lascia tranquilli, ma la causa di una “tensione” o “attenzione” che motiva addirittura alla corsa: “Non ho certo raggiunto la meta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che sta alle mie spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio mi chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3,12-14).

“Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento ”(Eb 12,1-2).

Come si potrà esprimere questo “essere proteso verso” se non con un intensificarsi della relazione personale con il Signore, con un desiderio di conformazione che rende sempre più avvertiti del fastidio della mediocrità, con una riforma della propria vita per quegli aspetti che frenano lo slancio o contraddicono l’attrattiva?

L’inadeguatezza interpretata secondo lo Spirito diventa la condizione per una più limpida e intensa disponibilità alla attrattiva di Colui che è stato innalzato da terra e proprio così attira tutti a sé (cfr Gv 12,32) che si può anche chiamare “fede”. La santità si può forse intendere come inadeguatezza maturata in disponibilità allo Spirito, in docilità fiduciosa e vigile. “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).

Forse uno dei temi più interessanti della fede è quello che esplora come si possa essere protagonisti nella docilità, pienamente attivi e responsabili nella passività e nell’obbedienza allo Spirito.

  1. Interpretare secondo lo Spirito l’inadeguatezza: verso un volto cristiano della Chiesa

Nessuno ha tutti i doni spirituali desiderabili, ma a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune (2Cor 12,7). La condivisione dei doni per il bene della comunità non si riduce a una esortazione ad aiutarsi, perché, più profondamente, è la docilità allo Spirito che suggerisce alla nostra Chiesa di mettere in evidenza i quattro pilastri della comunità credente: l’insegnamento degli apostoli, la comunione, lo spezzare il pane e le preghiere, l’ingresso nella comunità di quelli che sono salvati (cfr At 2,42-47 e il commento nella lettera del Card A. Scola, Alla scoperta del Dio vicino, n 8).

Questi pilastri antichi si raccomandano per una riscoperta che sappia incidere sui rapporti di fraternità entro la comunità per far risplendere la comunione che il battesimo ha creato e dare concretezza alla carità premurosa che si prende cura degli altri perché li sente “dei suoi”.

Questa evidenza antica si raccomanda per una riscoperta che assuma lo stile cristiano della missione. Il mandato missionario, non è infatti impresa umana, strategia di conquista, astuzia per conseguire un successo mondano: indica invece le vie della fede, della povertà, della mitezza, della gioia, della dedizione fino al sacrificio.


GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA

2 DICEMBRE 2012

RELAZIONE DI MONS. ENNIO APECITI

« IL CONCILIO È UN ATTO SOLENNE D’AMORE PER L’UMANITÀ»

Introduzione

L’inizio dell’Anno della fede in coincidenza con la celebrazione dei cinquant’anni dell’inizio del concilio ecumenico Vaticano II mi ha fatto riflettere.

Ho ricordato tra me e me quell’evento epocale e complesso e problematico nel suo svolgimento, che però ha determinato il volto della Chiesa ancora per almeno un secolo:

lo vogliamo o no, la Chiesa del primo secolo del suo terzo millennio sarà quella scaturita nel suo volto e nelle sue problematiche dal Vaticano II.

Mi sono allora domandato quanto sia esso vivo ancora in noi. In quest’epoca ove ogni cosa viene divorata e metabolizzata e dimenticata così in fretta, cosa rimane in me del concilio? Solo qualche comodo luogo comune? Solo qualche passo interessante … e interessato? Solo qualche slogan?

Ho voluto allora “farmi interrogare” dalle parole che Papi e vescovi dissero per noi cristiani tutti in quel tempo “pentecostale”, perché certamente in quegli anni lo Spirito del Signore soffiò in modo più intenso e provocante sulla Chiesa e dentro di lei, per rianimarla.

Ho pensato, dunque, di riprendere – per quello che ci possono servire – le parole dei papi che resero possibile e realizzato il concilio.

«Ma chi te lo fa fare?» ovvero l’importanza di un invincibile ottimismo

Quando ti dicono: «Ma chi te lo fa fare?», «Perché non te ne stai un po’ tranquillo?», «Ma stattene tranquillo», «Non cacciartela troppo», «Non esagerare», mi viene in mente Giovanni XXIII.

Penso siano le domande che si posero o i consigli che gli avrebbero volentieri suggerito i diciassette cardinali quella domenica 25 gennaio 1959, che, convocati inaspettatamente in concistoro al termine della preghiera per l’unità dei cristiani, si sentirono annunciare da quell’anziano papa il primo Sinodo della diocesi di Roma dai tempi del concilio di Trento, la revisione del Codice di Diritto Canonico e addirittura un concilio ecumenico.

Noi, forse, sottostimiamo l’impatto che ebbe. Già altre due volte si era pensato di celebrare un concilio, che riprendesse il Vaticano I, sospeso in attesa di «condizioni migliori» da Pio IX il 20 ottobre 1870.

Ci aveva pensato Pio XI sin dalla sua elezione, parlandone nella sua enciclica programmatica Ubi arcano (23 dicembre 1922) e sondando i vescovi nell’ottobre 1923, ma

il progressivo affermarsi dei totalitarismi lo fece saggiamente soprassedere: sarebbe stato un concilio troppo condizionato dai dittatori e con un Papa, che, privo com’era di ogni libertà o indipendenza, non avrebbe potuto garantire la libertà dei vescovi.

Ci aveva pensato anche Pio XII subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, quando affidò al Sant’Uffizio il compito di studiare la possibilità di riprendere il concilio Vaticano I, ma le tensioni che si scatenarono anche tra gli esperti spinsero Pio XII ad accantonare l’idea.

Così, quando Giovanni XXIII annunciò il Concilio era lecito domandarsi se fosse compos sui, se avesse capito che lui doveva essere solo un Papa di transizione, con l’unico compito di creare cardinale colui che sarebbe stato, in effetti, il suo successore, Giovanni Battista Montini.

Eppure Giovanni XXIII preferì ascoltare la Voce che inaspettatamente per lui stesso – così confidò e ripeté sempre – gli aveva sussurrato nell’orecchio del cuore la parola “concilio”.

È questo il primo insegnamento che allora traggo: il cambiamento epocale della Chiesa si ebbe perché un uomo – sia pure un Papa – ebbe il coraggio di fidarsi della Voce interiore, di lasciarsi condurre dall’ispirazione e non solo dalla certezza dei dati e delle analisi. Non lo spinsero sondaggi o consultazioni, schede elaborate o convegni pubblicati, ma solo la voce del cuore.

Per questo motivo nel grandioso discorso per l’inizio del concilio, Gaudet Mater Ecclesia egli spiegò il motivo della sua gioia:

«Ad aumentare la santa letizia che in quest’ora solenne pervade i nostri animi, ci sia permesso osservare davanti a questa grandiosa assemblea che l’apertura di questo Concilio Ecumenico cade proprio in circostanze favorevoli di tempo.

Spesso, infatti, avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa.

A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo.

Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (EV 1, 40*-42*).

Mentre molti si lamentavano, Giovanni XXIII era sereno, vedeva l’aurora là dove molti vedevano il buio della notte:

«Il Concilio che inizia sorge nella Chiesa come un giorno fulgente di luce splendidissima. È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente!» (EV 1,64*).

Sono parole giustamente famose. Ne siamo sempre e ancora convinti?

C’è un segno, uno stile che conferma il nostro essere nella speranza, alla maniera di Giovanni XXIII. È lo stile della misericordia, che l’anziano Papa propose senza tentennamenti né irenismi:

«Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando.

Non perché manchino dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare; ma perché tutte quante contrastano così apertamente con i retti principi dell’onestà, ed hanno prodotto frutti così letali che oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle, soprattutto quelle forme di esistenza che ignorano Dio e le sue leggi, riponendo troppa fiducia nei progressi della tecnica, fondando il benessere unicamente sulle comodità della vita. Essi sono sempre più consapevoli che la dignità della persona umana e la sua naturale perfezione è questione di grande importanza e difficilissima da realizzare. Quel che conta soprattutto è che essi hanno imparato con l’esperienza che la violenza esterna esercitata sugli altri, la potenza delle armi, il predominio politico non bastano assolutamente a risolvere per il meglio i problemi gravissimi che li tormentano.

