Omelia di Sua Eccellenza Mons. Mario Delpini 22 Marzo 2014

Omelia di Sua Eccellenza Mons. Mario Delpini

nel quinto anniversario del ritorno alla Casa del Padre

 di EZIA FIORENTINO

Santa Messa presso la Cappella del Cimitero Monumentale

Sabato 22 Marzo 2014– ore 10,30

 

Il profeta è disprezzato

  1. Non ci sono le condizioni.

    Questo non è il momento, non è il tempo adatto per la profezia. La gente oppressa dal bisogno immediato, dalla fatica di tirare avanti, dall’indaffarato vendere e comprare e non avere abbastanza, non è dell’umore giusto per fare spazio alla profezia. Il momento confuso per le troppe notizie e l’affollarsi delle opinioni, per i punti di vista urlati e le discussioni inconcludenti non è il tempo adatto per una parola incisiva e semplice come la profezia. La gente distratta dalle molte cose, incapricciata di molte sciocchezze, interessata a molte banalità sarebbe urtata da una parola perentoria come la profezia.

    E anche quest’uomo, questo falegname, quest’uomo così comune, di cui conosciamo tutta la parentela, non è certo adatto per essere un profeta. La sua sembra piuttosto una pretesa che una missione ricevuta da Dio, le sue parole suonano come frutto di una sapienza che suona nuova e sconcertante. Da dove gli viene questa sapienza?

    Neppure Gesù sembrava adatto per essere un profeta

    Tanto meno quindi – viene da pensare – la Chiesa, questa Chiesa non è la Chiesa adatta per la profezia. Troppo appesantita dalla sua storia, gravata da molte zavorre, come potrà avere qualche cosa di interessante, addirittura di profetico da dire? Questa Chiesa screditata dagli scandali gonfiati e generalizzati dall’insistenza e dall’enfasi dei mezzi di comunicazione come potrebbe pretendere d’essere ascoltata se s’azzarda nella profezia?

    Ad essere ragionevoli non c’è mai un tempo adatto per la profezia: perciò i veri profeti hanno sempre avuto vita grama.

    Ad essere realisti non c’è mai stata una Chiesa adatta per la profezia: perciò nella Chiesa c’è sempre stato un certo imbarazzo nei rapporti con il mondo e la sua parola è sempre suonata anacronistica per i sapienti di questo mondo.

  2. “Chi manderò?” “Eccomi!”.

    Tuttavia i profeti non parlano quando sono pronti, ma quando viene loro comandato; i profeti non aspettano il momento adatto, i profeti non aspettano, per esporsi, di essere irrepresensibili ed esemplari. I profeti parlano perché ricevono il comando di parlare: la parola che ricevono è viva, efficace, tagliente. Parlano perché obbediscono, parlano perché sono mandati, parlano perché temono di essere insipidi, piuttosto che di essere criticati.

    La missione li espone in contesti ostili e indifferenti, li mette a contatto con persone come i compaesani di Gesù, come i figli ribelli di Israele, un popolo duro d’orecchio tale che non comprenda con il cuore né si converta. Eppure i profeti devono parlare, devono farsi segno della premura di Dio per questo popolo, per questa città, entrando nella loro vita quotidiana, così poco adatta alla profezia, per annunciare un regno così poco atteso e sperato, un riposo così poco cercato.

    La missione del profeta è spesso esposta al fallimento, come è stato per Gesù, cacciato o snobbato dalla sua città, come è stato per molti che in nome della loro testimonianza sono stati circondati dal disprezzo, dalla derisione, dall’indifferenza, proprio da parte di coloro ai quali volevano offrire una speranza.

  3. Ezia Fiorentino.

    Oggi noi ricordiamo una donna in cui possiamo riconoscere il dono della profezia di una parola ricevuta che è stata eseguita con l’impegno di una vita: l’intuizione di una forma di vita consacrata chiamata ad essere presenza prossima alla vita ordinaria della gente per aprire i cuori alla straordinaria grandezza del dono di Dio, questa intuizione è diventata una istituzione, ha persuaso altre a lasciarsi segnare da questo compito profetico.

    La profezia che la Chiesa ha ritenuto giusto mettere sulle labbra di Ezia e delle Missionarie che l’hanno seguita non è stata una predica da pronunciare con sapienza di discorso o con abilità di esposizione, ma con un genere di vita paradossale: totalmente immerso nel mondo e totalmente immerso in Dio.

    La profezia che ha segnato la vita di Ezia e delle Missionarie che l’hanno seguita non si afferma con astuzie seducenti né con l’attivismo della promozione, ma con la santità della vita, con la libertà dal pensiero corrente per testimoniare l’originalità del pensiero di Cristo, con la fermezza della perseveranza che attesta di una potenza che viene solo da Dio.

    Forse per rendere visibile la santità, l’originalità, la fermezza di questa forma di profezia due segni sono particolarmente luminosi nel nostro tempo, due segni che sembrano dimenticati persino dai cristiani, persino dai consacrati.

    I due segni sono la gioia e la carità.

    La gioia che è frutto di quella pace del dimorare nel riposo di Dio e si manifesta nel sorriso, nella letizia con cui affrontare anche le tribolazioni dell’età, della salute, del contesto sfavorevole, delle mortificazioni subite. Ecco, forse anche i cristiani, persino i consacrati hanno smarrito l’evidenza della gioia.

    E la carità che si manifesta in una comunione percepibile, in una umiltà paziente che guarda con benevolenza anche chi fa soffrire, in un affetto sincero che l’indifferenza non riesce a stancare. Ecco, forse anche i cristiani, anche i consacrati hanno trascurato la pratica della carità

    Forse queste parole profetiche Ezia ci chiede ancora di annunciare: la gioia e la carità.