Features Home Page Missrc 04 768×231
Features-home-page-missrc-04-768×231
Features-home-page-missrc-01-768×231
Features-home-page-missrc-03-768×231
Features-home-page-missrc-02-768×231

INCONTRO PRESSO LA NOSTRA SEDE
CON S.EM. CARDINAL ANGELO SCOLA
ARCIVESCOVO DELLA DIOCESI DI MILANO

Giornata di preghiera comunitaria – Domenica 14 dicembre 2014

 

Intervento di S. Em. il Cardinale Scola

Innanzitutto ringrazio per il materiale che mi avete fatto pervenire e che mi ha consentito di preparare con adeguata attenzione questo momento di incontro. Ho trovato particolare e prezioso il libretto sul beato Cardinale.
Certamente le due ricorrenze che vi impegnano quest’anno – cioè i 70 anni di fondazione e, al termine del 2014, i 60 anni dalla morte del beato Cardinale – rivestono un’importanza peculiare per voi tutte e per l’Istituto.
E’ un dato non casuale, perché esprime la natura profonda del tempo che passa. Potremmo definirla “natura liturgica”: infatti il senso cristiano del tempo non è legato allo scorrere delle lancette dell’orologio, ma è segnato piuttosto – come avviene nella liturgia – dall’irrompere della presenza del Signore nel ritmo consueto della nostra vita. Ciò si esprime in maniera totale e piena nella Santa Eucaristia, che propone nel presente l’evento salvifico di Gesù e quindi anche la Regalità, il Sacerdozio Regale ed Eterno di Gesù. Tuttavia, analogamente, in ogni circostanza e rapporto della vita il tempo assume il suo significato profondo da quella redenzione del tempo e dello spazio che Cristo ha operato quale condizione per il cammino di santità degli uomini e delle donne. Circostanze privilegiate – come il 70° e il 60° – diventano quindi una modalità di vicinanza del Signore Risorto a chi celebra tali avvenimenti e invitano a una peculiare responsabilità di risposta.