Così stando le cose, la Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati. All’umanità travagliata da tante difficoltà essa dice, come già Pietro a quel povero che gli aveva chiesto l’elemosina:

“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”» (EV 1, 57*-58*).

Giovanni XXIII ebbe ragione e a cinquant’anni di distanza lo vediamo bene: dov’è finito quel moloch che fu il comunismo? Dove è naufragato il capitalismo? Dove si è smarrita la voce esultante che annunciava che «Dio è morto»?, da quella di Friedrich Nietzsche i teologi che titolarono così i loro libri, quella del Governo albanese che nel 1967 si proclama ufficialmente il “primo Stato ateo” del mondo?

Che sia ancora necessaria questa speranza, questo stile ce lo ha ricordato Giovanni Paolo II introducendoci al terzo millennio con la Lettera Apostolica Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001):

«Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo.

Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell’uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti. […] Il nostro passo, all’inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del mondo» (n. 58).

Rimango convinto che solo se sappiamo e sapremo trasmettere speranza, cambieremo (come sempre) il mondo.

Quando ti sembra di non esserci riuscito

Un secondo momento della mia riflessione si è legato alla conclusione della prima Sessione del Vaticano II.

Giovanni XXIII – pare – era convinto che, dopo l’intensa e capillare preparazione che c’era stata nei tre anni precedenti, il concilio si sarebbe svolto rapidamente, in tre mesi: il Regolamento era già stato approvato, le Commissioni erano già state suggerite con i nomi degli esperti che avevano steso i diciassette testi elaborati nell’ampia consultazione; tutto faceva pensare che gli schemi sarebbero stati discussi e certamente approvati entro Natale e quel segno di rinnovamento che Giovanni XXIII auspicava si sarebbe splendidamente manifestato.

Così non avvenne: di quei diciassette schemi iniziali, ne fu approvato uno solo … in tutto il Concilio!

Non facciamo qui la storia del Concilio. Basti ricordare che la prima Sessione diede subito segni di sbandamento: due giorni dopo la solenne apertura furono bocciati – rimandati ad una maggiore conoscenza, come si amava dire – gli elenchi dei membri delle Commissione e una settimana esatta dopo l’apertura (18 ottobre 1962) Giovani Battista Montini inviò al Segretario di Stato, il cardinale Amleto Cicognani, una lettera con un incipit drammatico:

«Con profonda umiltà, spinto da altri Vescovi, della cui saggezza non posso dubitare, tra i quali i miei venerati Confratelli nell’Episcopato Lombardo, mi permetto richiamare la Sua considerazione sul fatto, che a me e ad altri Padri del Concilio sembra molto grave, della mancata, o almeno della non annunciata esistenza di un disegno organico, ideale e logico, del Concilio, felicemente inaugurato e seguito dagli occhi di tutta la Chiesa e di quelli anche del mondo profano. L’annuncio che il primo schema trattato sarà quello su la sacra Liturgia, quando esso non è né anteposto agli altri nel volume distribuito, né reclamato da alcuna primaria necessità, mi sembra confermare il timore che il Concilio non abbia un piano di lavori prestabilito. Se così è, come pare, il suo svolgimento sarà dettato e forse compromesso da ragioni estrinseche agli argomenti, di cui il Concilio deve occuparsi».

In effetti, la prima Sessione si concluse l’8 dicembre senza alcun documento approvato.

Cosa provò Giovanni XXIII? Penso – o mi aiuta nel mio cammino spirituale pensare – che fece l’esperienza di molti tra noi, quando sorge nel cuore – anche se non lo dici con le labbra – il dubbio di avere sbagliato, di avere sbagliato tutto; di esserti illuso; di avere sognato; di aver sbagliato nell’approccio con le persone; di non avere capito la realtà così com’essa è, inseguendo i tuoi sogni, le tue fantasie, i tuoi programmi.

Forse ti prende la stanchezza di Pietro, descritta nel capitolo cinque di Luca (5, 1-11): ha lavorato tutta la notte, ma non ha pescato nulla; è stanco e deluso; si domanda cosa dirà ora a sua moglie e sua suocera, quando tornerà a mani vuote; si sente in colpa perché la stessa delusione serpeggia nel volto dei suoi collaboratori, di quelli che hanno pescato con lui e si sono fidati di lui, mentre ora anche loro torneranno stanchi a casa, dalle loro mogli e suocere e dai loro figli a mani nude.

Fu a quell’uomo stanco e amareggiato e deluso che Gesù rivolse l’invito a fidarsi di lui ed a «prendere il largo» (cfr Lc 5,4), anche se era giorno e alla luce del sole i pesci non si fanno facilmente catturare, vedendo anch’essi l’ombra nera della chiglia della barca e il ricamo fatto dalla rete gettata per catturarli.

Ma Pietro si fidò della parola di quell’uomo: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5) e per questo suo atto di fiducia contro ogni logica umana (da pescatore) raccolse tanto pesce che «le barche al punto che quasi affondavano» (Lc 5,7) e da semplice e piccolo pescatore di Galilea divenne «pescatore dell’umanità, pescatore di uomini» (Lc 5,10).

Forse fu a questa pagina evangelica che si ispirò papa Giovanni in quei giorni, quando il “fallimento” del “suo” concilio era sussurrato e la malattia galoppava nel suo stomaco, ammonendolo che il suo tempo si era ormai fatto breve e forse non avrebbe visto la fine del concilio, che aveva convocato fidando nella Voce interiore.

Giovanni XXIII scese in San Pietro l’8 dicembre 1962 con il volto evidentemente sofferente ed ebbe solo parole di speranza e di fiducia.

Non nascose l’evidenza, ma la comprese:

«La prima sessione ha aperto per così dire le porte, con un certo stile lento e solenne, alla grande opera del Concilio: fu cioè un inizio nel quale i Padri con animo alacre si potessero inserire in pieno nella causa e nell’intima ragione di questa impresa, cioè del piano divino. Bisognava ovviamente che i fratelli convenuti da lontane regioni e congregati in questa vetusta Sede si conoscessero […] Anche questo è avvenuto per provvidenziale volontà di Dio, perché la verità venisse messa nella sua luce e davanti a tutta la comunità umana fosse manifesta la santa libertà dei figli di Dio che vige nella Chiesa» (EV 1, 108*-10*).

Giovanni XXIII ripeté, in fondo, quanto aveva detto nel discorso di apertura: tutto anche le difficoltà sono condotte dalla Provvidenza, che ha un solo programma: che si sveli sempre più la libertà, cui Dio ci chiama e la carità che Dio ci propone.

Papa Giovanni ebbe fiducia nell’azione dello Spirito, ben sapendo che sarebbe toccato a Lui solo condurre a buon termine quel Concilio da Lui — dallo Spirito — voluto e suggerito. Disse:

«Allora senza dubbio brillerà la nuova desiderata Pentecoste, che arricchirà abbondantemente la Chiesa di energie spirituali ed estenderà il suo spirito materno e la sua forza salutare in tutti gli ambiti dell’attività umana. Allora il Regno di Cristo sulla terra sarà dilatato da una nuova crescita. Allora nel mondo risuonerà più alto e più soave il lieto annunzio dell’umana Redenzione, dal quale vengono confermati i supremi diritti di Dio Onnipotente, i vincoli di carità fraterna tra gli uomini, la pace che è stata promessa su questa terra agli uomini di buona volontà» (EV 1, 124*).

Dunque, nelle difficoltà occorre custodire la pace, superare il timore. Nelle difficoltà occorre far tesoro – ancora più tesoro – del salmo 133 (132):

«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre».

Questa pace, fatta di concordia fraterna, di solidarietà convinta, permise a Giovanni XXIII di non cadere nella tentazione della delusione, dello scoraggiamento, del pessimismo amaro di chi vede che i suoi sforzi generosi sono stati frustrati; di chi ha l’impressione di aver “battuto l’aria”, di chi diventa triste perché gli pare di “aver perso tempo”, di essersi “dato da fare per nulla”.

Giovanni XXIII ricordò ai vescovi, concludendo il suo discorso che

«Ci attendono fatiche e grandi responsabilità; ma Dio stesso ci sosterrà nel cammino» (EV 1, 128*).

Parole tanto vere che mi richiamano quelle che ci consegnò il cardinale Carlo Maria Martini in vista del Grande Giubileo del Duemila, perché guardassimo con gli occhi dello Spirito a quell’altro avvenimento epocale.

Amo ricordare un passo della Lettera Pastorale per il 1997-1998, Tre racconti dello Spirito, scritta per «verificarci sui doni del Consolatore», come recita il sottotitolo.

La pagina che mi ha affascinato usa un linguaggio sportivo e presenta il nostro impegno pastorale come quello dei giocatori durante una partita di calcio:

«Lo Spirito c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo; al contrario sorride, danza, penetra, investe, avvolge, arriva anche là dove mai avremmo immaginato. Di fronte alla crisi nodale della nostra epoca che è la perdita del senso dell’invisibile e del Trascendente, la crisi del senso di Dio, lo Spirito sta giocando, nell’invisibilità e nella piccolezza, la sua partita vittoriosa».

È l’aggettivo finale che mi ha sempre affascinato: la partita è un poco truccata, il risultato finale è scontato: è la vittoria.

Certo, viviamo una «crisi nodale», «la crisi del senso di Dio». Certo, come ha detto l’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald William Wuerl, nella sua Relazione introduttiva al Sinodo sulla nuova evangelizzazione, l’8 ottobre 2012:

«Intere generazioni si sono dissociate dai sistemi di sostegno che facilitavano la trasmissione della fede. È stato come se uno tsunami di influenza secolare scardinasse tutto il paesaggio culturale, portando via con sé indicatori sociali come il matrimonio, la famiglia, il concetto di bene comune e la distinzione fra bene e male. In un modo tragico poi, i peccati di pochi hanno incoraggiato una sfiducia in alcune delle strutture insite alla Chiesa stessa».

Certamente c’è stato – e non è ancora in risacca – questo «tsunami spirituale». Eppure noi siamo chiamati a credere che più forte della debolezza e della stessa fragilità degli uomini è la potenza e la forza e il calore dello Spirito.

Siamo chiamati a non temere «l’invisibilità e la piccolezza» come disse il cardinale Martini, perché Dio sta parlando al cuore degli uomini più e meglio di quanto possiamo pensare e credere di fare.

Occorre uno sguardo acuto, occorre uno sguardo sereno, occorre uno sguardo che sa che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). «Dio ha tanto amato il mondo» e tanto lo ama ancora e sempre!

È così anche per noi? Abbiamo e custodiamo questo sguardo sereno, positivo, anche quando ci sembra di avere fallito?

Quando ti capita addosso un incarico gravoso

Un terzo passaggio “storico” si è offerto alla mia riflessione: come reagì Giovanni Battista Montini alla sua elezione?

Ho pensato che anche a lui accadde quello che succede a tutti noi, o almeno a quelli cui capita addosso una responsabilità che non hanno cercata; quando viene affidata una “questione” che “mettere a posto” una cosa iniziata da altri ed ora interrotta o sospesa.

Quando ti dicono: «Cerca di cavartela tu», per non dire: «Arrangiati. Prendi la patata bollente e non buttarla ma anche non bruciarti le dita». Forse anche quando ti dicono: «Ha voluto la bicicletta, adesso pedala».

Forse lo pensarono anche per Paolo VI, la cui elezione pareva scontata agli occhi di molti. Non dimentichiamo che non tutti gli erano favorevoli: il suo carattere tendenzialmente timido, la sua fortissima sensibilità, che ne rigava il volto e lo rendeva così espressivo, ma anche così vulnerabile! Ce l’avrebbe fatta? O sarebbe ricorso a quello che gli veniva offerto su un vassoio d’argento: dilata, rimandare a tempi migliori il concilio; pensarci sopra bene, possibilmente (forse) così bene da rimandarlo per molto, molto tempo.

È la sensazione che ho sempre provato leggendo il passo del discorso De eligendo Summo Pontifice, che secondo la tradizione il Segretario dei Brevi ai Principi, mons. Amleto Tondini, tenne ai cardinali e nel quale si può – volendo – cogliere l’invito a pensarci bene prima di riprendere quell’inconcluso – non dico inconcludente – concilio:

«Spetterà al Sommo Pontefice che voi, Eminentissimi Padri, state per eleggere, stabilire il tempo adatto per la ripresa del grande consesso [concilio]. E a lui specialmente spetterà l’accettare ed il giudicare, se le questioni, gli studi e particolarmente le disposizioni spirituali abbiano raggiunto quella maturazione, da cui si possa sperare l’esito, che la parte più sana dell’umanità si aspetta: ossia luce ed orientamento in mezzo alla dominante confusione di idee, ed auspicio di sicura pace, in mezzo alla vicendevole sfiducia ed agli antagonismi dei popoli».

Paolo VI non si fece condizionare da questi discorsi; non seguì le sirene dei pessimisti. Eletto Papa fu subito deciso e nel discorso per la Terza Obbedienza, il primo vero discorso da Papa, disse ai cardinali ancora raccolti tutti nella Cappella Sistina:

«La parte preminente del Nostro Pontificato sarà occupata dalla continuazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, al quale sono fissi gli occhi di tutti gli uomini di buona volontà. Questa sarà l’opera principale, per cui intendiamo spendere tutte le energie che il Signore ci ha date, perché la Chiesa cattolica, che brilla nel mondo come il vessillo alzato su tutte le nazioni lontane (Is 5, 26), possa attrarre a sé tutti gli uomini, con la maestà del suo organismo, con la giovinezza del suo spirito, col rinnovamento delle sue strutture, con la molteplicità delle sue forze, venienti ex omnibus tribus, et lingua et populo et natione (Ap 5, 9): questo sarà il primo pensiero del nostro ministero apostolico».

Cosa lo abbia animato in quei frangenti è forse custodito in una riflessione durante un suo Ritiro spirituale poche settimane dopo l’elezione (5 agosto 1963):

«Nessun ufficio è pari al mio impegnato nella comunione con gli altri. Gli altri, che sono Cristo: mihi fecistis, L’avete fatto a me (Mt 25, 40). Gli altri, che sono il mondo. Gli altri, al cui servizio io sono: et vos debetis alter alterius lavare pedes; confirma fratres tuos (Gv 13, 14; Lc 22, 32). Ecco, ognuno è il mio prossimo. Quanta bontà è necessaria! Ogni incontro dovrebbe provocarne una manifestazione. Simpatia per tutti; amore al mondo: dilexit mundum (Gv 3, 16). Preghiera ed amore universali. Iniziativa sempre vigilante al bene altrui. Quale cuore è necessario. Cuore sensibile, ad ogni bisogno; cuore pronto, ad ogni possibilità di bene; cuore libero, per voluta povertà; cuore magnanimo, per ogni perdono possibile, per ogni impresa ragionevole; cuore gentile, per ogni finezza; cuore pio, per ogni nutrimento dall’alto».

Paolo VI credette che il suo compito era un «impegno nella comunione con gli altri». Certo egli lo doveva fare al massimo grado, perché al massimo grado era il suo servizio per la Chiesa.

Tale – credo – dovrebbe essere il nostro: un convinto impegno nella comunione con gli altri. Esso si rivela attraverso uno stile preciso: la «bontà» tanto «necessaria» e che chiunque dovrebbe cogliere in noi in ogni occasione, in «ogni incontro».

E poi un atteggiamento mentale di «simpatia per tutti» e di «amore al mondo». La simpatia è un atteggiamento interiore che dispone il cuore e le parole e lo stesso tono di voce e le rughe del volto e la luce stessa degli occhi. Con che cuore guardiamo? Qual è naturaliter – cioè stabilmente – il nostro atteggiamento? Il nostro rapportarci alle persone? Che luce vedono nei nostri occhi, quella dell’accoglienza sorridente o del fastidio di chi si pensa disturbato? Il sorriso ci sorge o ci è più facile stringere i denti e mordere la lingua per non essere sgarbati? Puoi mordere la lingua, puoi stringere i denti, ma proprio questo atteggiamento rende più duro il volto.