  1. Ecco il primo dato che voglio rilevare: è una cosa molto buona, però non ovvia, commemorare questi anniversari non con uno spirito riduttivo, o magari nostalgico di qualcosa di bello che ci è capitato nella vita; ma con uno spirito sacramentale, che riconosce che Cristo è il significato profondo della nostra esistenza. Noi dunque – attraverso tutte le circostanze, e in particolare attraverso le circostanze privilegiate – siamo chiamati a una risposta. Infatti, prima della vocazione allo stato di vita, è la vita stessa ad essere vocazione: la nostra natura di esseri creati è una natura responsoriale, come il Responsorio nel Vespero della nostra liturgia ambrosiana ci ricorda. Siamo immessi nella vita non da noi stessi; abbiamo quindi un debito strutturale di riconoscenza: la vita ci è data per poter essere donata – ritorna qui il valore sacramentale del tempo e dei due importanti eventi che celebrate –; perché, se non la offriamo, inesorabilmente ce la ruba il tempo: non possiamo trattenerla. E’ segno di grazia e di responsabilità vivere la propria vita come domanda della coscienza di Cristo presente oggi, attraverso la preghiera; e come offerta, cioè dono totale di sé, come hanno fatto le Sorelle che già vi hanno preceduto nell’altra vita e nella prima consacrazione. Nello stile del vostro carisma e delle vostre forme associative – che puntano molto sulla libertà di ciascuna, in quanto ognuna di voi resta nella propria normale condizione di vita – è necessario assumere questi due atteggiamenti: la domanda che Cristo si riveli anche attraverso la semplicità, l’umiltà e persino la fragilità della nostra esistenza; e l’offerta di tutta la giornata e di noi stesse a Lui. L’offerta significa due cose: riconoscere che realmente Dio è all’origine e manifestarlo, documentarlo, testimoniarlo, donando tutto ciò che Egli ci manda di favorevole e di sfavorevole, in tutti i rapporti diretti e facili ma anche in quelli difficili e faticosi.
  2. Un secondo elemento lo prendo da una affermazione di Ezia a proposito di come il beato Card. Schuster definiva questa vostra nuova realtà (sono cose che conoscete molto bene, però sottolineare taluni aspetti è condizione fondamentale per educarci a vivere). Ecco le parole dell’Arcivescovo: “Costituire un gruppo di giovani che accettino di vivere in pienezza e liberamente i consigli evangelici, dedite al servizio dei fratelli, nella fedeltà al Vicario di Cristo, il Vescovo; una schiera di anime consacrate attive nella preghiera e nell’apostolato, mosse unicamente, e sottolineo questo unicamente, dal Cristo, sorrette da un programma spirituale massimo per essere nella Chiesa di Ambrogio una forza di santità”.
    Aggiungo subito altre due citazioni, prese da Lumen Gentium, che mostrano la profeticità del vostro carisma e ricordano i due pilastri fondamentali su cui il Card. Schuster ha voluto fondare l’Istituto.
    Il primo: l’impegno di vivere e contribuire a far vivere lo spirito del Sacerdozio Regale a tutti i fedeli che – in quanto incorporati a Cristo nel Battesimo, costituiti popolo di Dio e resi partecipi, secondo la propria condizione, dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Gesù Cristo – per la loro parte compiono nella Chiesa e nel mondo la missione propria di tutto il popolo cristiano. Viene qui introdotto il tema del Sacerdozio Regale, che il beato Schuster ed Ezia Fiorentino intuirono con largo anticipo sul Concilio, dal momento che la vostra fondazione risale al 1945 e ad essa i due ancor prima si prepararono. E’ un aspetto che giudico molto importante e sul quale vi invito a ritornare nella meditazione personale, nel lavoro comune e anche nello stile di vita e di conduzione della vostra realtà associativa. Nella consapevolezza della necessità che il popolo di Dio sia consacrato a Lui ad opera di numerosi e santi sacerdoti, la Fiorentino aggiunge poi una supplica insistente al Signore, perché mandi operai per la sua messe, e invita a collaborare alle attività che la Chiesa promuove a questo scopo.