Occorre, invece, quel cuore che Paolo VI sognava, un cuore «sensibile ad ogni bisogno, pronto ad ogni possibilità di bene, libero, cioè sobrio se non povero, magnanimo, cioè sempre pronto al perdono, gentile e capace di ogni finezza, pio, perché costantemente nutrito della preghiera».

Come siamo davanti a questo esame di coscienza?

Paolo VI mi insegna il coraggio. Fu coraggioso e pronto a «dare la vita», convinto che non basta «dare la vita» occorre consumarla sino all’ultima possibile energia.

Forse quello stesso entusiasmo ci serve e ci richiama. Me ne convincono le parole dell’ultima lettera di Giovanni Paolo II indirizzata a noi preti per il Giovedì Santo 2005, datata significativamente da «Policlinico Gemelli, 13 marzo 2005»:

«Il sacerdote è uno che, nonostante il passare degli anni, continua ad irradiare giovinezza, quasi “contagiando” di essa le persone che incontra sul suo cammino. Il suo segreto sta nella “passione” che egli vive per Cristo.

San Paolo diceva: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21). Soprattutto nel contesto della nuova evangelizzazione, ai sacerdoti la gente ha diritto di rivolgersi con la speranza di “vedere” in loro Cristo (cfr Gv 12,21). Ne sentono il bisogno in particolare i giovani, che Cristo continua a chiamare a sé per farseli amici e per proporre ad alcuni di loro la donazione totale alla causa del Regno. Non mancheranno certo le vocazioni, se si eleverà il tono della nostra vita sacerdotale, se saremo più santi, più gioiosi, più appassionati nell’esercizio del nostro ministero. Un sacerdote “conquistato” da Cristo (cfr Fil 3,12) più facilmente “conquista” altri alla decisione di correre la stessa avventura».

Sono parole rivolte ai sacerdoti, ma credo valide per tutti i credenti: siamo «conquistati da Cristo»?

Su che sentiero mi devo porre?

Paolo VI fu, dunque, deciso. Lo fu anche nei piccoli gesti concreti, come il rinvio dell’apertura della seconda Sessione per i soli giorni della sede vacante, facendo coincidere il nuovo inizio con la festa degli arcangeli (29 settembre 1963). Non doveva esserci alcuna impressione che il cammino si fosse interrotto: si continuava con lo stesso impegno e la stessa fiducia che Giovanni XXIII aveva consegnato alla Chiesa ed al suo successore.

Come fare, in ogni caso? Che strade percorrere? La domanda può servire anche a noi. Quando ci domandiamo: che fare? Da che parte cominciare?

Mi viene in aiuto allora Paolo VI con il suo grandioso discorso di apertura della seconda Sessione del Concilio, che era per lui la prima da Papa.

Fu in realtà un’enciclica, il suo programma pastorale da Sommo Pontefice e lo disse lui stesso, introducendosi al discorso:

«Era Nostra intenzione indirizzare a voi la Nostra prima Enciclica, come suggeriva l’uso tradizionale; ma perché – così Ci siamo chiesti – comunicare per iscritto ciò che, per una felicissima e particolarissima occasione, vogliamo dire questo Concilio Ecumenico, possiamo esprimere a voce ai presenti? Non possiamo adesso esporre tutto quello che abbiamo in mente e che si tratta più facilmente per iscritto. Ma per questa volta pensiamo che il presente discorso possa essere preludio tanto a questo Concilio che alla Nostra missione pontificale. Questa volta dunque la Nostra voce faccia le veci dell’Enciclica» (EV 1, 136*).

Non è su questo – ovviamente – che si è fermata la mia riflessione, ma su quello che disse «riprendendo il cammino» del Concilio:

«Donde parte il nostro cammino, Venerabili Fratelli? Quale via intende percorrere, se più che alle ragioni appena esposte guardiamo alle leggi divine, alle quali si deve obbedire? E quale traguardo si dovrà prestabilire al nostro percorso? […]

Queste tre domande, semplicissime e capitali, hanno un’unica risposta, che abbiamo ritenuto di doverci ribadire in quest’ora solenne e in quest’assemblea e proclamare al mondo intero: Cristo! Cristo, è il nostro principio, Cristo è la nostra guida e la nostra via, Cristo è la nostra speranza e la nostra meta. […]

Nessuna altra luce sia librata su questa assemblea, che non sia Cristo, che è la luce del mondo. I nostri animi non cerchino altra verità se non la parola del Signore, il nostro unico maestro; non preoccupiamoci d’altro se non di obbedire ai suoi precetti con una sottomissione fedele in tutto; non ci sostenga altra fiducia se non quella che corrobora la nostra flebile debolezza, perché si fonda sulle sue parole: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Fossimo Noi capaci di alzare al Signore Nostro Gesù Cristo, in quest’ora storica, una voce degna di lui!» (EV 1, 143*-145*).

Abbiamo la stessa passione innamorata ed entusiasta per il Signore Gesù? Guida sempre, sempre e veramente i nostri passi? Illumina sempre e sempre guida i nostri pensieri? Sostiene il nostro agire anche nelle delusioni e nelle umiliazioni? È nostro unico e vero interesse? Siamo pronti ad essere resi nulla per Lui e come Lui?

Fu il vero segreto – a me pare – del pastore che fu Giovanni Battista Montini. Non è un caso che la sua prima Lettera Pastorale da arcivescovo di Milano, scritta poche settimane dopo il suo ingresso, per la Quaresima 1955, riprendesse le parole di Ambrogio: Omnia Christus est nobis:

«”Tutto abbiamo in Cristo – esclama S. Ambrogio (De Virginitate 16, 99) – tutto è Cristo per noi. […] Sì, tutto è Cristo per noi, omnia Christus est nobis; ed è dovere della nostra fede religiosa, bisogno della nostra umana coscienza ciò riconoscere, confessare e celebrare. A Lui è legato il nostro destino, a Lui la nostra salvezza. […]

Oggi l’ansia di Cristo pervade anche il mondo dei lontani, quando in essi vibra qualche autentico movimento spirituale. […] Il mondo, dopo aver dimenticato o negato Cristo, lo cerca ma non lo vuol cercare qual è e dov’è; lo cerca fra gli uomini mortali; ricusa di adorare il Dio che si è fatto uomo, e non teme prostrarsi servilmente davanti all’uomo che si fa Dio. […] Dall’inquietudine degli spiriti laici e ribelli, e dall’aberrazione delle dolorose esperienze umane, prorompe fatale una confessione al Cristo assente: di Te abbiamo bisogno. Di Te abbiamo bisogno, dicono anche altre voci isolate e disparate; ma son molte oggi, e fanno coro. È una strana sinfonia di nostalgici che sospirano a Cristo perduto; di pensosi che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi che da Lui imparano il vero eroismo; di sofferenti che sentono la simpatia per l’Uomo dei dolori (Is 53,3); di delusi che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti che riconoscono la saggezza del vero Maestro; di volonterosi che sperano incontrarlo su le vie diritte del bene; di artisti che cercano superiori rapporti espressivi con l’intima verità delle cose; di convertiti infine che confidano la loro avventura spirituale, e dicono la loro felicità per averlo trovato.

Così è argomento di alto interesse notare come le stesse classi lavoratrici, quando non abbiano gli occhi bendati da convenzionali negazioni, guardano a Cristo, come al divino operaio che ha condiviso le loro fatiche e le ha nobilitate e santificate, come al Profeta dei poveri, dei piangenti, degli affamati di giustizia (cfr Mt 5, 3; 4 e 6) […] L’ansia di trovare Cristo s’insinua anche in un mondo avvinto dalla tecnica, dal materialismo e dalla politica, ma che non vuol soffocare; e quando, a tratti, profondamente respira ascolta noi; noi che stiamo pregando, e quasi ci segue. O Cristo, nostro unico Mediatore, Tu ci sei necessario».