    Tale visione della consacrazione, secondo la denominazione che voi vi siete date, rimane profondamente attuale. Oggi nella Chiesa è forte la riscoperta – che il Concilio ha valorizzato – del Sacerdozio Regale ed Eterno di Cristo, partecipato in due modalità qualitativamente diverse: una da tutto il popolo di Dio e l’altra da coloro che sono scelti per il ministero ordinato. È un tema che non deve diventare puro riferimento letterario, ma documentarsi in una testimonianza di vita. A ben vedere, la partecipazione al Sacerdozio universale del popolo di Dio nella sua regalità, nella sua forza profetica e sacerdotale, individua lo stile di vita del cristiano. Nel vostro caso tanto di più, quanto più partecipate di questa condizione sacerdotale universale dall’interno della vita del fedele laico: rimanendo inserite nel secolo e facendo leva sul Battesimo, quale fondamento della dignità della persona e dell’azione del cristiano. E’ il Battesimo a trasfigurare ogni nostra azione e a renderla testimoniale. L’altro grande Arcivescovo che ha visitato la vostra comunità, il beato Paolo VI, trovò, fra le altre, questa bella espressione: “L’uomo di oggi capisce molto di più i testimoni che i maestri. A meno che i maestri non siano anche testimoni”.
    E su questo secondo elemento voglio fare un’aggiunta.
    Non dovete stupirvi se oggi la vostra vocazione può non essere in uno stato di fioritura. Prima di tutto perché nella Chiesa ciò che è necessario e stabile non è il singolo carisma, ma la dimensione carismatica della Chiesa stessa. La Chiesa non può mai prescindere dai doni carismatici e dai doni gerarchici: è costituita da questi due aspetti. Tuttavia i singoli carismi sono legati alle circostanze temporali, all’evolversi della storia, e non sono quindi nelle nostre mani. Non dobbiamo essere degli agit prop, che procurano membri o aggregati a un gruppo, a un’associazione, a un partito. Noi siamo una espressione della Chiesa e la nostra responsabilità – quando siamo chiamati e rispondiamo sì – è quella di vivere fino in fondo il nostro carisma e documentarlo. Toccherà poi alla libertà dello Spirito e alla libertà delle persone mobilitarsi.
    Voglio però sottolineare l’elemento più imponente e nello stesso tempo, secondo me, più delicato che caratterizza la vocazione di chi si consacra nel mondo. Sono solito definire la genialità e la “vertiginosità” dell’intuizione degli Istituti Secolari con questa espressione: si è chiamati a “partire senza partire”. Non è facile, perché spesso succede di sentirsi rivolgere le osservazioni che i compatrioti di Nazareth facevano riguardo a Gesù: “Ma non è mica quella persona che noi ben conosciamo? Chi è? Chi pretende di essere?”. Voi partecipate della regalità di Cristo: la regalità dell’Onnipotente che si è reso impotente sulla Croce. Voi partecipate di questa impotenza di Gesù. Il bellissimo brano del Vangelo di oggi dice: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. In effetti è impressionante vedere quanti battezzati non lo conoscono più; e quanto poco lo conosciamo anche noi, sebbene ne abbiamo grande nostalgia.
    La responsabilità è dunque quella di passare il carisma. Se poi Dio vorrà, sarà lo Spirito a trovare le forme e le modalità per farlo vivere, al di là del crescere o del non crescere delle vocazioni. In ogni caso non c’è altra strada se non la testimonianza, perché questa possibilità sia offerta anche alle giovani di oggi.
  3. Infine, il terzo punto che voglio sottolineare è legato al magistero dell’attuale Arcivescovo di Milano; il quale, da tre anni e qualche mese a questa parte, in continuità con i suoi predecessori, sta insistendo su taluni elementi.
    Il primo: tornare all’essenziale della vita cristiana, assumendo la libertà e la comunità-comunione come le due grandi condizioni che Dio, in Cristo Gesù, ci ha lasciato per poter restare contemporaneo all’uomo di ogni tempo e quindi anche a noi: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. E’ ciò che sta avvenendo qui oggi: la nostra non è una riunione, ma un’assemblea cristiana, il prolungamento della Eucaristia. Questo è molto importante.
    Nella prima lettera pastorale, “Alla scoperta del Dio vicino”, sottolineavo la necessità che tutte le nostre comunità si semplifichino e si “essenzializzino”. Avevo quindi scelto il passaggio di Atti 2,42-48 per descrivere i pilastri fondamentali di una vita comunitaria: “erano solleciti nello spezzare il pane” – il Sacramento ben illuminato dalla Parola di Dio –; “nell’insegnamento degli apostoli” – ecco il pensiero di Cristo –; “nel vivere la comunione” – cioè la dimensione della gratuità e della condivisione, a cui voi partecipate così bene –; e tutto ciò si diffondeva spontaneamente: “ogni giorno altri si aggiungevano a loro” – la dimensione della missione.
    Abbiamo bisogno di uomini e donne, soprattutto consacrati, autenticamente cristiani; che vivano in comunità libere ed aperte, non ridotte ad essere luoghi in cui si erogano servizi o si realizzano molte iniziative – seppur importanti –, ma nelle quali l’appartenenza a Cristo sia documentata da questi fattori fondamentali.
    Riscontro tale dato soprattutto nella difficoltà dei giovani: se non si dà loro consapevolezza del fatto che l’appartenenza a una comunità cristiana che vive quei quattro fondamenti è la modalità con cui Gesù si rende contemporaneo alla vita, non sanno per chi devono restare e quindi – nella confusione in cui questa società versa – facilmente si perdono. Non basta indicare loro una qualche azione, dei frammenti: devono fare esperienza dell’appartenenza alla Chiesa.
    Il secondo passo è stato quello proposto nella lettera pastorale “Il campo è il mondo”. Restare inseriti nella realtà quotidiana attraverso il lavoro – non in quanto opera comune da realizzare, ma assunto personalmente –; collaborare alla vita della Chiesa in varie forme; sostenersi reciprocamente: tutto ciò è molto congeniale alla vostra sensibilità. L’invito è appunto quello di percorrere le vie dell’umano, o – come dice Papa Francesco – di andare incontro ai nostri fratelli uomini.
    Il terzo passo, infine, coincide con il tema delle comunità educanti, che ho sottolineato in modo particolare quest’anno. Vi prego di collaborare a tal fine nelle vostre parrocchie, perché non riusciremo a trattenere i ragazzi oltre la fase della catechesi se non facciamo fare loro un’esperienza di unità profonda con Dio. Spesso purtroppo nella loro esistenza sono costretti a vivere una somma di frammenti. L’idea su cui invece si fonda una comunità educante è che tutti i rappresentanti delle realtà con le quali i ragazzi hanno a che fare ogni giorno, testimonino un’esperienza di comunione in atto. In tal modo la proposta dell’iniziazione cristiana sarà un invito ad entrare, ad appartenere alla vita della comunità e non un’ora di doposcuola; altrimenti, evidentemente, quando uno ha raggiunto lo scopo lascia: nessuno che ha finito la terza media vuol tornare in terza media.
    Un ulteriore passo – che ho richiamato nel discorso di Sant’Ambrogio e che la laicità che voi vivete rende decisivo – è questo: pur con le debite distinzioni di campo, il cristiano deve anche essere un autentico cittadino. Risulta significativo il fatto che Ezia Fiorentino sia stata consigliere comunale: non dovreste dunque dimenticare tale dato. In particolare, nel discorso di Sant’Ambrogio mi sono permesso di sollecitare tutte le autorità riguardo alla necessità che Milano, in questa fase di grande transizione, ritrovi un’anima unitaria, valorizzando tutti i segni positivi e guardando realisticamente in faccia le non poche fatiche e contraddizioni presenti nella nostra società. Ragionando secondo la logica anglosassone, pur senza voler annullare il particolare – e anzi, promuovendolo – dobbiamo constatare come Milano sia ormai una realtà metropolitana, che ingloba l’intero territorio della Diocesi: dunque anche i diversi luoghi della vostra presenza – Varese, Lecco, Gallarate – gravitano già tutti nell’orbita della Città.
    Alla vostra secolarità, alla vostra laicità si addice quindi la partecipazione alla edificazione della vita buona centrata su un nuovo umanesimo, cioè sul rimettere l’uomo al centro, dentro le situazioni di grande cambiamento che sono in atto. Pensate a come si è trasformata la modalità di vivere gli affetti, di percepire la differenza sessuale, di affrontare la nascita e la morte; o al problema delle neuroscienze, della bioingegneria genetica, della civiltà delle reti, del mescolamento delle etnie e delle culture… Siamo un po’ come persone barcollanti dentro questo enorme cambiamento. E tuttavia abbiamo una bussola sicura: il riferimento a Gesù.
    Ho cercato dunque di tracciare in cosa consista la vostra partecipazione al Sacerdozio Regale, Profetico ed Eterno di Gesù. È una vocazione impastata di elementi posti alla confluenza della Grazia – che non è altro che Cristo stesso – con la storia. Noi infatti siamo figli di un Dio incarnato, venuto a spalancarci la strada per la Trinità, facendosi compagno quotidiano della nostra vita per portarci in paradiso. E’ Lui che seguiamo come Via, Verità e Vita.
    Erano queste le cose che avevo a cuore di dirvi.
    Ora potete sbizzarrirvi o riprendendo talune cose che ho detto o ponendo altre domande.