Abbiamo anche noi questa certezza profonda che Dio, che il Signore Gesù è l’unica e coinvolgente tensione di tutti i cuori? Che tutti gli esseri umani anelano a Cristo? Che l’uomo è inquieto senza di lui? Non si tratta di riprendere le solite parole di sant’Agostino, ma forse l’inquieta domanda, che quasi icasticamente Giuseppe Ungaretti formulò il 29 giugno 1916:

«Chiuso fra cose mortali

(anche il cielo stellato finirà)

perché bramo Dio?».

Appunto: perché l’uomo «brama» Dio? E non stiamo vedendo che è così, che l’umanità vaga in cerca di idoli, perché sta cercando Dio? L’umanità si affida a santoni o santone, a superstizioni stupefacenti, perché sente che c’è Qualcuno, senza il Quale il cuore rimane sempre inquieto e il male si fa sempre insidioso.

L’essere umano non ama il male, perché è fatto per il bene ed è attirato da lui, dal bene, da Lui, dal Bene. Lo stesso male che sembra dilagare è frutto del desiderio del bene, che l’uomo percepisce che gli manca e allora si abbatte e si deprava.

Proclamiamo l’amore e vedremo l’amore.

È proprio questo che volle gridare Paolo VI nel suo primo discorso, nel programma del suo pontificato!

Dopo aver a lungo descritto il dialogo, che lo avrebbe caratterizzato, soprattutto quello con il mondo contemporaneo, riassunse i suoi pensieri, che preferisco nella prima traduzione, più calda – mi sembra – di quella recente e ufficiale, ove si usa preferibilmente carità ove Paolo VI nel testo italiano avrebbe messo amore:

«Il presente Concilio è caratterizzato dall’amore (dalla carità), da un grandissimo ed incontenibile amore, dall’amore che si cura più del bene altrui che del suo proprio, dunque dell’amore universale di Cristo! Questo amore (questa carità) sostiene il nostro animo, perché quando si presenta ai nostri occhi la vita degli uomini com’è oggi, avviene spontaneamente che siamo colpiti dalla paura più che dalla consolazione, dal dolore più che dalla gioia, e siamo portati più a tener lontano il pericolo e a condannare gli errori che alla fiducia e all’amicizia» (cfr EV 1, 185*-186*).

E poco oltre:

«Lo sappia con certezza il mondo: la Chiesa guarda ad esso con profonda comprensione, con sincera ammirazione e con schietto proposito non di dominarlo ma di servirlo, non di disprezzarlo ma di accrescerne la dignità, non di condannarlo ma di offrirgli conforto e salvezza» (cfr EV 1, 190*).

Ma su quali orizzonti concreti si staglia questo amore appassionato che deve nutrire la Chiesa, così come voleva e gridava Paolo VI iniziando il suo concilio?

Vale la pena sunteggiare l’orizzonte dell’impegno d’amore, della vocazione all’amore che Paolo VI proponeva alla Chiesa:

«Da questo Concilio, donde lo sguardo si apre su tutto il mondo, la Chiesa volge gli occhi della sua mente ad alcune categorie di persone. Guarda con particolare interesse ai poveri, ai bisognosi, agli afflitti, a quelli che sono oppressi dalla fame e dal dolore, che sono tenuti in catene: si rivolge dunque in particolare a quella parte dell’umanità che soffre e piange, perché sa che queste persone le appartengono per diritto evangelico, ed è felice di ripetere le medesime parole del Signore: “Venite a me, voi tutti” (Mt 11,28).

La Chiesa rivolge gli occhi agli uomini di cultura, agli studiosi, agli scienziati, agli artisti […] Guarda ai lavoratori […] Guarda ai governanti […]

La Chiesa cattolica guarda anche più lontano, oltre i confini della famiglia cristiana; infatti, come può circoscrivere il suo amore entro certi limiti, se deve imitare l’amore di Dio Padre, che elargisce a tutti i suoi doni (Cf. Mt 5,45), ed ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per la sua salvezza? (Cfr Gv 3,16)» (cfr EV 1, 191*-195*).

Quella guardata «con particolare interesse» fu una scelta irreversibile della Chiesa di Paolo VI. Il Papa confermò quest’opzione preferenziale per i poveri durante il concilio con il dono della sua preziosa tiara, fattogli dai milanesi, ai poveri, in particolare i campesinos dell’America Latina (13 novembre 1964).

Rilanciò quest’opzione con la sua prima enciclica dopo il concilio, la quale, essendo la prima aveva il valore stesso dell’enciclica programmatica del pontificato. Ebbene, Paolo VI volle che la sua prima enciclica post conciliare fosse la Populorum Progressio (26 marzo 1967):

«Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione della Chiesa. […] La Chiesa trasale davanti a questo grido d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello» (nn. 1 e 3).

Su questa scia – sappiamo – si pose Giovanni Paolo II con la Novo millennio ineunte,

«Certo, non va dimenticato che nessuno può essere escluso dal nostro amore, dal momento che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo”. Ma stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c’è una sua presenza speciale, che impone alla Chiesa un’opzione preferenziale per loro» (n. 49).

Giovanni Paolo II, discepolo di Paolo VI, ha chiesto dunque alla Chiesa del terzo millennio di ricordare che se tutti sono figli da amare per la Chiesa, i poveri lo sono in misura speciale; che per un credente – tanto più per un pastore – la presenza di Cristo si ha in modo “speciale” perché “reale” nell’eucaristia, … e in maniera altrettanto “speciale” – e dunque aliqualmente “reale” – si ha nel povero.

Il povero è nostro “padrone”, direbbe san Vincenzo de Paoli, perché è presenza di Cristo, Suo volto. Non serviamo i poveri per amore di Cristo, se non perché in loro amiamo Cristo, il loro volto è il Suo volto, loro sono Lui!

Ma quando le cose si fanno complicate? Quando hai voglia di “mollare”

Un’ulteriore domanda mi sono posto nel confronto tra il concilio e me, tra chi rese possibile questo avvenimento epocale dello Spirito e noi, tra Paolo VI il Grande e il piccolo che sono io.

Ho richiamato alla mente le inesauste difficoltà che dovette affrontare Paolo VI e che ci porterebbero lontani, se ne facessimo la storia.

Basti ricordare che anche la seconda Sessione fu sul punto di concludersi senza alcun documento approvato e solo quasi di corsa si riuscì ad approvare la Sacrosanctum Concilium e il decreto Inter mirifica.

Come dimenticare che i Padri bocciarono lo schema sulle missioni (9 novembre 1964) dopo che tre giorni prima lo stesso Pontefice era sceso straordinariamente in Basilica per elogiarlo e sostenerne l’approvazione (6 novembre 1964)?

Come dimenticare il clima di tensione che diede il coraggio a Paolo VI di comunicare ai Padri la Nota explicativa praevia che sbloccò l’empasse sulla Costituzione che è la dogmatica Lumen Gentium?

Come dimenticare che anche nell’ultima Sessione Paolo VI dovette intervenire per precisare e sbloccare il testo della Dei Verbum (10 ottobre 1965) e per avocare a sé la trattazione del celibato sacerdotale (11 ottobre), suscitando un applauso entusiasta dell’Assemblea?

Come non ricordare il dibattito sempre infuocato intorno allo Schema sulla Libertà religiosa che caratterizzò tutte le quattro Sessioni conciliari prima di diventare la Dignitatis humanae?

Come non ricordare che lo Schema 13, la futura Gaudium et spes, fu rinviato per ulteriori modifiche il 3 dicembre 1965, tre giorni prima della conclusione già fissata? Eppure Paolo VI voleva che quella Costituzione pastorale fosse l’ultimo documento del Concilio, il suo vero Messaggio all’umanità del terzo millennio:

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (EV 1, 1319).

Questo coraggio di credere sempre nell’amore, questo coraggio di farsi carico sempre dei propri fratelli e dell’umanità intera e di farlo con il cuore ardente e innamorato di cui parla il Signore Gesù («Sono venuto a portare il fuoco sulla terra», Lc 12, 49) era richiesto – per Paolo VI – dalla stessa nostra missione di apostoli della verità.

Lo ricordò aprendo la quarta e ultima Sessione conciliare, il 14 settembre 1965:

«Verso questa nostra ricerca di verità, sia dottrinale che normativa, ci diriga l’amore, memori della lucida sentenza di Sant’Agostino: “Nessuna cosa buona perfettamente si conosce, che non sia perfettamente amata”. Né sembra difficile dare al nostro Concilio ecumenico il carattere d’un atto d’amore; d’un grande e triplice atto di amore: verso Dio, verso la Chiesa, verso l’umanità» (EVI, 334*).

Proprio da questa convinzione Paolo VI traeva la ripetizione di quello che – come ho detto – fu il leit motiv di tutto il suo concilio.

Continuando quel discorso, infatti, Paolo VI cantò ancora il suo canto all’Amore che deve animarci, scandendolo sui tre versanti, amore per Dio, per la Chiesa, per il mondo; o anche: amore per Dio, per i fratelli di fede, per tutti gli uomini che sono e rimangono in Cristo nostri fratelli.

Solo per amore di Dio aveva convocato e sognato e condotto a termine quel faticoso e battagliero concilio.

L’amore per Dio veniva ovviamente per primo e doveva essere il primo frutto del concilio che si sarebbe chiuso con quella Sessione:

«La convocazione (del Concilio) ci ha distolti dal torpore della vita ordinaria, ha risvegliato in noi la coscienza piena della nostra vocazione e della nostra missione, ha scosso in noi poteri latenti, e ha acceso nelle nostre anime lo spirito di profezia, proprio della Chiesa di Dio; ha eccitato in noi il bisogno, il dovere di proclamare la nostra fede, di inneggiare a Dio, di stringerci a Cristo, di proclamare nel mondo il mistero della rivelazione e della redenzione. Non è forse amore questo?» (EV 1, 337*).

Non oso altro che ripetere la domanda con cui ho scandito la nostra riflessione: è così anche per noi? Non è forse questo appassionato amore per Dio, questo appassionato «aver creduto all’amore» che dovrebbe caratterizzarci?

Qui si fonda il secondo anello del cerchio d’amore che è la carità, gettata come un sasso nel lago del nostro cuore, la carità, l’amore per la Chiesa. Continuò Paolo VI:

«Noi siamo un Popolo, il Popolo di Dio. Noi siamo la Chiesa cattolica. Siamo una società singolare, visibile e spirituale insieme. Il Concilio ci fa più chiaramente avvertire che la nostra Chiesa è società fondata sull’unità della fede e sull’universalità dell’amore» (EV 1, 337*).

Certo, Paolo VI si rendeva conto che poteva essere considerata una facile utopia nel mondo moderno, così simile – disse – all’antica Babilonia.

Eppure, o proprio per questo occorreva amare ancora di più la Chiesa, credere ancora di più nella “comunione” che ci rende corpo, quella comunione che fu principio delle prime Comunità cristiane, che cambiarono il mondo proprio perché il loro «volersi bene» stupiva il mondo lacerato dall’egoismo, come ricorda Tertulliano (PL 1, 471).

Proprio questa comunione d’amore richiamava Paolo VI facendosi anche – a me pare – profeta:

«Nel tumulto degli avvenimenti contemporanei, nella previsione di altri futuri rivolgimenti, nella deludente esperienza delle sempre rinascenti discordie umane, e nell’irresistibile cammino dei popoli verso la loro unificazione, avevamo bisogno di verificare, quasi sperimentalmente, l’unità, che ci fa tutti famiglia e tempio di Dio, corpo mistico di Cristo; avevamo bisogno di incontrarci e di sentirci davvero fratelli, di scambiarci il bacio di pace, di amarci, in una parola, come Cristo ci ha amati» (EV 1, 337*).

Paolo VI ci richiamava alla comunione, perché sarà proprio questa caratteristica – così strana agli occhi del “mondo” – che permetterà nel futuro di capire la Chiesa e di ammirarla e di esserne affascinati di nuovo e come sempre:

«L’amore nostro, qui, ha già avuto ed avrà espressioni che caratterizzano questo Concilio davanti alla storia presente e futura. Tali espressioni risponderanno un giorno all’uomo studioso di definire la Chiesa in questo momento culminante e critico della sua esistenza: che cosa faceva, egli domanderà, in quel momento la Chiesa cattolica? Amava! sarà la risposta.

Amava con cuore pastorale, tutti lo sanno, anche se è ben difficile penetrare la profondità e la ricchezza di questo amore, fatto tre volte scaturire da Cristo nel cuore pentito e ardente di Simone Pietro […] questo Concilio lo dice: la Chiesa è una società fondata sull’amore e dall’amore governata! Amava, la Chiesa del nostro Concilio, ancora si dirà, amava con cuore missionario. […] Amava, sì, ancora, la Chiesa del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, con cuore ecumenico» (EV 1, 338*).

Mi domando se ne siamo convinti o se ormai rischiamo di essere travolti da quella mancanza di comunione, da quella ipercriticità che Benedetto XVI ha denunciato con parole di antico profeta nella Lettera ai vescovi in occasione della remissione della scomunica ai quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre (10 marzo 2009):

«Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.

Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5,13-15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: “Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge, infatti, trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?»

Credo sia lettera che – purtroppo – oggi ci interroga, ci provoca, ci chiede sincera conversione alla comunione: «Imparare la priorità suprema dell’amore».

Sono parole che ci riportano a Paolo VI. Perché non ci siamo ancora riusciti? Perché non ci riusciamo? Dobbiamo forse cedere alla tentazione di pensare che sono solo belle parole, parole da predica, parole escatologiche, che, cioè, si realizzeranno solo nell‘Ultimo giorno, anzi nel Giorno eterno, non qui sulla terra ma solo là in Cielo?

Non dimentichiamo le parole dei nostri primi fratelli, di quelli che cambiarono il mondo intero e tutte le civiltà, perché questa è verità: il Vangelo ha cambiato e sta cambiando tutte le civiltà e pervaderà di sé veramente tutta l’umanità.

I nostri fratelli cambiarono il mondo perché credettero fermamente – pur nella loro quotidiana esperienza della debolezza – che occorreva fare tesoro delle parole normative di Paolo nel suo Inno alla carità:

«La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, si compiace della verità.

Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine»» (1Cor 13, 4-7).

Dove il riferimento al fatto che «non avrà mai fine» significa che non si finisce mai di metterla in pratica, che è uno stile da praticare tutti i giorni per tutti i giorni della nostra rapida vita: si tratta di vivere secondo la carità ogni giorno per tutti i giorni.

Paolo VI declinò in forma nuova l’inno paolino, ripetendo costantemente questo richiamo all’amore, alla carità come unica e fondamentale cifra per comprendere il concilio e dargli attuazione e concretezza, per renderlo non caduco ma fecondo.

Di qui l’amore per gli uomini, che Paolo VI lasciava come missione del Concilio. In quel discorso del 14 settembre 1965 giungeva al terzo anello concentrico degli anelli della carità, suscitati dal sasso gettato nel lago del mondo:

«L’amore che anima la nostra comunione non ci sequestra dagli uomini, non ci rende esclusivisti, non egoisti. Anzi, perché amore che viene da Dio, ci educa al senso della universalità; la nostra verità ci spinge alla carità – ricordate il monito dell’Apostolo: «Veritatem autem facientes in cantate», noi andiamo operando nella verità verso la carità (Ef 4, 15). […] Noi, ci sentiamo responsabili verso tutta l’umanità. Verso tutti siamo debitori (cfr Rm 1, 14).

La Chiesa, in questo mondo, non è fine a se stessa; essa è al servizio di tutti gli uomini; essa deve rendere Cristo presente a tutti, individui e popoli, quanto più largamente, quanto più generosamente possibile; questa è la sua missione. Essa è portatrice dell’amore, è fautrice di vera pace […] Il Concilio offre alla Chiesa, a noi specialmente, la visione panoramica del mondo: potrà la Chiesa, potremo noi fare altrimenti che guardarlo e amarlo? (cfr Mc 10, 21) . […] Mentre altre correnti di pensiero e di azione proclamano ben diversi principii per costruire la civiltà degli uomini, la potenza, la ricchezza, la scienza, la lotta, l’interesse, o altro, la Chiesa proclama l’amore. Il Concilio è un atto solenne d’amore per l’umanità» (EV1, 343*, 345*, 346*).