Domande delle Missionarie

– Nunzia:
Costatiamo che tanti presbiteri mettono al primo posto della pastorale l’organizzazione e le attività e si preoccupano meno dell’accompagnamento spirituale dei fedeli, non si fermano a pregare con loro… Come mantenere il giusto equilibrio tra azione e contemplazione anche per loro?

– Giuditta:
Eminenza, Marisa ha voluto citarmi come “memoria storica” dell’Istituto, in quanto ormai appartengo alla quarta età. Pensi, sono 67 anni di appartenenza all’Istituto. Anni che ritornano alla memoria pieni di circostanze, di persone… una memoria, e soprattutto una memoria del cuore. Qui adesso io rappresento da sola le Sorelle della Prima Ora; c’è anche Carla, però lei è di quelle della Primissima Ora, io sono della Terza Ora.
Noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere il carisma di prima mano: l’abbiamo avuto direttamente dal Beato e dalla Signorina. A tal proposito, ricordo quell’aneddoto che la Signorina raccontava spesso, legato proprio al riconoscimento del carisma dell’Istituto da parte della Congregazione Romana.
Il Cardinale aveva chiesto alla Congregazione – questo è un dato poi più volte ripetuto e quindi certamente attendibile – di voler formare un Istituto al quale dare come carisma il Sacerdozio Regale di Cristo. La Congregazione aveva risposto al Cardinale che l’indicazione non era precisa e “che Ella dicesse qualche cosa di più”. Ma il Cardinale ha messo sulla sua prima domanda il famoso timbro a secco, con il quale si attestava che la richiesta partiva dall’Arcivescovo di Milano, l’ha rimandata alla Congregazione e la Congregazione ha riconosciuto.
Questo può far dunque intuire la gioia che noi abbiamo provato quando poi si è parlato di Sacerdozio Regale nella Lumen Gentium e negli altri Documenti conciliari che trattano del Sacerdozio.
All’inizio abbiamo anche avuto la fortuna di godere della collaborazione spirituale di un sacerdote del Seminario, l’economo Don Raineri Boga, il quale – direi – era proprio un convinto assertore della dottrina del Sacerdozio e ci aveva molto coinvolte.La dottrina, il carisma, ci sono veramente entrati dentro, diventando l’idea-forza della nostra vita. E ora, noi che siamo così avanti negli anni, comprendiamo tutto il conforto che ci viene dal viverli nelle loro manifestazioni: nell’offerta sacrificale, nella testimonianza e nel servizio; e restiamo vicine alle Sorelle più giovani, perché vorremmo davvero dire loro quanto è grande, quanto è bello, quanto è gratificante vivere il nostro Sacerdozio Regale, il nostro Sacerdozio Battesimale.Abbiamo inoltre gioito nel 2006, quando il Convegno di Verona ha scelto come guida biblica proprio la Prima Lettera di Pietro: a dimostrazione che la maturità cristiana, la maturità di un battezzato, deriva anche dalla consapevolezza di essere partecipe del Sacerdozio di Cristo.