Quando mi sembra di essere sovraccaricato dalle preoccupazioni, dalle mille tensioni della vita pastorale e sociale di oggi; quando mi sembra che da tutte le parti mi assalgano problemi e difficoltà; quando mi sento stanco e prevale la “voglia di mollare”; quando sperimento che i tuoi collaboratori – e spesso i tuoi stessi confratelli – “ti remano contro”, non ti capiscono o addirittura ti ostacolano; quando penso a tutto questo e altro ancora, torno con la mente – e non solo per cenni, come ho fatto qui – alle tante tribolazioni di Paolo VI.

Egli donò alla Chiesa la grandezza del Vaticano II perché non si scoraggiò, non si arrese, perché custodì quel principio di carità che aveva proclamato sin dal primo suo discorso ai Padri, alla Chiesa e al mondo; perché tenne bene fermo il timone della sua vita e del suo ministero; perché non si arrese alle difficoltà né alle reciproche gelosie né ai pettegoli di turno né ai falsi adulatori ed ai molti critici, così generosi nel loro non disinteressato cupio male dicendi.

Ci ha donato il Concilio perché ha creduto nella carità, nell’amore e non si è stancato di proclamarlo e di testimoniarlo.

In fondo la sua stessa vita tramontò dopo un supremo atto d’affetto, d’amicizia, d’amore per Aldo Moro.

Paolo VI era certo che l’amore avrebbe vinto. Lo disse proprio nel primo decennio del concilio Vaticano II, concludendo l’Anno Santo 1975, che egli volle nonostante profeti di sventura – ancora presenti – glielo sconsigliassero.

Lo volle per ricordare che ogni uomo è fratello, che «ogni uomo è mio fratello» fu uno degli slogan di quell’Anno Santo. E così concluse Paolo VI quel Natale 25 dicembre 1975:

«Comprenderemo noi il segno dei tempi che è l’amore a quel prossimo nella cui definizione Tu hai rinchiuso ogni uomo, ogni uomo bisognoso di comprensione, di aiuto, di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se fastidioso e ostile, ma insignito della incomparabile dignità di fratello? […] Non l’odio, non la contesa, non l’avarizia sarà la dialettica, ma l’amore, l’amore generatore di amore, l’amore dell’uomo per l’uomo, non per alcun provvisorio ed equivoco interesse, o per alcuna amara e mal tollerata condiscendenza, ma l’amore a Te, a Te, o Cristo, scoperto nella sofferenza e nel bisogno di ogni nostro simile. La civiltà dell’amore prevarrà nell’affanno delle implacabili lotte sociali e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell’umanità finalmente cristiana».

Ma in chi confidare?

L’ultimo punto è solo per introdurre la preghiera conclusiva e per custodire anche solo per cenno l’ultima tessera del nostro discorso.

Paolo VI fu sostenuto nel suo impegno, nel suo zelo d’amore, nelle sue fatiche e in tutto quello che abbiamo accennato dalla sua profonda fiducia in Maria. Volle tenacemente il capitolo VIII della Lumen Gentium, e la proclamò personalmente – evitando così ogni ulteriore discussione – Madre della Chiesa nel discorso in chiusura della terza Sessione conciliare (21 novembre 1964) e con un Inno a Maria volle concludere quel discorso.

Concludiamo così anche noi, facendo tesoro proprio di questo:

O Vergine Maria, Madre di Dio,

Madre augustissima della Chiesa,

a te raccomandiamo tutta la Chiesa.

Tu che dal Divin Salvatore tuo Figlio, morente sulla croce,

sei stata data in Madre amatissima al discepolo che egli prediligeva,

ricordati del popolo cristiano che a te si affida.

Ricordati di quelli che si dibattono nelle tribolazioni,

nelle necessità, nei pericoli,

e prima di tutto di coloro che soffrono persecuzioni

e sono tenuti in catene per la fede cristiana.

O tempio di luce incorrotta e mai oscurata,

prega il tuo Figlio Unigenito,

dal quale abbiamo ottenuto la riconciliazione con il Padre (Cfr Rm 5,11),

perché abbia misericordia dei nostri errori,

infonda nelle nostre menti la gioia di amare i fratelli.

Al tuo Cuore Immacolato, o Vergine Madre di Dio,

raccomandiamo tutto il genere umano;

conducilo a riconoscere Cristo Gesù,

unico e vero Salvatore;

preservalo dalle sventure che i peccati attirano e donagli la pace,

che si fonda nella verità, nella giustizia, nella libertà e nell’amore.

Concedi infine a tutta la Chiesa

che possa cantare un inno solenne di lode e di ringraziamento

al Dio delle misericordie,

un inno di gioia e di esultanza,

perché grandi cose ha fatto per mezzo tuo l’Onnipotente,

o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.


 

GIORNATA DI PREGHIERA COMUNITARIA

7 OTTOBRE 2012
RELAZIONE DI DON ERMINIO POZZI

Il “carisma” dell’Istituto secolare delle “Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo” consiste nel mettere “al centro” della propria vita di fede e dell’azione pastorale il “sacerdozio regale di Cristo” perché il popolo di Dio ne prenda consapevolezza e lo viva nella quotidianità.

L’Anno della Fede e il Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione chiamano le Missionarie del Sacerdozio Regale di Cristo ad un coinvolgimento pieno, iniziando dalla preghiera, dall’invocazione dello Spirito Santo: gesti possibili anche alle sorelle anziane e ammalate. Altre sorelle possono testimoniare e offrire il proprio carisma nelle parrocchie e nei decanati.

Ho pensato di offrirvi all’inizio di questo anno pastorale, la meditazione che mons. Bruno Forte, (Arcivescovo di Chieti –Vasto dal giugno 2004), ha proposto alla sua diocesi in preparazione all’Anno della Fede.

È un itinerario riflettendo su Maria, vergine, madre, sposa. Il Suo esempio di credente, la Sua unicità di Madre del Figlio di Dio venuto nella carne, la Sua intercessione presso il Signore sono di aiuto a ravvivare la nostra fede, a crescere in essa e a testimoniarla agli altri.

I Una donna ebrea dalla fede profonda.

Il nome di Maria viene dall’ebraico “Myriam” o “maryam”. Fra le possibili etimologia c’è “mara”, “signora”, o “mi-ram”, dalla radice “rym”, col significato di “alta, eccelsa, desiderata”. Già nel nome la giovane madre di Gesù viene riconosciuta come attesa dei suoi genitori, desiderata e amata. Quando concepisce il Figlio, Maria è una almah, la cui traduzione corretta è “giovane donna”, una donna cioè di poco più di 14 anni. Poiché la nascita di Gesù va fissata intorno al 6 a.C. – almeno due anni prima della morte di Erode, che aveva ordinato la strage dei bambini dai due anni in giù – la nascita di Maria può essere collocata fra il 22 e il 20 a. C. Al tempo degli eventi pasquali del Figlio, Myriam aveva fra i cinquanta e i cinquatacinque anni.

Maria è una giovane ebrea credente conosce bene le Scritture.

È una credente che osserva scrupolosamente la Torah (la sua andata al Tempio per celebrare la purificazione rituale dopo il parto Luca 2,22-24). La spiritualità di Myriam è quella dello “Shemà”, cioè dell’ “ascolto” obbediente del Dio unico, perché parli quando e come vorrà alla sua serva e compia in Lei le sue opere. Maria si colloca al vertice della spiritualità biblica dell’attesa e dell’accoglienza della Parola divina. Nella scena dell’adorazione dei pastori Maria è la protagonista, silenziosa e raccolta, che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Luca 2,19). È un atteggiamento caro alla tradizione ebraica: il ricordare associando fra loro gli eventi, in cui si manifestano i misteriosi disegni dell’Altissimo.