– Marisa:
Le domande che le abbiamo trasmesso sono emerse all’interno dei Gruppi. Ne ripropongo una io.Abbiamo parlato del Sacerdozio Regale di Cristo, e Lei ci ha detto tanto; però ci chiediamo: come fare per aiutare i fedeli a rendersi coscienti e a comprendere la dignità del loro essere partecipi del Sacerdozio Regale di Cristo, ricevuto in dono nel Battesimo?

Risposte di S. Em. il Cardinale Scola

Ecco che siamo arrivati a tre domande. Ce ne vogliono almeno tre, altrimenti il rischio è che non sia un vero dialogo e che il mio dire resti astratto: in quel caso avremmo perso il nostro tempo, e non possiamo permettercelo. Questo lo sapete bene.
Parto dall’intervento e dalla testimonianza molto bella di Giuditta, che ha usato un’espressione preziosa, che contribuisce anche a trovare la via della risposta alle domande di Nunzia e di Marisa: “memoria del cuore”.Lei ha riferito l’episodio iniziale, che testimonia l’energia di volontà di quel grande Arcivescovo, all’apparenza assai esile, che ha saputo guidare la Chiesa milanese in tempi difficilissimi. Egli ha riproposto alla Congregazione Romana – erano allora istanze elevatissime, nei confronti delle quali anche i Vescovi si muovevano con molta prudenza – la sua convinzione profonda che il tema ancora inesplorato del Sacerdozio Regale diventasse, tanti anni prima del Concilio, per dono dello Spirito Santo, un carisma vitale, come è stato ed è nella vita di voi tutte.A me sembra che questo sia un dato fondamentale da trattenere: una grazia singolare dello Spirito che avete ricevuto e che ha trovato nell’insegnamento conciliare una importante conferma.
La partecipazione al Sacerdozio Regale ed Eterno di Cristo è da voi vissuta nello spirito della missione: siete infatti “Missionarie della Regalità”. Anche grazie al Concilio abbiamo ormai compreso che non esiste nessuna vocazione cristiana che non sia ecclesiale, e quindi missionaria. Come è scritto in Lumen Gentium – e come asseriva Hans Urs von Balthasar, grande fondatore e teologo degli Istituti Secolari – compito e ragion d’essere della Chiesa è lasciar trasparire Cristo sul proprio volto. Quando ha fatto questo, ha fatto tutto. E il Sacerdozio di Gesù ha una dimensione profonda, soggettiva: la sua offerta totale, il perfetto dono di sé al Padre propter nos homines et propter nostram salutem. Tale offerta si radica nella preghiera; e col passare degli anni sono sempre più convinto che la forma più elevata di preghiera sia la domanda semplice, che ha in sé una componente mistica. Infatti anche la più sublime esperienza mistica non può che partire dalla domanda, a cui deve poi corrispondere il dono di sé, sull’esempio di Gesù. Tale offerta implica innanzitutto il riconoscere che Cristo è al fondo della realtà e, di conseguenza, il chiedergli di manifestarsi.Per rispondere alla domanda di Marisa: ecco come possiamo aiutare i fedeli ad essere coscienti della loro vocazione battesimale; poiché è dal Battesimo – e da tutto l’impianto sacramentale – che scaturisce il Sacerdozio Regale. La vostra forma di vocazione è molto attuale. Siamo in un momento storico molto critico, delicato e difficile per la donna: il travaglio che la figura femminile sta attraversando per uscire da una fase che è stata obiettivamente discriminatoria nei suoi confronti, sta prendendo purtroppo strade molto confuse. Basti guardare alla grande crisi affettiva che la nostra società vive. Ciò che mi colpisce, mi impressiona, incontrando i ragazzi delle medie, è rendermi conto di come debbano affrontare questo stato di fatica poco sorretti dai genitori e, a volte, non ben accompagnati dalla scuola e dagli educatori. E’ evidente una fragilità massiccia soprattutto dal punto di vista della vita affettiva e del disordine sessuale, anche in età impensabili fino a qualche anno fa. Questa fragilità porta non soltanto alla perdita del giudizio morale su ciò che è bene e ciò che è male; ma alla perdita del giudizio in quanto tale sulla realtà.
In un simile contesto è comprensibile che molte forme di vita religiosa – nate magari numerose nel ‘700, nell’ ‘800, nella prima parte del ‘900, per rispondere a esigenze contingenti – non trovino più seguaci. In moltissime di queste realtà – sorte per iniziativa di bravi parroci o di brave persone che avevano visto un bisogno di condivisione e che, giustamente, grazie a Dio, lo hanno coltivato, anche a partire da scelte di consacrazione verginale – oggi rimangono solo persone troppo anziane; e il carisma, pur conservando la propria forza ideale, deve adattarsi a modalità realizzative molto diverse dalle originarie, anche a livello della società civile.
La vocazione alla consacrazione laicale proposta dagli Istituti Secolari mantiene invece, secondo me, una grande attrattiva per le giovani di oggi; ancor più, per certi versi delle vocazioni monastiche e claustrali. Spesso, enfatizzando, si dice che sono in crisi le vocazioni di vita attiva ma non i monasteri. Non è così. Nella nostra Milano, salvo qualche rarissima eccezione, vediamo che non è così.
Io credo che se si riuscisse – percorrendo però la strada della testimonianza e non quella dell’invenzione di forme artificiose di propaganda, che non portano da nessuna parte – a farne risplendere la bellezza, un carisma come il vostro, proprio per la sua forza laicale, potrebbe ancora attrarre. Non abbiamo tempo di entrare nelle differenziazioni, ma vediamo che un po’ in tutto il mondo, soprattutto in connessione ai movimenti ecclesiali, sono nate forme di consacrazione laicale che, pur non entrando nella configurazione giuridica degli Istituti Secolari, hanno trovato riconoscimento da parte del Santo Padre e della Santa Sede: Focolari, Memores Domini, l’Associazione Teresiana in Spagna che conta più di 5000 donne consacrate… Parliamo di migliaia di persone: i Memores Domini nel mondo sono più di 3500 e i Focolari consacrati anche di più. Questo ci conferma che, là dove ci sia una proposta e una seria testimonianza di vita cristiana, le ragazze si muovono. Su questo io sono molto fiducioso. Non significa che, a causa dell’età, voi dovete scoraggiarvi o pensare di inventare chissà cosa. Pregate secondo tale intenzione e vivete, come state facendo, in tutta semplicità; sarà poi il Signore a fare la sua strada.
In questo modo abbiamo risposto a Marisa: rendere coscienti del nesso tra Battesimo e Sacerdozio Regale non deve ridursi a esercizio teologico. Chi aderisce potrà poi anche approfondire il tema, come voi avete fatto in tutti questi anni; ma alla ragazza semplice di oggi basta parlare della bellezza della sequela di Gesù, comunicandola attraverso la vita e la condivisione. Ciò che voi fate nelle parrocchie, in tutte le realtà educative, attraverso il vostro lavoro professionale, è estremamente prezioso a questo livello.Vengo ora alla domanda di Nunzia.Certo il nostro cattolicesimo ambrosiano è giunto a un importante momento di svolta.Rimane un cattolicesimo a base popolare: sebbene tutti dicano che le chiese si stiano svuotando, io non constato questo dato. Ieri sera, per esempio, sono stato in una parrocchia difficile di Milano, quella della SS. Trinità, in zona Sempione, dove sapete che c’è una massiccia presenza di cinesi (sono più di 2000 e ora abbiamo finalmente trovato un prete cinese come aiuto specifico ai 200-250 di loro che sono cattolici). Sono rappresentate anche molte altre etnie: è una comunità molto variegata. E tuttavia io ho visto che c’era una folta schiera di ragazzi e di giovani, un ricco gruppo scout, una chiesa stracolma. Lo constato un po’ dovunque vado: nelle parrocchie più complesse – come quella di Via Padova, col problema dell’immigrazione; oppure a Baggio, dove devono affrontare la situazione dei ROM e delle case popolari; o in zona Forlanini, ecc… –; ma anche nelle parrocchie del centro: sant’Ambrogio, per esempio, ha un oratorio vivissimo e tutti i preti giovani della città di Milano lavorano insieme per portare avanti la proposta. Ho visto oratori feriali, come a Carugate, con 1200 ragazzi.Il nostro resta dunque un cattolicesimo popolare, perché una buona base di persone – almeno il 22-23% – va ancora a Messa tutte le domeniche. Ciò significa che ogni settimana nella nostra Chiesa Ambrosiana almeno un milione e cento-duecento mila persone partecipano all’Eucaristia. Dite voi se esiste una cosa paragonabile a questa: neanche gli stadi di calcio producono simili numeri. C’è poi un altro 20% che va a Messa almeno una volta al mese; e un altro 20% che vi partecipa nelle grandi occorrenze: a Natale, nel giorno della commemorazione dei defunti, in occasione di funerali, di matrimoni…Se si può dire che il nostro resta un cattolicesimo popolare, dobbiamo però aggiungere che si tratta pure di un cattolicesimo sociologico, che sta attraversando una fase di passaggio da cristianesimo tradizionale – e quindi anche molto di convenzione – a cristianesimo di convinzione. Siamo oggi a questo punto: sul bagnasciuga. I nostri sacerdoti, per esempio, sono molto zelanti; spesso però magari cadono nell’attivismo, che è una cosa limitativa. La nostra situazione è tra le più difficili in Europa, perché nei Paesi del Nord si è come creata una coincidenza automatica tra chi crede e chi frequenta: non esiste tutta questa categoria di persone che restano legate soltanto a qualche gesto di pratica ecclesiale; in ogni caso anche in loro, al di là della fragilità umana, rimane il riferimento a taluni principi cristiani. Anche riguardo alla questione dei divorziati risposati, degli omosessuali, ecc…, sebbene ci sia chi cerca di teorizzare le cose, spesso si tratta proprio di umana fragilità: quando vive la dolorosa esperienza della separazione, del divorzio, quando decide per un nuovo matrimonio civile oppure manifesta la propria omosessualità, la gente semplice ha percezione di ciò che perde e sente il desiderio di un amore vero. Poi vengono condizionati e cedono; ma la grande massa non teorizza queste cose: sono i potentati intellettuali, che dominano i mass media, a farlo.Siamo quindi in una situazione delicata: dobbiamo operare questo passaggio cercando di perdere meno gente possibile. La difficoltà maggiore si sperimenta soprattutto con le generazioni intermedie, tra i 25 e i 50 anni; tuttavia anch’esse, credetemi, non sono pregiudizialmente contrarie alla vita cristiana: vengono però sopraffatte da ciò che Pavese chiamava “il mestiere di vivere”, perché gli affetti sono diventati complicati, il lavoro o manca o non è sicuro, il che costringe a dei ritmi di vita quotidiana che non sono più quelli di trent’anni fa, nell’epoca della grande fabbrica, quando uno alle cinque era a