Maria è la donna credente e riflessiva che si abbandona all’Eterno con serietà pensosa, sa tenersi in prossimità dell’invisibile Voce.

Maria è la donna della gioia che testimonia cantando il Magnificat (Luca 2,46-48). Questo canto richiama i Salmi degli “anawim”, i “poveri” che confidano solamente in Dio, e il cantico di Anna (1Samuele 2,1-10).

Alla scuola di Maria impariamo il primato della dimensione contemplativa della vita, quel continuo accogliere l’iniziativa del Signore, che consiste nel lasciarci amare e condurre docilmente da Lui.

II Lo stile di vita di Maria.

La scena della visitazione mostra quali siano le caratteristiche dell’agire di Maria: è capace di un amore attento, concreto, gioioso e tenero.

Il suo amore è attento: Maria capisce il bisogno della cugina Elisabetta, di età matura e in attesa di un figlio. Intuisce la necessità e le corre in aiuto. Dove c’è l’amore, l’occhio vede ciò che uno sguardo privo d’amore non vedrà mai.

All’attenzione Maria unisce la concretezza: non si perde in sogni di bene, ma agisce. L’espressione “in fretta” (v.39) dice la sollecitudine con cui concretizza la decisione di andare in aiuto alla Madre di Giovanni.

L’agire di Maria, poi, è pervaso di gioia: non vive i suoi atti come il compimento di un dovere. Gioia è sentirsi amati così profondamente da avvertire il bisogno di amare, per corrispondere all’amore ricevuto.

Tutto in Maria avviene nel segno della tenerezza. È la caratteristica dell’amore che non crea distanze, che avvicina, i lontani li fa sentire accolti e colmi di stupore. “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo” (vv.43s). Chi non ama con tenerezza, crea dipendenze o mantiene distanze.

III Il rapporto col Figlio.

Nella vita di Gesù la Madre ha avuto un ruolo decisivo. Per l’ebraismo è la donna che trasmette l’appartenenza al popolo eletto. Il contesto domestico è considerato un “piccolo tempio” e la donna è la responsabile della liturgia domestica e dell’osservanza delle norme di purità che regolano la vita quotidiana. La famiglia è il nucleo più importante dell’ebraismo. Secondo i maestri ebrei è compito degli uomini insegnare il contenuto della rivelazione, la Torà e il Talmud, mentre quello della donna è di trasmettere l’esperienza della rivelazione, il senso del mistero, senza il quale lo studio sarebbe puro esercizio intellettuale. Perciò è sempre la donna ad accendere e benedire le luci del sabato, simbolo del dono della vita. Maria ha assolto pienamente questo ruolo, come mostrano le due visite al tempio per la circoncisione di Gesù e per il suo “bar mitzvah”, la festa dei dodici anni, ovvero della maggiore età per un bambino ebreo. Maria mostra tutto il suo rispetto per la tradizione dei Padri: è la madre ebrea che educa il figlio secondo la Legge del Signore. Madre attenta e tenera, vive le attese, i silenzi, le gioie e le prove che ogni mamma è chiamata ad attraversare.

IV Il servizio di Maria e il nostro.

Maria accompagna Gesù nella vita pubblica, a partire dall’episodio delle nozze di Cana. La storia della salvezza è ad una svolta decisiva e in essa la Madre ha un ruolo. È Maria a notare il bisogno: “Non hanno più vino” (Gv 2,3). Si manifesta ancora una volta l’attenzione di Maria. Nel vino, nominato cinque volte nel racconto (vv. 3.9.10), è possibile riconoscere un segno dei tempi messianici (cf. Amos 9,13: “dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline”), che caratterizzerà il banchetto escatologico (cf. Isaia 25,6 ) e sarà offerto con gratuità. La risposta apparentemente tagliente di Gesù: “Donna che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” (v. 4) indica la novità di questo passaggio che si compirà a pieno nella Pasqua. Quanto la Madre dice ai servi è di grande importanza: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (v. 5). Maria manifesta la sua fiducia incondizionata nel Figlio. Nella Chiesa nata dalla Pasqua di Gesù, la Vergine Madre è colei che presenta al Figlio i bisogni dell’attesa e conduce alla fede in Lui. Il servizio di Maria è di orientarci e di portarci a Gesù.

V Maria sotto la Croce.

Gesù morente si rivolge a sua Madre e al discepolo che egli ama (Gv 19,25-27): la chiama con l’appellativo “donna” (v. 26), applicato dalla Bibbia a Gerusalemme e al popolo eletto. Accanto alla Madre c’è il discepolo amato (v. 26), simbolo di ogni altro discepolo. A partire dall’ “ora” della croce il discepolo accoglie la Madre “fra quanto gli è proprio” (“eis tà idia”: v. 27): non si tratta soltanto dell’accoglienza “in casa sua”. L’espressione sta a dire che la Madre entra nel più profondo della vita del discepolo. Il rapporto che il Crocifisso stabilisce fra la Madre e il discepolo appare intensissimo.

VI Perseverante nella notte della fede.

Alla morte del Figlio, abbandonato sulla Croce, segue un tempo oscuro, il Sabato Santo del dolore e dell’attesa. La tradizione cristiana ha riconosciuto un ruolo particolare a Maria. Mentre il Figlio giace morto nel sepolcro, la Madre custodisce la fede, si abbandona nelle mani del Dio fedele che compirà le Sue promesse. È perciò antico uso liturgico consacrare il sabato alla Vergine. In Lei si raccolse tutta la fede della Chiesa e dell’umanità, nell’attesa trepida della risurrezione.

Il Sabato Santo di Maria “educa” noi pellegrini nel grande sabato del tempo che sfocerà nella domenica senza tramonto, quando Dio sarà tutto in tutti e il mondo intero sarà la patria di Dio.

La Vergine Madre ci aiuta a vivere il primato dell’amore e della fede nel lungo sabato del tempo finché venga la domenica senza tramonto, nella quale Maria è già entrata.


 

VIVERE È CREDERE ALL’AMORE

02 maggio 2010

In queste domeniche, con saggia insistenza e senza incertezze, le letture bibliche ci orientano a rifare la scelta fondamentale che dà origine e senso alla vita individuale e sociale, quella dell’amore, e della comunione. Qui c’è l’essenza del mistero della Chiesa: dal cuore del Padre l’Amore si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona per costituirci tutti “un cuor solo e un’anima sola”.

In questo la Chiesa è segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano.

La carità è il cuore della Chiesa. Così pensava S. Teresina: “Capii che la Chiesa aveva un cuore e che questo cuore era acceso di Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa. Capii che l’Amore racchiudeva tutte le vocazioni, che l’Amore era tutto”

Siamo fatti per amare: per vincere tristezza e morte, in una società che sembra sprofondare nel nulla; dove è angoscia e amarezza, siamo chiamati a esprimere le potenzialità di bene tra noi, per superare i condizionamenti negativi che avviliscono la vita. Siamo invitati a ritrovare l’umiltà per andare incontro alla solitudine, all’abbandono, alla disperazione del fallimento ma anche per accogliere in noi i frammenti di luce e di speranza che ogni persona porta in sé; soprattutto a custodire ed esaltare quella riserva innocente di potenzialità che i piccoli ci offrono.

I nemici di sempre sono la brama di possesso, la durezza ingrata e sorda, la superficialità che tutto svilisce e mortifica; l’orgoglio e l’egoismo che soffocano la bellezza dell’umiltà e della povertà del cuore.

Penso anche alle parole sempre esigenti di S. Giovanni: “Dio è Amore. Chi non ama non conosce Dio”: è perché ci siamo staccati da Lui che non riusciamo più a condividere con amore tutta la nostra esperienza: moltiplichiamo così le incomprensioni, giustifichiamo le separazioni e i distacchi, entriamo in quella logica perversa del male che tutto ammette, anche gli eccessi orrendi, anche le violenze disumane.

È bello e impegnativo sperimentare la presenza dello Spirito, amore vivente, che non ci abbandona alla desolazione ma ci orienta ancora alla gratuità e alla generosità, che ci trasforma e assimila a Cristo Risorto, per divenire costruttori di un mondo libero e fraterno.