casa e dalle cinque alle dieci, organizzando il proprio tempo, riusciva ad andare in parrocchia. E’ sufficiente vedere le code di auto sulle tangenziali alle sette di sera: se poi uno arriva a casa stravolto dal lavoro, e magari ha uno o due figli, o ha pasticci affettivi, capite bene che non può andare in parrocchia a discutere sul libro di Rut.Siamo noi che dobbiamo muoverci verso di loro in maniera diversa. E’ per questo – riprendendo il tema centrale del Sinodo, che è stato invece molto trascurato dalla stampa (così rispondo anche alle altre vostre domande) – che io ho insistito molto sul fatto che la famiglia deve diventare soggetto della pastorale e dell’annuncio di Cristo, non solo oggetto di cura da parte nostra. E’ il grande cambiamento, la grande riforma, che le Chiese debbono attuare. Bisogna però intendersi bene su cosa voglia dire “soggetto”; e in questo voi potete aiutare molto. Non significa che il parroco, il prete ha a disposizione altra manovalanza per fare iniziative. No. Significa invece che la famiglia deve prendere coscienza del Battesimo e vivere il quotidiano – affetti, lavoro, riposo, dolore, morte, educazione, ecc… – secondo Cristo; così anche ne diventerà comunicativa. Ecco perché la vostra vocazione può essere paradigmatica.E’ un tema che ho introdotto nell’incontro che ho fatto dopo il Sinodo, e che riprenderemo organicamente. Analogamente stiamo lavorando a una riforma del clero: non soltanto ad un aggiornamento intellettuale, ma al tentativo di avviare processi ed esercizi di comunione tra i presbiteri. Penso che il superamento del rischio di attivismo verrà dall’immissione di questo nuovo stile di vita cristiana; in cui si sperimenti maggiore unità tra la dimensione spirituale e liturgica e l’azione quotidiana da parte del clero; e un’assunzione più esplicita del quotidiano nel nome di Cristo da parte delle famiglie, certamente sostenute da noi tutti. Qui risiede anche il valore della vostra missionarietà: esplicitare il “per Chi” faccio quello che faccio. Negli anni ciò dovrebbe produrre una semplificazione della vita delle nostre comunità parrocchiali e delle nostre aggregazioni laicali. Non può essere una somma indefinita di iniziative e di servizi – pur necessari – a dare il senso dell’appartenenza a Gesù e a edificare una effettiva comunità.
D’altra parte si tratta di un processo di riforma che lo Spirito suscita nella Chiesa: ci vuole dunque molta pazienza, molto tempo e molta testimonianza. Poi sarà quel che Dio vorrà.
Da questo punto di vista credo che il vostro carisma e lo stile di vita che voi praticate rappresentino una preziosa opportunità. Vi invito perciò a vivere nel quotidiano dei rapporti che dimostrino lo stesso coraggio di san Giovanni Battista. Mi riferisco alla pagina di Vangelo di oggi, che dovrò predicare nel pomeriggio: quando domandarono a Giovanni: “Sei tu il Messia?”, egli negò: “Non sono io”. La sua unica preoccupazione fu quella di far emergere Gesù come eccedente rispetto a se stesso. Il Battista ha vissuto in riferimento a Gesù; non ha nascosto il suo rapporto con Lui. Noi oggi abbiamo invece come una strana vergogna a dare testimonianza di ciò che Gesù ha operato nella nostra vita: per questo ringrazio molto Giuditta. Certo, noi non testimoniamo noi stessi: se così fosse, faremmo meglio a nasconderci. Dovendo invece testimoniare un Altro, anche i nostri limiti, le nostre fragilità non risultano essere un’obiezione. Vi esorto quindi molto a questo.
Per definire meglio cosa intendo quando invito a semplificare la vita delle nostre comunità, uso sempre l’immagine che Michelangelo ha dato della scultura. Lui disse che scolpire è mettersi di fronte al blocco di marmo: in esso il genio dell’artista vede la forma finale e tira via, tira via la pietra di troppo, finché l’immagine non compare. Ecco: nelle nostre parrocchie abbiamo bisogno di riafferrare la forma cristica della comunità, tirando via tutto il superfluo. E’ però un processo che non avviene a tavolino. A mio parere bisogna mettere l’accento proprio su quei due fattori di cui abbiamo parlato, che poi diventano tre: la famiglia come soggetto, e quindi tutto l’ambito dell’educazione – i nostri oratori sono preziosi, ma in essi il rischio dell’attivismo e del “gruppettarismo”, antitetico alla vera comunità, è molto forte –; e un clero che viva i processi di una effettiva libertà comunionale, che impari l’unità della persona e il valore dell’unità tra presbiteri e consacrati, immettendo la dimensione definitiva del Sacerdozio Eterno nel quotidiano. Infatti, come avete detto, come diceva Marisa, finché un battezzato non arriva all’invocazione del salmista: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”, non è ancora entrato nella maturità della propria fede. Il tempo passa inesorabile: ognuno di noi lo constata; anch’io lo vedo guardandomi allo specchio quando faccio la barba. Perciò, o si arriva lì, o altrimenti si rimane in balia di ciò che la lettera agli Ebrei chiama “terrore della morte”. Noi per grazia sappiamo che non è la morte il nostro destino; e i nostri cari trapassati ci aiutano a capirlo meglio.

Testo trascritto da registrazione e non rivisto dall’Autore.

 

 

CONVEGNO DEL 70° DI FONDAZIONE

BARZA D’ISPRA 23 – 24 MAGGIO 2015

cover-programa-settantesimo

cover-programa-settantesimo